recensione

Gli interrogativi del costituzionalista nell’era digitale

Nel suo ultimo libro il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, si interroga sulle prossime sfide della tutela della privacy

di Oreste Pollicino

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Nel suo ultimo libro il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, si interroga sulle prossime sfide della tutela della privacy


4' di lettura

Non è un caso che sia la prefazione di un costituzionalista e giudice costituzionale come Giuliano Amato ad aprire “Democrazia e potere dei dati. Libertà, algoritmi, umanesimo digitale”, il nuovo libro di Antonello Soro, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, edito nel 2019 da Baldini e Castoldi, e scritto con la collaborazione di una finissima giurista come Federica Resta.

L’autore, infatti, sin dal titolo, decide di guardare, dal suo osservatorio privilegiato, alle sfide ed alle “scelte tragiche”, come le chiamerebbe Guido Calabresi, che caratterizzano il presente e il futuro della tutela della privacy, attraverso l’individuazione dei valori costituzionali in gioco e i bilanciamenti necessari per garantirne un’adeguata protezione.

Non è neanche un caso che il primo tra detti valori costituzionali sia dall’autore identificato nella dignità della persona, vera e propria bussola del costituzionalismo europeo. Soro è infatti ben consapevole che, se è possibile individuare un tratto caratterizzante del sistema europeo di protezione dei diritti fondamentali, ovviamente privacy inclusa, a confronto con il modello statunitense, questo risieda nell’accentuazione del valore della dignità rispetto a quello di liberty, pura libertà individuale, propria del costituzionalismo americano.

E quale il rischio maggiore, secondo l’autore, che oggi corre il valore della dignità umana, che riempie di significato il diritto fondamentale alla protezione dati come costituzionalizzato dalla Carta europea dei diritti grazie anche, non si dimentichi mai, alla visione di Stefano Rodotà?
Soro si dà una risposta su cui il costituzionalista non può non concordare. Il rischio maggiore sta nell’abuso di potere, sia esso proveniente dall’autorità pubblica sia esso, ed è l’aspetto più inquietante della nuova stagione dell’algoritmo “incostituzionale”, come lo chiamerebbe Andrea Simoncini, di matrice privatistica e proprietaria.

Si sta ovviamente facendo riferimento al potere rappresentato dalle grandi piattaforme digitali che di fatto, oggi, come non dimentica di segnalare l’autore facendo riferimento alla nuova criptovaluta di Facebook, sono vicini anche ad esercitare il potere, prettamente statuale, di battere moneta.

Si assiste dunque a una distorsione del rapporto tra autorità e libertà che, da una dimensione verticale classica che lega il potere pubblico agli individui, si presenta in ambito digitale in una dimensione alternativa: quella orizzontale tra privati: da una parte le grandi piattaforme, nuovi poteri di natura, per l’appunto, privata, dall'altra gli utenti, sempre più in balia di quello che Soro chiama giustamente “capitalismo” estrattivo. Una nuova forma di capitalismo della sorveglianza, alimentato da frammenti, spesso delicatissimi, della nostra vita, vale a dire i nostri dati. Lo stesso autore ricorda, in un’intervista di poco precedente al volume che si commenta, come, alla base di tale nuova forma di capitalismo, vi sia «una trasformazione radicale delle rete, che sta perdendo la sua capacità generativa con il rischio di ridursi a quei minimi interstizi che residuano nell’incrocio di piattaforme sempre più estese e potenti, alimentate dagli utenti, spesso ignari di cedere, in cambio di utilità piccole o grandi, frammenti della propria libertà».

In questo contesto l’intuizione di Soro sta nel riflettere come, citando Alan Dershowitz, i grandi diritti nascano spesso da grandi errori. Il che, per lo studioso di diritto pubblico, si traduce nell’identificazione della missione genetica di natura reattiva propria del costituzionalismo: limitare e contrastare l’eccesso e l’abuso di potere. Ovvero, nell’era digitale, limitare e contrastare la posizione dominante dei grandi poteri privati.

Se infatti, come ricorda lo stesso autore, la privacy, come diritto a non subire interferenze nella propria vita privata, nasce nel diritto internazionale nell’immediato secondo dopoguerra, come reazione alle profonde ingerenze nelle «vite degli altri» realizzate dai regimi totalitari, oggi la sfida più difficile è riuscire a trovare i rimedi più efficaci per tutelare la stessa privacy e gli altri diritti fondamentali nei confronti del consolidarsi del potere algoritmico di natura privata, una espressione più subdola e obliqua, perché non immediatamente identificabile, di potere.

Ecco che allora Soro sembra interrogarsi su quale sia il momento in cui alcune forme di iniziativa economica, specialmente in ambito digitale, si trasformano tecnicamente in potere e, conseguentemente, quale strumentario offra oggi il diritto, e in particolare il diritto costituzionale, per reagire a tale trasformazione.

Tuttavia, le domande che si pone l’autore non si esauriscono solo alla fase di comprensione del fenomeno, ma riflettono anche sugli strumenti interpretativi a disposizione del diritto per potere incidere positivamente sullo status quo.

Di fronte all’“erompere”, ricordando Predieri, dei nuovi poteri privati, quali i possibili rimedi che siano in grado di assolvere, anche in ambito digitale, alla missione originaria del costituzionalismo, vale a dire limitare e incanalare il potere (originariamente esclusivamente di natura pubblicistica)?

Difficile dare una risposta esaustiva a quello che sembra essere l’interrogativo cruciale del costituzionalista nell’era digitale. Due in ogni caso, sono i possibili percorsi, non alternativi, che vengono in mente grazie alla lettura di questo prezioso volume.
In primo luogo: prendere sul serio le Carte europee dei diritti fondamentali esistenti e vincolanti. E, in modo particolare, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che prevede espressamente un diritto alla protezione dei propri dati personali. Una previsione, quest’ultima, che è stata la leva su cui si è poggiata la giurisprudenza di tenore costituzionale degli ultimi anni della Corte di giustizia in materia di privacy digitale, i cui principi fondativi, come ricorda lo stesso Soro, hanno poi costituito l’architrave del nuovo quadro giuridico europeo, contribuendo a delineare il diritto in questione come presidio di libertà delle scelte di vita individuali.

In secondo luogo: provare a enucleare, dai diritti esistenti, nuove declinazioni degli stessi che siano in grado di rafforzare la posizione dell’individuo vis-à-vis i nuovi poteri algoritmici di natura privata. Si pensi al diritto all’accesso, ma specialmente ai diritti di spiegazione e traduzione dell’algoritmo. Perché un algoritmo incomprensibile costituisce, per definizione, l’humus privilegiato per alimentare quella forma assai pericolosa di capitalismo estrattivo cui prima si faceva riferimento.

In conclusione, se è vero, come si diceva, che i grandi diritti nascono da grandi errori, non ci si può però più permettere di sbagliare sulla direzione corretta da intraprendere, che è quella di realizzare un umanesimo digitale che riporti la dignità della persona al centro dell’ecosistema tecnologico, per una protezione effettiva dei diritti fondamentali in Europa, a cominciare dal diritto alla protezione dei dati personali.
Si tratterebbe di un errore imperdonabile: si avvicina il momento dell'impatto al suolo, e non ci si può permettere di ripetere, ricordando la scena finale di un film capolavoro, “fin qui tutto bene”.

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