letteratura

«Gli archivi della peste» di Albert Camus

L’inedito è proposto gratuitamente da Bompiani

di Alberto Fraccacreta

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(Afp)

L’inedito è proposto gratuitamente da Bompiani


3' di lettura

In tutta probabilità nel 1941 Albert Camus redasse una breve prosa che finirà poi nei Cahiers de la Pléiade con il titolo «Gli archivi della peste» e che tuttavia rappresenta il più antico appunto sul tema: nel '47 è pubblicata La peste, grandioso anello del cycle de la révolte (con L'Homme révolté, L'Etat de siège e Les Justes), romanzo in cui lo scrittore algerino esce definitivamente dalle secche dell'assurdo.

Spirito di sacrificio e inclinazione al servizio

Due grandi concetti sono snocciolati nel secondo tempo dell'opera camusiana: il netto rifiuto del nichilismo (simboleggiato dal pensiero meridiano e dal «sole invincibile» di speranza) e l'umana cooperazione contro il male.

Il dottor Bernard Rieux li incarna alla perfezione. Spirito di sacrificio e inclinazione al servizio, solarità dell'uomo mediterraneo per una laica religione terrigna. Questi tratti così marcatamente orientati all'unicità della persona contro la totalità dell'idea sono espressi con molta chiarezza sin dal brogliaccio del '41, un inedito proposto gratuitamente da Bompiani nei giorni della Fase 2, Esortazione ai medici della peste (traduzione di Yasmina Melaouah), scritto con lo stile rorido e ammiccante degli oratori greci, da Isocrate a Demostene.
Le prime righe del testo sono occupate a dispensare consigli pratici rivolti ai medici: «Portate inoltre con voi un sacchettino con le essenze consigliate nei libri, melissa, maggiorana, menta, salvia, rosmarino, fiore d'arancio, basilico, timo, timo serpillo, lavanda, alloro, scorza di limone e buccia di mele cotogne. Sarebbe poi auspicabile che indossaste un camice di tela cerata». Dalla pratica si passa alle qualità morali e, tra di esse, al coraggio: «La prima cosa è che non abbiate mai paura». È dunque necessaria una filosofia per combattere le insidie del morbo: una filosofia stoica dedita alla misura (la sola che «è in grado di dominare i flagelli») con la quale a tutti i costi bisogna «diventare padroni» di sé stessi perché «la peste proviene dall'eccesso».

Male gratuitamente feroce

La riflessione di Camus arriva qui a punto nodale — forse la più alta problematica filosofica posta innanzi dalla prospettiva esistenzialista dell'algerino — che sarà sviscerato meglio nel romanzo e nei lineamenti psicologici di Rieux, nella fiduciosa adesione di Tarrou: perché il male è così gratuitamente feroce? Come credere in un Dio giusto e buono se esiste il male? Siamo nel cuore di una teodicea che parte da Giobbe, attraversa Agostino (materia della tesi di laurea dello scrittore) e Severino Boezio fino ad arrivare all'Ivàn Karamazov di Dostoevskij. La risposta di Camus, nell'Esortazione così come nella Peste, è aperta benché egli sembra tendere verso un umanitarismo solidale: «Verrà il giorno in cui vorrete gridare il vostro orrore di fronte alla paura e al dolore di tutti. Quel giorno non avrò più rimedi da consigliarvi, se non la compassione che è la sorella dell'ignoranza».

Eppure ogni scrittore è a suo modo multiforme e i personaggi di un romanzo sono differenti linguette di luce che spigolano altrettanti punti di vista: Camus non è solo l'etico Rieux, è forse anche un po' padre Paneloux quando sostiene che Dio non viene contraddetto dall'esistenza del male. In mezzo alle più disparate riflessioni e bozzetti di vita, nel quaderno del dicembre 1959, a pochi giorni dall'incidente che gli tolse la vita, Camus scrive: «Con Cristo finisce la morte che cominciò con Adamo»; «Sant'Ignazio [...] preferisce morire con Gesù piuttosto che vivere con un altro». Ci doveva essere qualche angolo polveroso e recondito nella sua mente che stava tentando di rispondere con maggiore veemenza alla grande domanda Si Deus est unde malum. O davvero, quasi senza saperlo, aveva già risposto.

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