intervista a Pierre Gramegna

«Gli investimenti vanno esclusi dai deficit pubblici»

Il ministro delle Finanze del Lussemburgo ritiene opportuno scorporare anche gli interventi sull’ambiente modificando in tal senso le regole europee

di Isabella Bufacchi


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Pierre Gramegna (Afp)

4' di lettura

LUSSEMBURGO, dal nostro inviato. «La crescita economica in Europa si sta indebolendo. Penso sia arrivato il momento di modificare le nostre regole europee e tenere fuori dal calcolo del deficit gli investimenti produttivi». Pierre Gramegna, ministro delle Finanze del Lussemburgo, ha le idee chiare, come per il suo Paese così per l’area dell’euro. Gli investimenti pubblici aumenteranno nel 2020 in Lussemburgo, grazie anche a un debito/Pil al 20%: per esempio il servizio di trasporto pubblico diventerà gratuito. Gramegna domani interverrà a Milano al seminario “Luxembourg for Finance” per promuovere la piazza finanziaria lussemburghese che già ospita 130 banche, cinque italiane, e un’industria del risparmio gestito da 4.500 miliardi di assets under management, più di 250 gestiti da istituti italiani.

Anche in Lussemburgo sono arrivati i tassi negativi, un terremoto per il risparmio gestito: con che impatto?
Gli effetti collaterali dei tassi negativi sono effetti secondari. La politica monetaria della Bce ha salvato l’euro e ha consentito di creare 14 milioni di nuovi posti di lavoro dopo la crisi. La più grande difficoltà non è data dai tassi negativi, ma dai margini su prestiti e servizi finanziari che si sono ridotti molto. I margini sono più alti negli Usa ed è per questo che le banche americane hanno profitti più elevati delle banche europee. La concorrenza stessa comprime i margini, e in Europa c’è un eccesso di offerta, ma trasferire il costo dei tassi negativi alla clientela è difficile. Un impatto importante dei tassi negativi lo stiamo osservando sul mercato immobiliare: in tutte le capitali e le grandi città europee i prezzi sono saliti e stanno salendo ancora. Non penso sia una bolla, ma è l’effetto meccanico dell’opportunità data dai prestiti a tassi molto vantaggiosi per chi ha adeguate garanzie per indebitarsi.

La politica monetaria della Bce ha salvato l’euro ma non può fare tutto da sola, deve essere accompagnata da politiche fiscali espansive. È d’accordo?
Negli ultimi dieci anni l’area dell’euro ha avuto un deficit di investimenti: misurati in percentuale del Pil gli investimenti non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi del 2007. Negli ultimi due, tre anni quasi tutti i Paesi dell’Eurozona hanno rispettato il Patto di Stabilità e Crescita ma la crescita economica si sta indebolendo. Penso che sia arrivato il momento di modificare le nostre regole in modo da tenere fuori dal calcolo del deficit gli investimenti produttivi. Una cosa è spendere un euro per sussidi, stipendi, spesa sociale e altra cosa è spendere un euro per costruire un aeroporto o per il cambiamento climatico. Queste ultime sono spese che possono essere ammortizzate e dunque vanno trattate in modo diverso: dico di più, andrà incoraggiata la spesa pubblica che può salvare il clima e proteggere l’ambiente.

Per scorporare gli investimenti produttivi dal calcolo del deficit andrà modificato il Trattato? Sarebbe un percorso lungo da esito incerto...
Non propongo la riscrittura del Trattato o la creazione di un nuovo Trattato, non è necessario fare questo. Ritengo sia piuttosto una questione di interpretazione del Trattato che abbiamo. Tutto si può fare quando c’è la volontà politica. Come si dice... volere è potere.

La volontà politica però sembra si stia perdendo proprio ora sull’Unione bancaria, che è in stallo: la garanzia unica sui depositi bancari non va avanti e la riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, è controversa in Italia e rischia di saltare sul filo del traguardo. Il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz ha avanzato una proposta che non piace a molti. Che ne pensa?
Non sono d’accordo. L’Unione bancaria sta avanzando: il primo pilastro, il Fondo di risoluzione unico, lo stiamo già alimentando. Un altro pilastro, il Meccanismo unico di vigilanza, è operativo a pieni giri. Sul Mes, siamo tutti d’accordo che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità è buona per l’Eurozona e per l’Italia. In quanto alla garanzia unica sui depositi bancari, la proposta del ministro Scholz è positiva perché dimostra che la Germania è aperta al dialogo, è pronta a discuterne.

Scholz propone la riduzione dei rischi attraverso il calo delle sofferenze e anche dell’esposizione al debito sovrano, dei titoli di Stato in bilancio. Si apre così il dialogo?
La riduzione dei rischi che deve accompagnare la condivisione dei rischi inizialmente non era stata definita in dettaglio, era rimasto un concetto generico. Poi questi rischi sono stati definiti con i Npl e non altro. Scholz adesso mette sul tavolo anche l’esposizione al rischio sovrano, andando oltre. Se questo è un modo per riavviare una discussione a tutto campo, se si tratta di presentarsi con una vera apertura al dialogo sulla garanzia unica sui depositi per andare avanti, va bene. Ma se tutte le condizioni menzionate dalla proposta Scholz dovessero diventare pre-condizioni della Germania, e se dovessero essere rispettate tutte al 100%, allora difficilmente si andrà avanti. Ma sono convinto che quando c’è una vera volontà a cercare un accordo, la soluzione si trova.

Lo stesso può dirsi per Brexit?
Non possiamo giudicare la decisione del popolo di un altro Paese, dobbiamo rispettarla. È una buona notizia se sarà evitato lo scoglio del no-deal, ma quando il Regno Unito uscirà dalla Ue, farà uscire anche una grande piazza finanziaria. Londra resterà comunque in Europa e sarà nell’interesse di tutti, anche dell’Europa continentale, ristabilire relazioni in maniera intelligente, anche se diventerà tutto più complicato dopo Brexit. L’accesso automatico al mercato unico europeo da parte delle imprese britanniche sarà perduto ma non dobbiamo rendere questa nuova situazione troppo complicata. Basterà che un’impresa, una banca, un fondo britannico si stabilisca nella Ue con una propria sede, per diventare nuovamente europeo.

È già iniziato l’esodo da Londra al Lussemburgo?
Circa 60 players da Londra hanno scelto il Lussemburgo: una trentina erano già qui e hanno potenziato la loro presenza aumentando il numero dei dipendenti, gli altri che non si erano ancora insediati in Europa Continentale hanno deciso di sbarcare qui da noi. Si tratta di gestori di fondi, gestori patrimoniali e compagnie di assicurazione, ramo danni soprattutto. Anche alcuni colossi americani stanno rafforzando la loro presenza in Lussemburgo: Citi, JPMorgan, Northern Trust. E il Lussemburgo sta attraendo nuove realtà anche dal settore FinTech, a decine: la start-up italiana, Satispay, ha sede in Lussemburgo. Se da un lato siamo contenti di attrarre business da Londra, dall’altro lato intendiamo mantenere un legame con la City e puntiamo a ricreare un nuovo rapporto dopo l’uscita del Regno Unito dalla Ue.

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