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Gli architetti protagonisti: Antonio Citterio, il ritmo dello stile senza tempo

La normalità come regola. La sintesi come modo d'espressione. Il designer milanese racconta cinquant'anni di carriera, nel cantiere del suo ultimo progetto: il flagship Flexform

di Nicoletta Polla-Mattiot

Antonio Citterio posa davanti a un muro del cantiere del nuovo flagship store di FLEXFORM, a Milano. Foto Lea Anouchinsky.

7' di lettura

La normalità di un tono di voce distinto, che sovrasta pacatamente trapani, vibrazioni, martelli, operai al lavoro. La naturalezza con cui indossa giacca blu, camicia bianca, pochette a una punta, e si muove fra la vernice fresca, i cavi sospesi, le impalcature, senza fermare i piedi né le parole quando incontra un ostacolo, perché segue una visione che è il passo del suo racconto e dei suoi movimenti. «Qui c'è l'apertura d'ingresso, l'abbiamo spostata per creare un cono visivo che attraversa lo spazio fino alla fine, con backlight di cielo, nuvole e tende al fondo, e in mezzo il soppalco che vola». C'è stato uno sforzo ingegneristico puntuale per evitare colonne, pali o altri elementi che interrompano la libertà dell'orizzonte: al momento, in questi 800 metri quadri, quello che si vede è solo l'immagine mentale del suo progettista. Se si ha uno sguardo tenace, si può dipingere con le parole e visualizzare quello che ancora non c'è. La conversazione con Antonio Citterio inizia qui, a Milano, in un cantiere all'angolo fra via della Moscova e via Solferino, il luogo dove aprirà, in tempo per il Salone del Mobile, il nuovo flagship store di Flexform.

 

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«Questo negozio è un teatro e deve poter cambiare scenografia. È come l'enorme backstage di un palco con quinte, fondali, griglie e tecnologia a vista, dove niente nasce fisso. La vetrina ha un argomento, l'interno un altro, più privato e intimo». L'architettura è una prosodia dove ogni elemento ha la sua linea melodica, il punto sta nell'accordarli: è un tema di ritmo e di dialogo. «Creare uno spazio coerente con l'esposizione, che è sempre un insieme. Non la rappresentazione statica di un oggetto che dice “guardami”, ma una scena di vita vissuta», mi spiega. Il racconto precede l'azione, la normalità detta la regola. A Citterio basta uno schizzo per tracciare i confini di quella che è la definizione della sua estetica e il risultato di cinquant'anni di attività. Un modo d'essere prima che un segno creativo. «È una questione di sintesi, non di espressione. Il mio lavoro si lega alla tradizione del fare e non strafare. Cioè: un oggetto è un oggetto. Un divano è un divano: se non è comodo, non è neanche un divano! Questo è senso comune. La riconoscibilità, la firma evidente non mi interessano. È bello che le persone scelgano un pezzo non perché è mio, ma perché parla da solo, e non ha tanto bisogno di spiegazioni».

Una delle versioni possibili di Groundpiece, tra i divani più iconici del brand (a partire da 10.622 €).

 

Questa nonchalance si radica nella conoscenza: da un lato, dei processi produttivi, della fabbrica, dei materiali; dall'altro, dei luoghi che il design andrà ad abitare. E si nutre di osservazione: delle abitudini e dei gesti delle persone. «Rappresento l'ultima generazione della vecchia scuola del design milanese, quello di Gio Ponti, di Caccia Dominioni, di architetti che disegnavano gli interni con la consapevolezza degli spazi. Faccio cose che uso anch'io, è sempre stato il mio racconto». Mentre parla, si infila un pezzo di carta con un appunto nel taschino. Lea, la fotografa di questo servizio, lo segue nel cantiere, lo ferma davanti a una parete stuccata per un ritratto. Citterio si presta docile alle indicazioni – di profilo, frontale, mani in tasca – mentre continua a descrivere quello che solo lui ha davanti agli occhi: non un set, non una ristrutturazione in corso, non un concerto di rumori, ma di linee. «Lo spazio in cui siamo riflette i prodotti. La prima volta che sono entrato in Flexform avevo 22 anni, oggi ne ho 72. Mi ricordo che ci siamo stretti la mano e abbiamo detto: “Va bene, facciamo così”».

