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Gli interessi dell’Italia in Turchia? Un business da 15 miliardi all’anno

Il Covid ha frenato gli scambi, che restano comunque importanti, soprattutto nei settori dei macchinari industriali, degli autoveicoli e della chimica

di Giovanna Mancini e Mario Cianflone

Turchia, Draghi: molto dispiaciuto per umiliazione von der Leyen

4' di lettura

Un interscambio commerciale che, prima del Covid, sfiorava i 18 miliardi di euro di valore, secondo le elaborazioni dell’Ice su base Istat, e che anche nel 2020, nonostante la frenata determinata dalla pandemia, aveva comunque un valore di oltre 15 miliardi. Tanto valgono, per l’industria italiana, i rapporti con la Turchia. Quei rapporti di «cooperazione», come li ha definiti il premier Mario Draghi, che è importante salvaguardare pur senza rinunciare a esprimere le diversità di vedute e a ribadire con forza i propri valori e principi.

L’effetto-Draghi sull’interscambio

Difficile dire ora se l’effetto delle parole di Draghi, che ha definito il presidente turco Erdogan un «dittatore», si farà sentire sulle imprese, o se tutto si risolverà in breve tempo con le armi della diplomazia. Fatto sta che, tra gli imprenditori, un po’ di preoccupazione c’è. La Turchia è infatti il 12° Paese nella graduatoria mondiale dell’interscambio con l’italia ed è tra i dieci Paesi in cui – sempre in base alle stime Ice – si prevede la crescita maggiore delle esportazioni nel prossimo biennio.

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Il valore delle esportazioni

Il picco delle esportazioni italiane verso Ankara si è registrato nel 2017, con oltre 10 miliardi di euro di beni made in Italy venduti in Turchia. Nel 2018 c’è stata una brusca frenata (-13,2%), seguita da un ulteriore calo nel 2019 (-4,9%) e nel 2020 (-7,4%). Viceversa le importazioni di beni dalla Turchia verso l’Italia - soprattutto autoveicoli, prodotti della lavorazione di minerali e prodotti tessili - sono andate progressivamente aumentando negli ultimi dieci anni, con un record di 9,45 miliardi di euro raggiunti nel 2019, a cui ha fatto seguito il crollo del 2020 (-21,2%) fortemente condizionato dalla pandemia.

I settori più interessati

I settori più interessati dagli scambi commerciali con la Turchia sono quello dei macchinari e delle apparecchiature (oltre 1,7 miliardi di euro di esportazioni nel 2020), che anche nell’anno del Covid ha visto crescere l’export dell’11,2% e vanta un saldo commerciale attivo di 1,2 miliardi di euro, seguito dagli autoveicoli (oltre un miliardo di export nel 2020, in crescita del 5,3%, ma con saldo negativo per 970 milioni), e dall’industria chimica (918 milioni nel 2020 e un saldo di 540 milioni).

Attive 1.500 aziende italiane

«L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia a livello mondiale e il secondo tra i Paesi europei dietro la Germania – commenta Giovanni Da Pozzo, presidente di Promos Italia –. Il mercato turco è dunque uno sbocco importante per il business internazionale delle nostre imprese, in particolare in alcuni settori. Nel mercato turco sono attive oltre 1.500 imprese italiane, una presenza consistente. Al contempo, si registra una costante crescita di investimenti turchi nel nostro paese. L’Italia, infatti, rappresenta sempre più per la Turchia la porta d’accesso verso il mercato unico europeo che conta circa 500 milioni di consumatori».

Presenza italiana e investimenti in Turchia

Gli investimenti diretti nel 2018 hanno raggiunto i 523 milioni di euro. Attratti in questi anni soprattutto dalla presenza nel Paese di una manodopera giovane e molto qualificata, a costi contenuti rispetto alle medie Ue. In territorio turco operano, direttamente o attraverso società controllate, alcuni tra i principali gruppi della nostra industria, tra cui Salini-WeBuild, Astaldi, Barilla, Ferrero, Benetton, Ermenegildo Zegna, Luxottica, Piaggio, Iveco, Stellantis, Intesa Sanpaolo e Unicredit.

La presenza di Fiat in Turchia è di lunghissima data: supera i cinquant’anni. Infatti, risale al 1969 quando la casa del Lingotto e il gruppo turco Koc diedero vita alla Tofas (Turkish Automotive Factory), società a capitale misto per l’assemblaggio di autovetture. Lo stabilimento si trova in Anatolia, a Bursa, mentre la sede dell’azienda è a Istanbul. Tofas ha attraversato stagioni diverse ed evoluzioni della geografia dell’auto per poi approdare, in questi mesi sotto l’ombrello del gruppo Stellantis originato dalla fusione, avvenuta a gennaio, tra il colosso Francese Psa e l’agglomerato italo americano Fca.

Attualmente è l’unica presenza Stellantis nel Paese, occupa circa 900mila dipendenti e ha una capacità produttiva che si aggira sul mezzo milione di veicoli all’anno. A Bursa sono prodotti veicoli per il mercato locale e per l’’esportazione.

Le preoccupazioni degli imprenditori

È comprensibile perciò che le imprese italiane coinvolte nel business tra i due Paesi guardino con una certa preoccupazione all’irrigidimento dei rapporti tra Bruxelles e Ankara, ma anche a possibili, nuove tensioni con l’Italia stessa, dopo le parole pronunciate giovedì scorso dal premier Mario Draghi e riferite al presidente turco Erdogan.

È presto per dire se queste tensioni possano avere qualche effetto sullo sviluppo delle relazioni commerciali e industriali. È difficile però che una eventuale crisi diplomatica possa minare interessi tanto radicati. È vero tuttavia che le la Turchia rimane un mercato «scivoloso» per le aziende, spiegano al Sole 24 Ore alcuni imprenditori che preferiscono non essere citati, a causa di una situazione economico-finanziaria che negli ultimi anni ha registrato più di una crisi, con il rallentamento della produzione e il deprezzamento della moneta turca, dovuti in parte a scelte politiche quantomeno discutibili.

Tra tutte, la decisione di Erdogan di destituire per la terza volta in due anni, lo scorso marzo, il governatore della Banca Centrale. Una decisione che ha fatto crollare la lira turca, che ha toccato il minimo storico, e ora le imprese italiane – come tutto il mondo economico finanziario – guardano con grande interesse alle prime mosse del suo successore.


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