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Gli altruisti sono antipatici. E la colpa è solo loro

In Italia, queste posizioni hanno acquistato, negli ultimi anni, una forza di persuasione notevole, fino al punto di condizionare spesso il dibattito pubblico e perfino l'azione politica

di Vittorio Pelligra

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(crevis - stock.adobe.com)

In Italia, queste posizioni hanno acquistato, negli ultimi anni, una forza di persuasione notevole, fino al punto di condizionare spesso il dibattito pubblico e perfino l'azione politica


8' di lettura

La solidarietà è sospetta, si sa. Perché quando qualcuno si occupa degli altri lo fa, generalmente, per un secondo fine. Avrà, in fondo, qualcosa da guadagnarci: visibilità, stima, donazioni o chissà cos'altro. Ci sono i buonisti - nel '38 si sarebbero chiamati “pietisti” - e poi i radical-chic col Rolex, per non dire dei centri sociali e di quelli che vogliono fare i rivoluzionari e, invece, sono solo dei figli di papà. Quando poi la solidarietà e l'aiuto diventano organizzati, allora è quasi certo che si tratti di una truffa. Qualcuno che, sotto sotto, ci mangia a quattro ganasce c'è sicuramente. Se non sono le cooperative, saranno le ONG, i promotori del Piano Kalergi o la mamma di Greta che deve pubblicare un libro.

Altruismo sospetto
In Italia, queste posizioni hanno acquistato, negli ultimi anni, una forza di persuasione notevole, fino al punto di condizionare spesso il dibattito pubblico e perfino l'azione politica. E gettare forte discredito su un intero mondo, quello del terzo settore e del volontariato, che della solidarietà e dell'altruismo organizzato ha fatto per decenni la sua cifra più importante. Non è una novità, comunque. L'altruismo è sempre stato sospetto. Si potrebbe ricostruire un'intera storia delle vicende che il concetto ha attraversato negli ultimi secoli, almeno da quando Auguste Comte, a metà dell'800, coniò per primo il termine. E sarebbe una storia lunga. Dovremmo, prima anche che di Comte, parlare di Mandeville e Adam Smith e di quanto il dibattito sulla reale natura e utilità sociale dell'attenzione alle sorti degli altri accendeva in quegli anni gli animi di intellettuali e utopisti.

Da Freud a Nietzsche
L'altruismo è sospetto per Freud, è odioso per Nietzsche, è un falso problema per Robert Trivers e Richard Dawkins, semplicemente non esiste per Jacques Derrida. Poi ci siamo noi economisti, che abbiamo posto l'idea di auto-interesse a fondamento della nostra disciplina. Francis Ysidro Edgeworth che nel 1881, pone come “principio primo dell'economia (…) quello secondo cui gli agenti sono mossi esclusivamente dal loro interesse personale”. In un crescendo che porta gli autori di un manuale di economia largamente studiato anche da noi che: “Le persone sono fondamentalmente amorali, trasgrediscono le regole, ignorano gli accordi, utilizzano la frode, la manipolazione e l'inganno se trovano un vantaggio personale nel far ciò” (Milgrom P., Roberts, J., Economics, Organization and Management, Prentice Hal, 1992).

Le ragioni della diffidenza
Eppure, chi di noi non ha incontrato gente diversa? Benefattori se non filantropi. Persone oneste, attente agli altri, dedite al prossimo; brava gente? Non solo quelli a cui il Presidente Mattarella attribuisce ogni anno l'onorificenza al Merito della Repubblica Italiana come riconoscimento pubblico delle loro azioni di solidarietà, aiuto, inclusione e altruismo, ma i nostri vicini di casa, qualche collega, perfino qualche parente. Ma allora perché questo sospetto verso la bontà, verso l'altruismo permane? Le ragioni di questa diffidenza sono, naturalmente, varie, ma alcune hanno certamente una radice storico-culturale e altre invece sono legate al fatto che gli altruisti sono decisamente antipatici. Nella prima gruppo di influenze ricade, per esempio, gli strascichi di un darwinismo ingenuo di cui gran parte della nostra cultura è ancora permeata.

