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Gli invisibili del lavoro digitale in cerca di senso (e compenso)

Come è dolce la parola chiave “piattaforma”, quando suadente ti trasmette la sensazione di essere salito a bordo della nave dei nuovi lavori

di Aldo Bonomi

(sdecoret - stock.adobe.com)

3' di lettura

Come è dolce la parola chiave “piattaforma”, quando suadente ti trasmette la sensazione di essere salito a bordo della nave dei nuovi lavori. Con il vento in poppa dell’algoritmo ti porta “oltre le mura dell’impresa”. Ti senti freelance, talmente libero da dimenticare che l’algoritmo si divide in due: chi ce l’ha e quelli a cui dà il ritmo. Che non è un ritmo da poco se tanti ne trovi spiaggiati sul territorio a fare i rider con le biciclette e i magazzinieri elettronici dentro e fuori con camioncini come lance per le consegne. Se guardi dentro alle “fabbriche della cultura” mappate dal Rapporto Federculture ne vedrai tanti all’opera nei musei, nelle fondazioni, negli enti lirici, nei festival… Indagando la composizione sociale al lavoro nella piattaforma territoriale del Salone del Mobile milanese vedrai “il mobile” volare nella iperattualità vestito e rappresentato da creativi, eventologi, film maker, librettisti d’impresa, comunicatori… I distretti del mobile volano nella società dello spettacolo. Questo riuscivo a vedere nel mio andare per microcosmi nelle piattaforme territoriali. Anche perché nelle piattaforme logistiche dei rider e dove atterra Amazon si sono sviluppate forme di conflitto che rivendicano diritti di reddito e senso verso quelli che danno il ritmo. È di questi giorni la protesta dei lavoratori di cooperative di servizi culturali che lavorano presso musei e biblioteche del Comune di Milano con un salario orario di 4 euro. Mi aiuta ad alzare lo sguardo per salire sulla tolda della nave un maestro della ricerca sul tema del lavoro autonomo, Sergio Bologna.

Con la sua introduzione ragionata alla ricerca “Dietro le quinte. Indagine sul lavoro autonomo nell’audiovisivo e nella editoria libraria” (realizzata da Acta, associazione dei freelance) per i quaderni della Fondazione Brodolini, ci porta dentro le contraddizioni del lavoro cognitivo. Scavando nei processi identitari di quelli che producono immagine, racconto, contenuti e libri, altro dalle biciclette e dai camioncini, percepiscono meno lo iato stridente dell’algoritmo e della piattaforma che ti dà il ritmo. Ai piani alti dove si lavora comunicando Sergio pone il nodo del «come tutelare sé stessi nel mercato, nei rapporti con la committenza, su come gestire le proprie competenze… e su come affrontare le problematiche economiche, in primo luogo la questione dei compensi…». Né per quelli delle biciclette né per i comunicanti stiamo raccontando un margine ma bensì, un centro. Se è vero come è vero che nella pandemia le piattaforme del cibo e della merce a domicilio e quelle degli audiovisivi e dell’editoria sono diventate macchine di profitti e di investimenti di big player. È un salto d’epoca, un salto dalle partite Iva del lavoro autonomo di seconda generazione raccontate da Bologna a quello di terza generazione delle piattaforme. Salto realizzato e dispiegato nel mondo dell’audiovisivo dove «la tecnologia determina il lavoro… identità professionale e organizzazione».

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Emblematico il salto evidenziato dalla ricerca nel passaggio dall’analogico al digitale che ha mutato tipologie di impresa e i loro rapporti con fornitori e clienti. «Nel caso di salti tecnologici il fattore generazionale conta», come conta nel disarticolare la troupe come comunità di lavoro che teneva assieme autori e tecnici con forza contrattuale rispetto al lavoro digitale possibile nel tuo ufficio-casa. Fascino dello smart working che segmentato nasconde il lavoro digitale a domicilio. Almeno nel settore degli audiovisivi rimangono i titoli di coda come copyright, a differenza degli invisibili nel ciclo disperso della editoria libraria. Con l’irrompere di nuovi supporti alla lettura, per esempio nel campo degli audiolibri, ha avvicinato i due segmenti di mercato indagati creando una serie di professioni indispensabili alla sopravvivenza delle imprese editoriali come il marketing digitale. Nel salto d’epoca le professioni tradizionali, editing, impaginazione, correzione bozze, si trasformano e si accorpano nel multitasking dal tuo ufficio-casa. Nel commentare queste piattaforme che sono cemento nel comando e polvere nei lavori dei comunicanti, Sergio Bologna ne interroga le identità, ponendo sempre il tema nodale dell’equo compenso e del senso e significato del lavoro autonomo.

Da sempre con Anna Soru di Acta, si interroga sul come fare condensa del volgo disperso del lavoro autonomo nelle piattaforme territoriali e digitali. In questa ricerca in sintonia con le conclusioni giuslavoriste di Semenza, Razzolini, Pilati, si guarda alle istituzioni europee che hanno aperto una consultazione riconoscendo ai rider il diritto alla contrattazione collettiva in quanto governati da una piattaforma digitale, organizzati e valutati da un algoritmo. Bologna conclude auspicando che «questo diritto si estenderebbe a tutti i lavoratori su piattaforma, compresi quelli delle professioni cognitive». Riflessione che interroga embrioni di rappresentanze come Federculture e si mette in mezzo al dibattito sul lavoro povero tra chi dentro le mura dell’impresa guarda al cuneo fiscale e fuori dalle mura al salario minimo per legge.

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