Editoriali

Gli esperti sono di ritorno … ma chi l'ha detto?

di Andrea Goldstein e Gloria Origgi

default onloading pic
(EtiAmmos - stock.adobe.com)


4' di lettura

Dopo la lunga notte in cui uno valeva uno e chiunque poteva mettere in dubbio i risultati di decenni di ricerca scientifica, per esempio sui vaccini o sulla relazione tra spread e mutui, senza sprezzo del ridicolo, con l'arrivo del coronavirus sembrano tornati di moda gli esperti e gli scienziati. Anche se magari non sono telegenici come i tuttologi che imperversavano in precedenza, è verso immunologi, virologi, biologi che decision-makers e opinione pubblica si rivolgono per capire quali scelte sono razionali, sicure e promettenti.

Come scrisse Hannah Arendt, l'expertise è sempre autoritaria. L'esperto è una figura che sembra incompatibile con la democrazia, perché la sua legittimità ad orientare l'azione dei decisori non è delegata dal popolo, ma deriva dalle competenze che possiede, le quali nella maggior parte dei casi (e forse per definizione) non sono valutabili dai non specialisti. Chi, come noi, non è specialista non sa di quali esperti fidarsi – anzi, non sa se chi si presenta in quanto tale sia veramente esperto, oppure usi la dialettica e magari l'abbigliamento per millantare status e autorevolezza. Vari criteri ci vengono in soccorso per ovviare a questa asimmetria informativa e grazie a una semplice ricerca su Google.Scholar sono facilmente accessibili. Gli indicatori bibliometrici (numero di pubblicazioni e H Index della loro qualità) sono stati criticati per il loro uso nei concorsi universitari, ma nessuno ne mette in dubbio l'utilità per misurare l'expertise di uno scienziato, il rispetto di cui gode tra i suoi pari, e pertanto la sua legittimità ad orientare le politiche pubbliche.

In questo momento, a suggellare questo ritorno in auge dell'expertise sono i comitati nazionali d'indirizzo sul Covid-19. I criteri per analizzarli sono il posizionamento istituzionale, la composizione, il profilo scientifico e la trasparenza. Dal confronto tra Francia, Italia e Regno Unito scaturiscono risultati interessanti.

È ovvio che tanto più prossimo il comitato è al capo di governo, tanto più l'expertise può influenzare le strategie. In Francia, il Conseil scientifique e il Comité d'Analyse Recherche Expertise (CARE), che si occupano rispettivamente della pandemia e dell'uscita dal lockdown, sono stati istituiti dall'Eliseo e consigliano direttamente Emmanuel Macron. Anche nel Regno Unito il Scientific Advisory Group for Emergencies (SAGE) informa direttamente il Cabinet Office Briefing Room. I consigli del Comitato tecnico-scientifico italiano, istituito il 5 febbraio, sono indirizzati invece al Capo del Dipartimento della protezione civile.

Passando alla composizione, il Conseil è guidato dall'immunologo Jean-François Delfraissy, ex presidente del Comitato di Etica, e comprende dieci membri (due donne) tra i quali sei ricercatori-medici, un'antropologa, un sociologo e un esperto di modellizzazione della diffusione delle malattie infettive. Françoise Barré-Sanoussi, premio Nobel di medicina, presiede invece CARE, con 11 membri (quattro donne). Per questa emergenza, SAGE si affida a tre diversi gruppi di lavoro, tra cui il New and Emerging Respiratory Virus Threats Advisory Group, presieduto da Peter Horby di Oxford. Gli altri 12 membri (una sola donna) sono tutti ricercatori, universitari tranne due che esercitano in Public Health England e Health Protection Scotland. Del Comitato romano fanno parte ex oficio sei persone, tutti maschi, tra cui tre funzionari del Ministero della salute e un esperto di emergenze con perfezionamento in chirurgia ostetrico-ginecologica presso l'Università di Harare, oltre a un medico designato dalla Conferenza delle Regioni e Province autonome. Gli scienziati, intesi come esperti che derivano la propria autorità dalla ricerca e dalle pubblicazioni, sono due, decisamente in minoranza.

Queste differenze si riflettono ovviamente nei valori bibliometrici. In Gran Bretagna l'H Index è mediamente pari a 65 per ciascun esperto, in Francia 44 e in Italia 17 (grazie a un singolo esperto per cui è 77, un valore superato solo da due britannici). Differenze marcate anche per ciò che attiene a produzione e trasparenza. Il Comitato francese ha pubblicato quattro pareri, tutti pubblici, come lo sono i 12 rapporti del SAGE, tra cui le tre Consensus views su interventi comportamentali e sociali, chiusura delle scuole e assembramenti pubblici. In Italia non ci si risulta nessun documento pubblico e l'unica forma di comunicazione sono le conferenze stampa, che difficilmente sono il luogo ideale per dare dei pareri scientifici. Oltretutto, come racconta Rocco Todero sul Foglio dell'11 aprile, gli atti del Comitato sono di fatto secretati dato che l'obbligo delle pubbliche amministrazioni di rispondere a tutte le richieste di accesso agli atti è stato sospeso fino al 15 maggio.

È chiaro che per far fronte a un'emergenza, l'autorità politica può selezionare i propri esperti in base a criteri che spesso non sono solo di eccellenza accademica. Nondimeno, una maggiore trasparenza sulle procedure di selezione aiuterebbe ad aumentare la fiducia negli esperti e pertanto, nella misura in cui i loro avvisi vengano seguiti, nelle politiche pubbliche. Non è indispensabile convocarne a dozzine, è imprescindibile che siano i migliori in circolazione e che riflettano la pluralità della ricerca scientifica e non diventino la cassa di risonanza di qualche scuola di pensiero (e cordata accademica) più o meno eterodossa. È in ogni caso fondamentale evitare che gli esperti siano prevalentemente funzionari chiamati sia a consigliare i politici, sia a eseguire le politiche decise da questi ultimi sulla scorta di tali avvisi.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...