In una visione della natura e della lotta per la sopravvivenza nella quale solo i più forti e astuti ce la fanno, chi si sacrifica per gli altri sta decidendo di partecipare ad una corsa con un carico di zavorra che i forti e gli astuti si guarderanno bene dall'accollarsi. Autoimporsi un handicap di quel tipo porta a minori probabilità di sopravvivenza e quindi di trasmettere quel tratto altruistico alle generazioni future. Per questo ciò che osserviamo oggi e a cui diamo il nome di “altruismo”, non può essere altro che egoismo mascherato. Dalla selezione naturale non si scampa. In realtà le cose sono un po' più complesse di così. In natura non esiste solo la selezione naturale, ma anche quella sessuale, e quindi i fenomeni di segnalazione, di accoppiamento selettivo, oltre che quelli di parentela, possono avere un ruolo importante nel conciliare la logica darwiniana con la benevolenza umana e forme di altruismo che si osservano in altre specie. Senza contare, poi, il ruolo svolto dalla reciprocità diretta e indiretta e dalla selezione multilivello.

Perché gli altruisti risultano antipatici
Un altro elemento che rende l'egoismo così attraente come principio comportamentale è che spesso l'altruismo passa inosservato. Sia perché non di rado i gesti altruistici si concretizzano in piccole scelte quotidiane, sia perché altrettanto spesso prendono la forma non tanto di azioni, quanto di omissioni. Semplicemente quando abbiamo la possibilità di agire egoisticamente a nostro vantaggio e a scapito di qualcun altro, e scegliamo di non farlo. Si potrebbero discutere altre cause, ma questo ci porterebbe troppo lontano, perché oggi, qui, mi interessa, invece, affrontare l'altra questione e, cioè, il fatto che gli altruisti sono decisamente antipatici, così come tutti quelli che in qualche modo primeggiano e ci fanno sentire di valere meno di loro.

Chi è troppo bravo suscita fastidio, distanza, sospetto. Chi salva bambini dall'annegamento certo o chi va a curare i feriti di guerre altrui, all'inizio può anche suscitare ammirazione, a meno di non essere accecati dall'ideologia “cattivista”, ma poi dopo un po' stufano, con tutto quel loro eroismo. Ma per capire perché proviamo a fare un passo indietro. Esiste un circuito nel nostro cervello che coinvolge de aree dell'insula e della corteccia cingolata anteriore che è implicato nell'elaborazione di processi come la rabbia, il disgusto e l'avversione. Questo circuito si attiva in maniera relativamente maggiore quando sperimentiamo una situazione di ingiustizia, quando, per esempio, a parità di lavoro svolto, noi riceviamo una certa ricompensa e un nostro pari, una ricompensa maggiore. In questi casi la spinta derivante da quel modulo neuronale ci spinge alla punizione altruistica, a punire, cioè, anche in maniera costosa, colui che ha causato quella situazione ingiusta.

Provate a immaginare di camminare assieme ad un vostro amico per strada. Ad un certo punto vedete sul marciapiede, contemporaneamente, una banconota da dieci euro. L'avete vista insieme, ma il vostro amico è più svelto di voi e la raccoglie prima. I soldi sono suoi. Come risarcimento per la vostra lentezza, si offre di darvi un euro. Lui se ne tiene nove e a voi ne offre uno. Quanti di noi accetterebbero l'offerta? Gli studi mostrano che la grande maggioranza dei soggetti, dietro la spinta della sensazione di disgusto prodotta dall'insula e dalla corteccia cingolata, scelgono di rifiutare, come forma simbolica, ma costosa, di punizione verso l'avidità dell'amico. Questo meccanismo di punizione, secondo molti ricercatori, si è evoluto per rafforzare la nostra disponibilità a rispettare le più basilari regole di convivenza e le norme sociali, a cooperare e a produrre collettivamente beni pubblici.

La punizione altruistica
Tutte situazioni nelle quali i benefici collettivi si ottengono solo se riusciamo a tenere a bada le spinte egoistiche. Ecco, il rischio di finire vittima nella punizione altruistica, sarebbe la forza capace di mitigare la nostra avidità individuale. In linea con questi risultati, in molti esperimenti svolti in tutto il mondo, si nota la tendenza, per esempio, alla punizione dei free-rider, di coloro, cioè, che non fanno tutta la loro parte in un processo collettivo. Coloro che, in un team, battono la fiacca sapendo che qualcun altro farà il lavoro al loro posto. Quelli che evadono le tasse perché tanto sanno che la scuola e gli ospedali saranno finanziati coi soldi di qualcun altro. Quando viene data la possibilità di penalizzare in maniera costosa chi si comporta in questo modo, allora l'effetto deterrente della punizione, porta a far crescere i livelli di cooperazione.

