siderurgia

Gli anni cruciali dell’Ilva. Dall’Italsider alla cordata Arcelor-Marcegaglia

di Domenico Palmiotti


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(ANSA)

5' di lettura

L’Ilva, ex Italsider, è un pezzo importante della storia industriale italiana ed ora, con l’aggiudicazione del Mise alla cordata Am Investco Italy, si scrive un nuovo capitolo.
Taranto leader in Europa
Il gruppo nasce nel dopoguerra con lo stabilimento di Genova Cornigliano ma è con la realizzazione del centro siderurgico di Taranto, numero 1 in Europa, che rafforza la sua posizione diventando un grande produttore di acciaio. La prima pietra del sito di Taranto viene posta il 9 luglio del 1960. Segue, negli anni ’70, il raddoppio che configura la fabbrica-colosso: cinque altiforni, due acciaierie, parchi minerali, pontili portuali, treni nastri e tubifici.

1995, l’avvento di Riva
Il grande sogno siderurgico deve fare i conti con perdite, errori e un mercato che cambia. E così l’azienda che dal suo esordio era stata pubblica, con l’Iri che la controllava attraverso Finsider, viene privatizzata. L’acquisiscono per 1649 miliardi di lire i Riva, imprenditori dell’acciaio.
1995-2009, tra svolte e primi guai giudiziari
Nei «Rapporti di sostenibilità» presentati, l’Ilva guidata dai Riva dichiara di aver investito 4,2 miliardi di euro a Taranto, di cui uno per l’ambiente. Nel 2009 dichiara di aver distribuito un valore di 888,60 milioni in Puglia, di cui 728,72 in provincia di Taranto. Di questi, 587,32 milioni sono stipendi: 408,60 milioni, il 69,7 per cento, riguardano lo stabilimento di Taranto. Salgono anche gli utili. Dall’essere una colata di perdite, l’Ilva diviene un rilevante business per i Riva, con una crescita enorme di fatturato e profitti. Ma i Riva fanno i conti anche con le prime disavventure giudiziarie: le condanne per inquinamento e per il mobbing dei dipendenti sindacalizzati (caso palazzina Laf).
Luglio 2012, l’affondo della Magistratura di Taranto
Al termine di una corposa inchiesta, su richiesta della Procura, il gip Patrizia Todisco ordina il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo. Fabbrica fonte «di malattia e morte» scrivono i giudici. Un’accusa certificata da perizie. Scattano anche i primi arresti, tra cui quelli del big Emilio Riva e dei figli Nicola e Fabio. La Magistratura sferra colpi uno dopo l’altro. A novembre sequestra 900mila tonnellate di prodotti finiti ritenendoli profitto del reato.
Dicembre 2012, arriva la prima legge
Precipita la situazione dell’Ilva e il Governo Monti corre ai ripari col primo deccreto convertito in legge a tamburo battente. La legge, infatti, vede la luce già a fine anno. Ne arriveranno di altri nove di decreti nel corso degli anni sino al 2016.

