Lo spettatore

Gli occhiali del giurista e lo sguardo di Ortega y Gasset

di Natalino Irti

(Алексей Филатов - stock.adobe.com)

5' di lettura

Questa rubrica, destinata ad accogliere pensieri domenicali (quando se ne dia occasione e gusto di scrittura), osa prender titolo dai saggi di un insigne filosofo spagnolo, José Ortega y Gasset. Il quale, in piccoli quaderni apparsi tra il 1916 e il 1934, fu “El Espectador” degli eventi più vari, capaci di destare curiosità e imporre riflessione.

Ma non solo il titolo, poiché Ortega vi esprimeva il proprio rapporto con il mondo e la propria filosofia. È quasi passata in moda, o consuetudine di citazione, la frase «Io sono me stesso e la mia circostanza»: dove «circostanza» sta a indicare tutto ciò che ci è intorno, e ci avvolge, ed esige una nostra presa di posizione. Lo spettatore guarda questo ricco mondo dal suo punto di vista: dalla sua «prospettiva», diceva Ortega.

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Lo guarda – è da chiarire – come da lontano, da una certa distanza, non già perché ne sia estraneo (anch’egli appartiene a quel mondo), ma nella tensione di capire i movimenti più nascosti, le forze storiche che lottano e corrono l’incognita del vincere o del soccombere. Il «prospettivismo» non è opaca e inerte neutralità, ma franca scelta di un punto di vista, di un angolo di osservazione, che permetta di abbracciare gli eventi, di sorprenderne la logica interna, e di misurarne l’energia distruttiva o costruttiva. Ha scritto Ortega in una delle pagine più nette e sicure: «Ogni vita è un punto di vista sull’universo. A rigore, ciò che essa vede non lo può vedere un’altra. Ogni individuo – persona, popolo, epoca – è un organo insostituibile per la conquista della verità. … Ciascun individuo è un punto di vista essenziale».

I tempi, che il destino ha assegnati alla nostra vita, sono densi di eventi. La tecno-economia, ha planetaria coalizione fra tecnica ed economia, che Ortega poteva soltanto intravvedere (ma pur ne colse la immane potenza), domina la natura e la storia degli uomini. Si approntano difese del clima e dell’ambiente; si ridefinisce lo scopo dell’impresa, che si vorrebbe etica o sostenibile; si elevano «diritti umani» o «fondamentali» a protezione dell’uomo nella sua identità biologica; si prefigurano nuove forme di democrazia; si rimedita lo stesso concetto di libertà.

Un addensarsi di problemi e interrogativi, che esigono, non solo sensibilità storica e volontà di governo politico, ma pure l’occhio degli spettatori, gli «amici del guardare», a cui si rivolgeva Ortega. Per guardare, cioè provare a capire ciò che accade o può accadere, è necessaria la fatica della distanza, del trarsi fuori dall’immediatezza delle cose, dello scorgere un senso d’insieme. La fatica è forse più agevole per il giurista (e tale è, e rimane, l’autore di questa colonnina): più agevole, poiché egli ragiona e argomenta in base a schemi normativi e criteri istituzionali; ma anche più ardua, poiché il suo sguardo deve slargarsi e toccare ambiti contigui o lontani della vita collettiva.

Il giurista è come uno spettatore fornito di occhiali particolari, che illuminano alcune cose, ma altre (e sono la più parte) nascondono e velano di nebbia. Allora egli ha l’impegno di diradarla, e di spingersi, come può, fino all’estremo limite della propria comprensione, dove l’assenza di forma fa sospettare la minaccia del caos. Può dirsi spettatore delle “forme”, siano esse proprie di istituti già saldi e duraturi o soltanto labili emergenze e preannunci del domani: ma sempre “forme”, cioè fisionomie costruite dagli uomini per la necessità della convivenza. Il suo compito sta nello scoprirle o intuirle, e nel ridurle a quel tanto o poco di razionalità che i tempi concedono. Egli non propone né suggerisce, non consiglia né condanna, ma sta in vigile attesa.

