Quando il dipendente “sbrocca” sui social: così si rischia il licenziamento

3/8I COMPORTAMENTI DA EVITARE SUI SOCIAL PER NON PERDERE IL POSTO DI LAVORO

Gli errori da evitare sui social media: rivelazione di informazioni riservate dell'azienda

(putilov_denis - Fotolia)

Sui social media non bisogna diffondere informazioni riservate dell'azienda, né criticare situazioni interne senza rispettare il limite della verità oggettiva. Il tema delle comunicazioni sui social media interessa anche le relazioni industriali, con la diffusione delle “bacheche” digitali. Rispetto ai contenuti pubblicati su questi strumenti, i giudici tendono a distinguere tra l'esercizio del diritto di critica – assolutamente lecito e, anzi, oggetto di una tutela rinforzata per consentire l'espletamento del mandato sindacale – e la diffusione di informazioni e notizie false o di contenuto diffamatorio: in questa ipotesi, non basta la carica sindacale a salvare il lavoratore dal licenziamento (si veda la sentenza della Cassazione 10897/2018). In queste situazioni la giurisprudenza tende a bilanciare il diritto alla privacy, sancito dagli articoli 4 e 8 dello Statuto dei lavoratori e dal Regolamento Ue 2016/679 (il Gdpr), con la necessità di consentire i controlli dei datori di lavoro sui profili social dei dipendenti, a determinate condizioni (una grossa apertura in questa direzione è venuta dalla sentenza della Cassazione 10955 del 27 maggio 2015, che ha ritenuto legittimo il controllo svolto sui social media dal datore verso un dipendente tramite un falso profilo).

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