Aprile 2013, legge «costituzionale» dice la Consulta
Contro il decreto, ricorrono Procura e gip di Taranto, ma la Corte Costituzionale rigetta le loro impugnazioni riconoscendo la costituzionalità della legge e sottolineando la pari valenza del diritto alla salute e di quello al lavoro. In seguito, viene revocata la non facoltà d’uso degli impianti da parte della Magistratura.
Maggio 2013, il maxi sequestro ai Riva
L’ordina il gip Todisco: 8,1 miliardi tra beni e conti del gruppo Riva. Tutto all’infuori di quello connesso con la produzione di Taranto perchè ritenuta strategica nazionale e tutelata dalla legge. A fine anno il sequestro viene revocato dalla Cassazione.
Giugno 2013, il Governo commissaria l’Ilva
A seguito del maxi sequestro, dimissioni dal board dell’Ilva. L’azienda è senza più guida e il Governo Letta la commissaria nominando Enrico Bondi, al quale si affianca per la parte ambientale Edo Ronchi.
Giugno 2014, cambio dei commissari
A Palazzo Chigi c’è Renzi e cambia la conduzione dell’Ilva. Al tandem Bondi-Ronchi, subentrano Piero Gnudi, ex presidente Enel, e Corrado Carrubba. L’azienda è in condizioni finanziarie molto critiche ma intanto comincia a sondare la possibilità di possibili acquirenti. Arcelor Mittal spedisce i suoi tecnici a Taranto e fa una prima ricognizione.
Dicembre 2014, verso l’amministrazione straordinaria
Un anno e mezzo di commissariamento dell’Ilva non ha sortito risultati tangibili. I problemi, enormi, permangono e il Governo decide per l’amministrazione straordinaria che scatta a gennaio 2015. L’Ilva ha un’insolvenza di 3 miliardi. I commissari diventano tre: a Gnudi e Carrubba si unisce Enrico Laghi.
Luglio 2015, i rinvii a giudizio
L’inchiesta della Procura, andata nel frattempo avanti, approda ai rinvii a giudizio disposti dal gup: 47 in tutto, di cui 44 persone fisiche e tre aziende, Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici. A fine 2015 si avvia il processo in Corte d’Assise ma, dopo alcune udienze, è costretto a subire uno stop per errori riscontrati dalla Procura. Si torna al gup, all’udienza preliminare, e ai primi del 2016 si riparte con i rinvii a giudizio e col processo in Assise azzerato.
Gennaio 2016, l’Ilva messa sul mercato
I commissari lanciano il bando per le manifestazioni di interesse. Si chiude dopo un mese e ne arrivano 29 divise tra intero gruppo e singoli asset. Le manifestazioni di interesse, dopo un primo esame, scendono a 25. Alla fine, dopo una serie di vicende, resteranno in pochi in campo: da un lato, Arcelor Mittal e Marcegaglia, dall’altro, Cassa Depositi e Prestiti e Arvedi a cui si aggregheranno Delfin di Del Vecchio e Jindal.

Dicembre 2016, la transazione sui soldi esteri dei Riva
Il miliardo e 200 milioni euro dei Riva, sequestrato dalla Procura di Milano nel 2013 per reati economico-finanziari, lungamente inseguito da commissari, giudici e leggi per farlo tornare in Italia e metterlo a disposizione del risanamento ambientale dell’Ilva, non è più una chimera. I Riva, infatti, raggiungono una transazione con l’Ilva, le Procure di Taranto e Milano e il Governo. Sbloccheranno 1,230 miliardi, di cui 1,100 custoditi in Svizzera e altri 230 milioni di fondi aggiuntivi. Sebbene firmata a dicembre, i soldi arrivano materialmente solo a fine maggio 2017. Ad oggi è rientrato 1,1 miliardi, attesa la parte restante.
Marzo 2017, le offerte vincolanti
Vengono presentate dalle due cordate Am Investco Italy e AcciaItalia le offerte vincolanti.
Maggio 2017, la spuntano Arcelor Mittal e Marcegaglia
Dopo mesi di istruttoria, i commissari propongono al Mise di aggiudicare l’Ilva ad Am Investco perchè ritengono migliore l’offerta presentata: 1,8 miliardi per l’acquisizione, 2,3 miliardi di investimenti, 8 milioni di tonnellate di produzione, 9,5 di spedizioni portando a Taranto una quota di semilavorati dall’estero. Nodo dolente, e molto, l’occupazione: Am Investco Italy parte con 9.407 addetti su 14.200 e si assesta a fine percorso, nel 2024, a 8.480. Dura protesta dei sindacati.
Giugno 2017, il rilancio tardivo di AcciaItalia
La cordata concorrente tenta il recupero e cambia l’offerta: 1,850 miliardi di acquisizione, 3,1 miliardi di investimenti tra industriali e ambientali, 9.800 occupati nel 2018 (inizialmente aveva proposto 7.812 unità). Non ci sono più, pèrò, Cdp e Arvedi che lasciano il rilancio nelle mani di Jindal e Del Vecchio. «Offerta irricevibile» dicono i commissari. E il ministro Carlo Calenda chiude: «Le procedure di gara non si cambiano in corsa o peggio ex post».

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