Societa

Gli immortali menhir da salotto e la scommessa di Pretziada

di Stefano Salis

3' di lettura

Il quartier generale di Pretziada è un’astronave finita fuori rotta, una casa isolata oltre l’abitato di un piccolo paese del Sulcis, Santadi. E una coppia bellissima, Ivano e Kyre (e i loro figli), sardo-milanese lui, americana lei, gli alieni che la abitano e animano, con un’idea non sai se ai limiti del temerario e del velleitario. Eppure, il loro, è un progetto coerente e ammirevole: ripercorrere la tradizione artigianale sarda e rileggerla con gli occhi esperti ed estranei di chi gli oggetti li disegna per passione, professione e missione. In più, la sapienza di chi tratta i materiali come genitori e allo stesso modo li rispetta e venera: metalli e tessuti, pietre e ferri, diventano vasi e tappeti, ceramiche e campanacci. Sedie, alari. Coltelli, scarpe. Nel quartier generale di Pretziada (“cosa preziosa”), la piccola azienda che sta cercando di scardinare secolari certezze con la propulsione della novità e la forza dei sogni, è scritto che là non sono tollerate inimicizie e pregiudizi. È una posizione filosofica forte, in una terra che troppo spesso, invece, si è nutrita proprio di questi elementi.

Le creazioni di Pretziada (già premiate in questi anni nei meeting di settore) non sono oggetti, ma narrazioni e incontri. Storie di uomini che si appassionano alle forme e ai materiali e trovano soluzioni formali, estetiche e funzionali che servono a ridare linfa alla narrazione di una terra che ha bisogno disperato di stare nella contemporaneità pur con il suo portato millenario. Ed è per questo grumo di significati che l’ultima proposta del duo, in collaborazione, e sotto la guida, di un maestro come Andrea Branzi e di una premiata ditta di fabbri che onora il metallo come i Fratelli Argiolas, è nato un progetto unico nel genere e deviante anche per Pretziada. «Immortale»: serie di 15 sculture, pezzi unici, piccoli menhir (le pietre sacre conficcate nella terra, sparse per tutta l’isola) casalinghi: pietre di nuda e irrimediabile bellezza, scatole di metallo nero. Un incontro che produce pezzi di ieratica maestà, di silenzio eloquente e ripropone all’uomo la sua finitudine e, insieme, il suo essere parte di qualcosa di più grande.

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Roger Caillois, che sulle pietre ha scritto le parole più belle, capiva l’intima essenza del loro segreto. «Esistono fin dall’inizio del pianeta, e a volte provengono da un’altra stella. Precedono l’uomo, e l’uomo, quando è arrivato, non le ha macchiate con l’impronta della sua arte o della sua industria. Gli unici utensili che hanno conosciuto sono quelli che sono serviti a rivelarle: il martello che le sfalda, per manifestarne la geometria latente, la mola che le leviga, per mostrarne la grana o risvegliarne i colori smorti. Sono rimaste quel che erano, nella loro verità: se stesse e null’altro». È qualcosa che dice molto anche della terra, la Sardegna, dalla quale stavolta provengono; terra che di pietre vive.

Ossidiane e trachiti, scuri basalti, pezzi di muretti a secco o sussulti irregolari di roccia: questa collezione – che, per me, è uno dei progetti di design più maturi e convincenti dell’intera carriera di Branzi –, si propone con unitarietà e forza che più che una proposta di design sembra, ed è, una vera opera d’arte d’insieme. Se fossi un museo, o un’istituzione, la vorrei nella sua totalità: il linguaggio antico (e modernissimo) con il quale queste colonne e questi basamenti e queste pietre ci scrutano, sono domanda di tempo, icona di continuità. Evoluzione, progresso, forza dell’immutabile. Manifestazione, appunto, dell’immortale, emozione di vita. Il sublime ossimoro che ci tiene legati al cosmo.

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