Provate a buttare un pacchetto di sigarette vuoto per la strada di una qualsiasi cittadina svizzera. Provate a non rispettare la fila davanti al bus in una qualunque fermata di una qualunque cittadina inglese. La punizione altruistica è lì pronta che vi aspetta. Lo stesso modello comportamentale è stato riscontrato in molti paesi appartenenti a matrici culturali anche molto differenti: dall'Australia alla Cina, dalla Germania alla Corea, passando per la Danimarca, l'Ucraina fino agli Stati Uniti. Eppure, in alcune culture e in alcune nazioni le cose vanno in maniera differente. La cooperazione tra individui non cresce neppure davanti alla possibilità che chi non fa la sua parte venga punito dai suoi pari. In questi casi la punizione altruistica è largamente inefficace.

La ragione principale è che negli esperimenti svolti in questi paesi, si nota che a venire puniti sono tanto quelli che fanno poco, come nei casi precedenti, ma anche quelli che cooperano molto. Cioè non solo vengono puniti gli scansafatiche, ma anche coloro che vengono ritenuti troppo zelanti nel loro dovere di adoperarsi per il bene del gruppo. Questo si è verificato, in particolare, negli esperimenti condotti nei paesi del Sud-Europa, in quelli arabi e in Russia (Gächter, S., et al., 2010. Culture and cooperation. Philosophical Transactions of the Royal Society B, 365, pp. 2651–2661). Il livello di cooperazione collettiva raggiunto in questi casi è stato sempre al di sotto della media degli altri paesi. La ragione sta nel fatto che in queste culture non solo si teme di essere puniti quando si coopera poco, ma anche quando si coopera più della media del gruppo. Le ragioni che stanno dietro questo comportamento antisociale non sono del tutto note, ma gli economisti hanno trovato correlazioni significative tra la poca cooperazione, l'alto livello di corruzione e il basso tasso di democraticità di alcuni di questi paesi.

Questo tipo di punizione antisociale è uno degli appigli su cui il “cattivismo” si è arrampicato in questi anni, fino ad alzare la testa contribuendo ad esacerbare conflitti e divisioni, sdoganando comportamenti un tempo intollerabili e diffondendo linguaggi, codici e credenze intrise d'odio. Questa è, forse, la radice del sospetto e della svalutazione sociale di cui sempre più spesso può essere oggetto chi, invece, dedica tempo, energie e passione agli altri: dagli insegnanti fino ai medici; dagli attivisti per i diritti civili fino a preti e suore; gli assistenti sociali, i volontari, i civil servants e perfino i politici, tanti, che onestamente si dedicano alla cosa pubblica. Solo per citare alcuni esempi di attività vocazionali dove l'altro è matrice di impegno e dedizione. Non sempre, certo, ma nella stragrandissima maggioranza dei casi.

La punizione antisociale tipica del “cattivismo” innesca dinamiche che, naturalmente, scoraggiano questo impegno individuale per il bene del gruppo; e in tutte quelle situazioni dove il benessere di una comunità dipende dalla capacità di fare le cose insieme, scoraggiare i più altruisti equivale a tagliare il ramo su cui si sta seduti. E' una mossa decisamente poco intelligente. Anche se sono zelanti, a volte supponenti o fastidiosamente umili e, spesso, ci fanno sentire peggiori di quanto crediamo di essere, chiusi nel nostro egoismo inoperoso, gruppi e singoli, che si adoperano per il bene di altri gruppi e singoli, andrebbero fortemente incoraggiati e premiati con dosi abbondanti di approvazione sociale.

Per sentirci ed essere realmente migliori potremmo cominciare con un obiettivo minimale: iniziare a dare il giusto riconoscimento a quanta dedizione e altruismo vediamo in giro. Il giusto riconoscimento a chi è capace, magari un po' più di noi, di mettere il bene comune e quello degli altri, davanti al suo. Il giusto riconoscimento a chi, in questo modo, contribuisce, a sue spese, a costruire una comunità più umana ed accogliente, alla fine, anche per noi.

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