La poltrona Eliseo, rivestita in pelle color tabacco con basamento in alluminio cromato, è parte della collezione 2022, e sarà presentata al Salone del Mobile.

 

Un arco di tempo lungo è – lo ripete varie volte – una specie di racconto, dove ogni novità si inserisce nel filo della storia complessiva. «Espressioni troppo esasperate lasciano il tempo che trovano, noi lavoriamo sul timeless. Un po' come una camicia bianca o una polo: passano gli anni e funzionano sempre. Il singolo oggetto è parte integrante di un'idea più ampia. Non c'è overdesign. Poi, si possono fare delle eccezioni. Per esempio, quest'anno abbiamo inserito in collezione dei pezzi con parti in pressofusione di alluminio, il che esce un po' dalla tradizione del classico manufatto prezioso e artigianale tipico di Flexform». Ma è come nei principi della statica, peso e contrappeso: «In questa ricerca di normalità c'era bisogno di qualcosa che avesse un accento diverso e lo abbiamo fatto». Il punto di equilibrio si raggiunge anche con forze pari e opposte. C'è però una parola specifica che l'architetto ha usato e ne troviamo la definizione non in un manuale di costruzioni o di fisica, ma di stilistica. “L'accento, come la melodia, l'intensità, la durata, la quantità, la pausa, appartiene ai fenomeni prosodici del linguaggio”. Ecco quello che cercavo: con discrezione stiamo scrivendo la grammatica della creatività secondo Citterio. La sua lingua, quel sistema di segni che è il suo modo di comunicare.

Per completarla ci trasferiamo nello studio di via Cerva. Un ascensore a vetri ci porta direttamente all'ultimo piano. È un parallelepipedo dove senti la presenza del soffitto, c'è una grande scrivania, una lunga, affollata libreria… Ho visto decine di ritratti dell'architetto in questo spazio. Quello che non c'era nelle immagini è la sensazione palpabile della luce del sole che, dalla porta finestra, scalda l'aria e il suo colore, qualche cinguettio in terrazza accarezza i timpani spossati dai sibili del cantiere. Il tempo non è più un problema, così sembra. «Ormai siamo 150 persone in ACPV (lo studio Antonio Citterio Patricia Viel Architects, ndr) e lavoriamo molto all'estero. Il che dipende dall'italianità. A volte non ci rendiamo conto di quanta espressione del saper vivere ci sia nel nostro Paese. La nostra quotidianità è un valore enorme di per sé. Sappiamo che cos'è il buon cibo, che cosa vuol dire comprare una giacca, bere un caffè, camminare in una piazza: la strada è il nostro mall. Esprimiamo spontaneamente la qualità in ogni ambito, senza bisogno di essere un brand o un tag».

la facciata della torre La Bella Vita, progettata dallo studio ACPV a Taiwan. Foto Studio Millspace.

 

