noi e gli altri

Gli investitori Usa credono nell’Italia. Ma con riserva

di Laura Cavestri

(Fotolia)

3' di lettura

La buona notizia è che, per le aziende statunitensi presenti in Italia, il nostro è un Paese dove investire. Però dobbiamo mettere mano ai nostri problemi endemici. E convincere gli investitori presenti a incrementare il loro impegno, ma soprattutto quelli che ancora non ci sono a entrare in Italia. Che cosa pensano gli investitori statunitensi del «Sistema Italia» è il tema dell’indagine di AmCham, la Camera di Commercio statunitense in Italia, dal titolo «Boosting Italy».

Secondo l’Fdi Confidencd Index di At Kearney, l’Italia, l’anno scorso, è passata dal sedicesimo al tredicesimo posto nel ranking di competitività. Allo stesso tempo, secondo i dati del Bureau of Economic Analysis del Dipartimento Usa del Commercio, dal 2003 al 2015 gli investimenti Usa in Italia sono diminuiti del 2,6%, passando da 23,1 a 22,5 miliardi di dollari. Contemporaneamente, gli investimenti italiani negli Stati Uniti hanno invece registrato un aumento del 312,6%, passando dai 6,9 miliardi di dollari del 2003 ai 28,6 miliardi del 2015.

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Il sondaggio, svolto tra il top management delle imprese statunitensi in Italia, fa emergere che nonostante il calo nel flusso di investimenti Usa diretti verso il nostro Paese, le aziende americane già presenti in Italia (il 93% degli intervistati) ci riconoscono un valore che le induce non solo a rimanere ma anche a continuare a investire. Quasi il 30% ci riconosce l’alta qualità del capitale umano, il 20% le capacità tecnologiche e di innovazione e il 17% le dimensioni del mercato e la capacità, dell’Italia, di essere un hub per tutta l’area del Mediterraneo.

Tuttavia, non sappiamo attirare i nuovi investitori anche per quei vincoli e ostacoli strutturali che ci pongono in retrolinea rispetto ai nostri partner europei e le aspettative di miglioramento a 3-5 anni per il contesto di attrazione degli investimenti restano limitate: il 66,7% si attende un moderato miglioramento, il 33,3% nessun cambiamento. La voce «miglioramenti significativi» si attesta a un magrissimo e inequivocabile 0%.

Le criticità sono note: l’inefficienza dei processi legali e normativi (ovvero l’assenza di cultura del servizio della Pa, tempi certi per permessi e attività, tempistica indefinita nei processi civili e penali) preoccupa il 22%; il continuo stato di incertezza sulle imposte da pagare negli anni (e non è un problema di tax rate, di cui le imprese non si lamentano più di tanto) è prioritario per quasi il 20%; la burocrazia e mancanza di trasparenza, così come il costo del lavoro, sono problemi, rispettivamente, per il 12%. Infine, l’11% è preoccupato della performance economica e del rischio-Paese.

La proposta di AmCham, rivolta al governo, punta a tre macro-aree di intervento, per rendere una Pubblica amministrazione più «investor friendly»: sveltire il sistema della giustizia civile, accelerando il rafforzamento del Tribunale delle imprese per accorciare i tempi di definizione delle controversie riguardanti le società con sede all’estero. E ancora: sviluppare il concetto di one-stop-shop nel Paese (ad esempio organizzare un servizio di Investor Tutor con durata 5 anni e creare un sistema di fast track con la Pa).

Infine – e qui il compito è dell’italia e delle sue agenzie di promozione – identificare un maggior numero di progetti di dimensioni tali da attrarre l’interesse di grandi iinvestitori esteri, estendendoli anche al di fuori del settore delle infrastrutture. Una mano può venire dallo sviluppo di sinergie sul fronte del manifatturiero 4.0 e da quel quasi 70% che ci vede un hub per la logistica integrata verso l’Europa del Nord, l’Africa e il Medio Oriente. Ma il credito che abbiamo va alimentato dal merito.

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