le reazioni

Gli alleati chiedono a Washington una de-escalation della crisi iraniana

Dagli Emirati alla Cina appello alla diplomazia. Von der Leyen: «Si fermino le armi» mentre Netanyahu avverte: «Se colpiti reagiremo duramente»

di Roberta Miraglia


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(EPA)

3' di lettura

Il monito più esplicito è arrivato da Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti, stretti alleati degli Stati Uniti, chiedono che si evitino tensioni nella regione e ritengono necessaria una de-escalation della crisi nel Golfo. Non sono i soli. La risposta iraniana all’omicidio di Soleimani ha spinto le potenze di tutto il pianeta a chiedere ai due contendenti di fermarsi. Gli alleati di Washington, dall’Asia alle Americhe fino all’Europa, hanno cercato di gettare acqua sul fuoco che sta infiammando un’area vitale per gli approvvigionamenti energetici mondiali.

Il monito degli Emirati
I più esposti alle rappresaglie iraniane, esplicitamente minacciate in questi giorni di tensione, sono gli Emirati Arabi Uniti. Il ministro dell’Energia, Suhail Al Mazrouei, ha detto di «sperare che la saggezza da entrambi le parti porti a un abbassamento della tensione» e ha aggiunto che per il momento il mercato energetico è rifornito a sufficienza di petrolio per fronteggiare la tempesta.

Il risveglio agitato dell’Asia

Nei Paesi asiatici gli esponenti del Governo di sono svegliati con l’incubo di un conflitto in un’area fondamentale per i rifornimenti di energia. La Cina ha espresso preoccupazione: un portavoce del ministero degli Esteri ha detto che il governo si sta riunendo per monitorare la situazione e che farà il possibile per trovare una mediazione tra le parti. Ancor più preoccupata la reazione delle Filippine che sembrano prepararsi a un allargamento del conflitto e hanno ordinato alle decine di migliaia di cittadini che vivono tra Iraq, Iran e Libano di lasciare questi Paesi. Il presidente filippino Rodrigo Duterte ha chiesto all’esercito di assistere l’evacuazione.

In India il ministro degli Esteri ha consigliato di rimandare i viaggi in Iraq che non siano strettamente necessari . La grande economia asiatica dipende in maniera importante dal petrolio del Medio Oriente (due terzi del suo fabbisogno) e in Iraq vivono circa 15mila indiani. Il presidente del Giappone, Shinzo Abe, ha cancellato un viaggio in Medio Oriente che avrebbe dovuto iniziare nel week end e ha detto di essere molto preoccupato per l’escalation di tensione auspicando un ritorno al tavolo della diplomazia. Il primo ministro della Malesia, Mahathir Mohamad, ha tracciato un parallelo tra l’omicidio di Qassem Soleimani da parte degli Usa e quello del giornalista saudita dissidente Jamal Khashoggi ad opera dei servizi sauditi. Entrambi gli assassinii sono infatti avvenuti «oltre frontiera» e in violazione delle leggi internazionali, oltre che penali. Il premier malese ha sottolineato che con i droni nessuno può sentirsi al sicuro da attacchi e ha avvertito gli Stati Uniti che il raid all’aeroporto di Baghdad può portare all’escalation del terrorismo. Il ministro degli Esteri del Paese asiatico ha detto che c’è una «profonda preoccupazione per la situazione di instabilità nella regione del Golfo» chiedendo ai propri cittadini di evitare viaggi nell’area.

La preoccupazione in America e Oceania
In Nuova Zelanda la notizia dell’attacco ha portato il primo ministro Winston Peters a chiedere alle parti di fermarsi e negoziare. Il Paese ha una cinquantina di militari-addestratori vicino a Baghdad mentre circa 300 ne ha l’Australia, il cui premier Scott Morrison, già alle prese con l’emergenza incendi, ha incaricato il ministro della Difesa di provvedere, in qualunque modo si renda necessario, alla sicurezza dei propri militari. Il capo di stato maggiore del Canada, generale Jonathan Vance, ha scritto su twitter che le forze dispiegate nell’area sono in salvo.

Ursula von der Leyen: fermare le armi
La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, in partenza per Londra dove incontrerà il primo ministro Boris Johnson, ha esortato Stati Uniti e Iran a fermare le armi e «lasciare spazio al dialogo» anche per cercare di salvaguardare il Trattato sul nucleare. Da Londra il ministro degli Esteri Dominic Raab ha denunciato l’attacco dell’Iran e avvertito che un guerra in Medio Oriente avrebbe la conseguenza di fomentare una nuova ondata di attacchi terroristici.

Israele: se colpiti reagiremo duramente
Il timore che una rappresaglia iraniana sia in serbo anche per Israele ha spinto Benjamin Netanyahu a un avvertimento: «Noi teniamo duro di fronte a chi vorrebbe annientarci. Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente» ha detto, aggiungendo che il generale Soleimani «era responsabile della morte di numerosissimi innocenti» e aveva contribuito a destabilizzare diversi Paesi. «Israele - ha concluso - si schiera completamente dalla parte degli Stati Uniti».




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