Imprese e banche

Gli esecutati cercano una voce: allo studio un’associazione per sostenerli

L’iniziativa dell’imprenditrice fiorentina Anna Conti che accusa le banche: «sono state salvate, ma non hanno pensato agli imprenditori in difficoltà, con progetti e idee. Dobbiamo tornare a dialogare».

di Sara Monaci

(metamorworks - stock.adobe.com)

3' di lettura

La storia di Anna Conti non è solo quella di un’imprenditrice “esecutata” - questo il nome attribuito a chi non ha restituito un debito bancario ed è stato privato del diritto ad avere finanziamenti per le proprie attività. È anche la storia di un architetto che ha deciso di rappresentare tutti gli imprenditori che hanno lo stesso problema, tanto da dare vita ad una associazione vera e propria per dare voce a chi, sottolinea, «ormai viene ritenuto morto ma in realtà ha energie e idee ed è una risorsa per il paese».

La sua storia, pertanto, sottolinea lei stessa - 71 anni e con alle spalle importanti lavori di restauro a Firenze e un impegno attivo nella ricerca ambientale e energetica - è simile a quella di molti altri che intende rappresentare. Sta già nascendo uno statuto, l’associazione non ha ancora un nome ma per ora molte adesioni ufficiose (provenienti soprattutto da Firenze, Roma, Pescara) eun indirizzo mail per chi volesse aggiungersi (esecutati.organizziamoci@gmail.com).

Loading...

I numeri degli esecutati

I dati da cui l’iniziativa parte sono pochi e chiari. In Italia ci sono attualmente quasi 205mila esecuzioni immobiliari in corso (per un controvalore a base d’asta di 28,5 miliardi), dovuti ai «non performing loans», i crediti in stato di insolvenza, noti negli anni passati per aver causato squilibri anche gravi alle banche, che di conseguenza hanno dovuto correre ai ripari con una stretta al credito. La previsione è che il numero arrivi a 550mila nei prossimi 10 anni. E questo solo prima del coronavirus, figuriamoci adesso.

Gli istituti italiani hanno sofferto maggiormente di questo problema perché gli Npl, sulla base dei criteri europei, sono stati considerati peggio dei prodotti derivati, di cui molte banche straniere (per esempio quelle tedesche) sono invece piene.

Ma gli Npl non sono solo numeri. Questa la riflessione che sta alla base della nascitura associazione di esecutati: dietro ci sono persone con storie diverse. «Non possiamo ridurre il problema ad un marchio di cattivi pagatori», sottolinea Conti.

Racconta che per lei la crisi ha inizio nel 2008, a seguito del fallimento della Lehman Brothers. Da quel momento gli istituti hanno chiesto con troppa rapidità il rientro dei prestiti, mettendo in difficoltà chi aveva investito e messo in piedi dei progetti. «I più esposti non erano i peggiori, ma spesso aziende con idee e investimenti», dice l’architetto.

«Noi siamo quelli che quando entriamo nelle banche si accedono le luci rosse di pericolo, non ci aiuta nemmeno la Regione», lamenta.

La mancanza di liquidità è stata poi più visibile dal 2012 . Infine dal 2015 è cresciuto in modo vistoso il numero degli esecutati.

«Banche troppo rigide»

La storia è nota: le banche hanno dovuto sistemare i propri ratios patrimoniali regolando in modo più rigido i prestiti e cedendo i vecchi crediti. «Abbiamo giustamente salvato le banche, anche con interventi pubblici, ma non si è pensato ai tanti imprenditori che avevano bisogno di liquidità per rimettersi in piedi - dice Conti - Peraltro se fino al 2018 era ancora possibile arrivare a degli accordi, oggi le esecuzioni le concludono le grandi finanziarie internazionali che pretendono profitti più alti, ma senza conoscere le nostre storie e i territori. Prima mi parlavano delle decisioni prese del consiglio di amministrazione, ora dei risultati dell’algoritmo».

A questo aggiungiamo, conclude, la burocrazia e la macchina della giustizia troppo lenta in Italia: «Un macchinario che stritola i piccoli ma anche i grandi imprenditori».

La proposta

La critica per Anna Conti si estende ad una visione non solo economica, ma anche sociale: «se non c’è più rapporto tra risparmio e imprenditore, si moltiplica il denaro in strutture fittizie, ma non si investe, non si crea lavoro e progetti, si genera solo rendita (spesso per pochi)».

La proposta è dunque sedersi intorno ad un tavolo, con i tanti imprenditori che già la stanno contattando, e tornare a dialogare con banche e politici per avere di nuovo voce. E intanto, sullo sfondo, suggerire che occorre in Europa un unico regime fiscale, facendo pagare le tasse anche alle multinazionali.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti