letture

«Gli occhi vuoti dei santi»: una potente educazione sentimental-letteraria

Contraddicendo moltissimi luoghi comuni, Giorgio Ghiotti confeziona una raccolta di racconti precisa ed elegante, in un itinerario di vite scolpite ai bordi che sperimentano le forme possibili d'iniziazione

di Chiara Palumbo


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4' di lettura

«La sapienza stilistica di Ellis fa pensare a un vecchio professionista; ma scaturiscono dalle pagine un'energia, una disperazione, che rivelano tutta l'adolescenza dell'autore». Lo scriveva Fernanda Pivano di Bret Easton Ellis, nel paratesto del suo romanzo d’esordio, Meno di Zero, che lo impose come una delle voci più interessanti della sua generazione. Una chiosa che si attaglierebbe bene anche a Giorgio Ghiotti, che pure non è all'esordio, nonostante un'età verdissima.

Si tenga però lontana da lui ogni retorica sullo “scrittor giovane”: in primo luogo perché la sua bibliografia è quella di un autore prolifico e affermato, ma soprattutto perché le pagine della sua nuova raccolta di racconti, Gli occhi vuoti dei santi, - che Hacca editore pubblica proseguendo sul percorso di acuta osservazione e di cura della qualità che ha intrapreso – trasudano una consapevolezza, una maturità autorale e un’esattezza che, se ci si fosse astenuti dal compulsare biografie dentro e fuori la rete, lo descriverebbero con ben altro profilo da quello restituito dalla realtà.

Eppure, Ghiotti smentisce parecchi luoghi comuni. A cominciare da quello sulla sorte inevitabilmente negletta dei racconti nel mercato editoriale italiano, sempre frettoloso di ricordare a chiunque abbia aspirazioni d'autore che i racconti non si scrivono perché, in Italia, non si vendono. La raccolta di Ghiotti, invece, non solo sta suscitando un meritato interesse, ma al di là dei conti squisitamente economici, si erge a dimostrare come forse, la misura della qualità ha ancora un peso, e non solo per sognatori e idealisti sotto i trent'anni.

E del resto – commenta a margine di una presentazione, sorridendo – in un mercato asfittico come quello editoriale sorprende come i direttori siano sempre molto abili a sapere cosa non vende, quando si è potuto salutare – lo dice il rapporto AIE presentato alla Buchmesse di Francoforte – solo una manciata di giorni fa il primo timido rialzo nelle vendite dell’editoria italiana negli ultimi dieci anni.

Ad ogni modo, ci sono addetti ai lavori – quelli che hanno pubblicato i lavori di Ghiotti, ad esempio – che questo tipo di convinzioni le lasciano da parte, e danno spazio a una silloge come questa, che nella forma breve e incisiva di dodici istantanee per poco meno di duecento pagine, tratteggia mondi sorprendenti, ma ancor di più dà aria a uno stile elegantissimo, raffinato, modellato da un lavoro di cesello che offre alle parole che sceglie il respiro ampio della prosa e il suono della poesia.

A sostenerle, una rete fittissima di riferimenti narrativi. Ghiotti «parla di letteratura con una passione travolgente e una sicurezza, un'arroganza perdonabili solo alla giovinezza» e lo scrive. Così facendo dà forma a un'educazione letteraria e sentimentale di alto livello (che smentisce, ancora una volta, una lunga teoria di luoghi comuni generazionali), e la cui abbondanza non risente mai dell'ansia dell'accumulo o della dimostrazione. Sono racconti che aprono piccoli squarci o condensano intere sagre familiari in poche pagine o poche frasi, acute abbastanza da rendere l’intensità dei suoi personaggi, e della rete di rimandi interni che li lega, e aiuta l'autore a «raccontare l’altra faccia, quella sghemba» della realtà.

Sono pagine, le sue, abitate di personaggi che ci somigliano, e ci elevano, frammenti di vite uniche e non speciali, “creature periferiche”, di donne che hanno «passato la maggior parte della loro vita a convincere gli altri di non essere cattive», di uomini in cerca di sè. Una realtà che riconosce e rifugge la normalità, «la tragedia più urgente della mia infanzia», mentre la vita accade, mossa soprattutto dalla pulsione di morte e da quella sessuale. Maneggiare due archetipi del genere senza risultare triti o presuntuosi è sfida ardua, e Ghiotti lo fa affidando alla morte un realismo non senza magia – e del resto «io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere» - e declinando la sessualità in narrazioni di corpi che sono sempre percorsi di scoperta. Dei suoi personaggi l’autore isola gli istanti di cambiamento, quelli in cui fanno esperienza. Dell'essere desiderati, del desiderio, dello stato di grazia del «porgere l’orecchio ai mostri che abbiamo dentro» .

Santi e crudeli, liberi e convinti di essere «protagonisti sulla scena del mondo», come solo in quella frazione della vita si può essere. I suoi protagonisti forse somigliano al loro autore. «Non hanno la spensieratezza dei fanciulli né la serietà satura degli adulti. È che la grazia a quell'età addolcisce i lineamenti e immalinconisce i pensieri».
In una geografia di oggetti vendicativi e periferie dell’anima dentro città in costante movimento lo sguardo acuto dell'autore è filtrato da una lente famigliare dove i padri sono centrali.

Eppure, in una messe di padri esistenziali e madri letterarie, che Ghiotti stesso identifica e sovente dichiara, con gratitudine (e del resto, ringraziare è riconoscere) l'autore romano trova una terza via, la sua, che non lo schiaccia mai, per raccontare quello che Magrelli descrive come «Un difetto dello sguardo, che causa lesioni nel cuore». E allora forse, è proprio in pagine come le sue, così simili a certi giovani, figli dell’anima e dei nostri sogni «bello e perturbante come le cose che non ci si aspetta» sta ancora, oggi, il compito e il valore della letteratura, che «rievoca eventi che avevamo dati per persi e agli eventi accosta i sentimenti, li riconsegna intatti nel tempo».

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