Cassazione

Gli ex cercano di distruggersi a vicenda? Figlio affidato al Comune

L’affido condiviso resta una via preferenziale purché la conflittualità si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, ma è escluso se mette in serio rischio il suo equilibrio

di Patrizia Maciocchi

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(Agf)

L’affido condiviso resta una via preferenziale purché la conflittualità si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, ma è escluso se mette in serio rischio il suo equilibrio


3' di lettura

Il minore è affidato la Comune se i genitori, impegnati a delegittimarsi a vicenda, sono incapaci di prendere qualunque decisione riguardi il figlio senza ricorrere a giudici e avvocati. La Corte di cassazione (sentenza 5604), pur ammettendo che l’affido condiviso è possibile anche in caso di semplice conflittualità, si arrende davanti al quadro “desolante” offerto dai due ex conviventi more uxorio.

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La vita in trincea
La Suprema corte non può che confermare la scelta della Corte d’Appello di affidare il bambino al Comune di Roma, con il vice sindaco come tutore e la madre semplice collocataria. Una via obbligata a fronte della palese immaturità dimostrata dai due ex, considerati «incapaci di elaborare il lutto del fallimento del progetto di coppia per rapportarsi responsabilmente alla genitorialità». Una vita in trincea, alla quale non hanno saputo rinunciare neppure nell’interesse superiore del figlio al quale avevano provocato una sofferenza che emergeva anche dalle sue parole. Agli assistenti confidava che non sapeva cosa fare e di avere come unica aspirazione che «la mamma e il papà facessero pace». Neanche quando la posta in gioco era la serenità del bambino i due ex avevano trovato un minimo di dialogo, per concordare delle scelte: qualunque decisione sul figlio passava attraverso avvocati e autorità giudiziaria. Una guerra continua, messa in luce dalle relazioni dei Servizi sociali del Comune capitolini, combattuta nel tentativo di distruggere uno la figura dell’altro. Un’ostinazione dimostrata anche nel rifiuto costante di sottoporsi ad un percorso di mediazione.

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Il supporto psicologico per il minore
Battaglie perse da tutti e soprattutto dal minore, triangolato in un rapporto malato, tanto da aver bisogno di un sostegno psicologico. Un supporto nell’attesa e, soprattutto nella speranza, che i due genitori diventino adeguati al loro ruolo. Cosa del tutto esclusa, allo stato, dai giudici. La Cassazione respinge dunque il ricorso del padre, che sia chiedeva l’affidamento congiunto del bambino sia di ridurre l’assegno di mantenimento in suo favore, fissato a 650 euro, mentre la madre voleva aumentarlo a 1000 euro. La Cassazione respinge tutte le richieste e conferma la decisione di merito.

Assegno versato direttamente dal datore di lavoro
No al taglio, perché la somma era in linea con le possibilità economiche dell’uomo, ma no anche all’aumento perché la madre disponeva di alcuni immobili e, comunque, a distanza di anni dal suo trasferimento da Milano a Roma, non aveva neppure provato a cercarsi un lavoro pur essendo giovane. La Suprema Corte avalla anche la decisione della Corte territoriale di far versare direttamente l’assegno alla signora dal datore di lavoro dell’ex. Un provvedimento giustificato dall’ inadempimento, seppure parziale, del ricorrente che per 5 mesi aveva autonomamente deciso di ridurre il mantenimento versando solo 400 euro. Nulla fare per l’affido condiviso, che può restare la via preferenziale quando la conflittualità, tra i genitori non coniugati che vivono separati, si mantiene «nei limiti di un tollerabile disagio per la prole». Mentre non può essere applicato quando «si traduca in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli e, dunque tali da pregiudicare il loro interesse».

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