Ho sentito elogiare il made in Italy quasi da ogni imprenditore nostrano, ma l'accento, o meglio l'intensità (per tornare ai codici del linguaggio), con cui ne parla Citterio ha una consistenza diversa. Più che un tributo, è una presa d'atto: non c'è scintilla senza contesto. «La creatività è sempre l'espressione di una società. Siamo parte di un sistema. C'è Milano, ci sono le aziende, c'è la fiera, ci sono i giornali e quindi c'è il design. Questa catena del valore si regge su una serie di ingranaggi che lavorano insieme. Ne togli uno e tutto cambia. Domani, per esempio, la produzione si sposta dall'Italia alla Cina? Dopo qualche anno, la creatività mette radici altrove, perché creare è parte integrante del processo produttivo». Da anni la visione sistemica si sta imponendo su quella meccanicistica nella lettura del mondo, anche di quello imprenditoriale. La realtà materiale è una rete di configurazioni di relazioni inseparabili e i sistemi viventi sono altamente non lineari. «Oggi abbiamo cominciato a disegnare gli oggetti partendo dall'idea di quando saranno morti: come disassemblarli, recuperarli, reimpiegarli. Anche nell'architettura, il tema non è più lasciare una traccia che ci sopravviva. Io mi pongo il problema contrario. Non è più tempo di piramidi. Siamo 7 miliardi e mezzo nel mondo e passeremo a 9 miliardi. Il che significa dover costruire una media di 400mila nuovi appartamenti al mese per i prossimi trent'anni. Quello che progettiamo ora, dobbiamo essere in grado di smontarlo». Guardare vicino per vedere lontano, andare avanti facendo un passo indietro: l'impronta della discrezione non è modestia, è lungimiranza. Secondo Citterio, l'architettura si avvicinerà sempre più a una visione industriale. «Gli edifici sono fatti di pelle, un layer sopra l'altro. Sono strutture sempre più complesse, intelligenti, autosufficienti. Stiamo costruendo un grattacielo a Milano dove il fotovoltaico è parte del disegno della facciata, ma fra vent'anni la tecnologia attuale sarà assolutamente superata. E allora la conditio sine qua non è poterlo disfare. Usare una struttura di metallo, che sviti, recuperi e rimonti diversamente».

Il render di Gioia 20, progetto di due torri in zona Porta Nuova, a Milano, affidato da Coima allo studio ACPV. Foto Wolf Visualization Agency.

 

La capacità di osservare i fenomeni prima che accadano non è molto diversa da quanto gli ho visto fare nel negozio Flexform, dove l'idea guidava gli occhi a vedere quel che non era ancora visibile. «Io ho sempre osservato tanto. Ho girato il mondo, ho studiato l'intelligenza degli altri, disegnando quello che vedevo. Se tu ridisegni una cosa, capisci che cosa stai guardando. E non smetti mai d'imparare, se non smetti di voler capire. Io ho 72 anni e sono un bambino da questo punto di vista». Per questo non sopporta chi dice che non c'è più creatività. Se mai ce n'è troppa e i giovani sono propulsori di «un'evoluzione incredibile in tutti i settori». Nella grammatica Citterio, le parole sono pietre fondative, come testate d'angolo. Dunque, la semplicità è straordinaria («anche una pastasciutta pomodoro e basilico»), il lusso significa «stratificazione di qualità» e il design è «il mio sabato e la domenica».

L'hotel Bulgari di Parigi, al 30 di avenue George V, uno degli ultimi progetti dello studio. Foto François Guillemin.

 

L'architetto riconosce come suoi «figli e nipoti» 650 oggetti fra i tanti progettati: saranno raccolti e pubblicati in un libro che è un catalogo ragionato di cinquant'anni di carriera. Fanno tutti parte dello stesso racconto d'uso che è stato l'inizio di questa conversazione e che compone, come in un dizionario di 650 sinonimi, la sua definizione del sentirsi a casa. «Un concetto che i Millennials stanno riscrivendo. La proprietà non conta più, si cambia abitazione come un'auto o un vestito: in diversi momenti della vita servono spazi diversi, taglie diverse. E allora forse è destino dei mobili di diventare immobili. Un singolo pezzo ben fatto, a cui ti affezioni e che può venirti dietro in tutti i tuoi traslochi, perché basta quello per farti sentire nel posto giusto, il tuo posto». Proprio come il divano che mi indica nello studio: è invecchiato insieme a lui, ha 42 anni e l'ha seguito dappertutto. «Ci ho studiato, disegnato, chiacchierato, persino dormito». L'alter ego di Antonio Citterio.

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