Nonostante la pandemia, oggi la disoccupazione è la metà di quella del 2005 e il prodotto interno lordo pro-capite è cresciuto due volte più velocemente di quello inglese, francese o giapponese. È comprensibile che più del 70 per cento dei tedeschi si consideri felice per la propria situazione economica. Angela Merkel ha fatto molto anche per l’Europa. Ha salvato il Trattato costituzionale, bocciato dagli elettori francesi e olandesi nel 2005, trasferendone una buona parte nel Trattato di Lisbona (entrato in vigore nel dicembre 2009). Ha garantito la copertura politica al “whatever it takes” (2012) dell’allora presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, per contrastare la speculazione contro l’euro. Ha favorito una risposta compatta dell’Unione europea (Ue) all’invasione russa della Crimea (2014). Ha accolto nel suo Paese più di un milione di rifugiati siriani (2015). Ha consentito che venisse approvato Next Generation EU (2020), nonostante avesse dichiarato nel passato la sua contrarietà alla formazione di debito europeo. Non vi è dubbio che gli europei, non solo i tedeschi, dovrebbero esserle grati.

Passiamo alle ombre. Di fronte alle crisi, l’attitudine di Angela Merkel è stata quella di procrastinare la decisione, prendendola solamente quando la situazione poteva sfuggirle di mano. Così avvenne con il salvataggio della Grecia nella prima metà del decennio scorso, giunto quando il fallimento finanziario di quel Paese avrebbe messo in difficoltà le banche tedesche (oltre che francesi e olandesi) che avevano prestato fondi in maniera eccessiva (ed “irresponsabile”, secondo l’allora capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard). Lungo tutta la crisi dell’euro, accettò che si affermasse una narrativa che contrapponeva i “peccatori del sud” (perché fiscalmente dissoluti) ai “santi del nord” (perché campioni di sobrietà). Raramente ha riconosciuto che un euro sottovalutato forniva vantaggi alla Germania esportatrice e svantaggi a chi (nel sud) non poteva esportare. Soprattutto, come ha scritto Adriana Cerretelli su Il Sole 24 Ore, la sua bussola è consistita nel dare priorità agli interessi commerciali del suo Paese, anche rispetto alla difesa dei diritti umani o alla promozione della solidarietà tra europei. È stata sua convinzione che la democrazia si espandesse con i commerci (“Wandel durch Handel”), al punto che alcuni studiosi (Matthias Matthijs e Daniel Kelemen) hanno parlato di “Merkentilism”. Non ha mai criticato apertamente Viktor Orbàn o Jarosław Kaczyński, consentendo che si formassero vere e proprie autocrazie in Ungheria e in Polonia, non solo per ragioni storiche (la Germania ha un debito morale nei confronti di quei Paesi) ma soprattutto per ragioni economiche (in quanto quei Paesi, disponendo di forza lavoro a basso costo, sono necessari alla catena di valore dell’industria automobilistica tedesca). Ha imposto all’Ue di siglare un accordo (2016) con la Turchia autocratica di Recep Tayyip Erdoğan, fornendo a quest’ultima soldi e promesse affinché trattenesse nei suoi confini i rifugiati provenienti dal medio-oriente. Ha difeso il progetto di gasdotto Nord Stream 2 che rafforza la Russia e indebolisce l’Ucraina, in quanto utile (all’industria tedesca) per ottenere energia a basso costo, nonostante le minacce alla sicurezza europea che quel progetto comporta. Ha promosso rapporti commerciali sempre più stretti con la Cina, evitando di criticare quest’ultima per la sua politica repressiva nei confronti di Hong Kong oppure per il lavoro schiavistico che impone agli uiguri dello Hinjiang. Durante la presidenza tedesca semestrale dell’Ue della seconda metà dell’anno scorso, ha spinto affinché l’Ue firmasse un accordo commerciale con la Cina (EU-China Comprehensive Agreement on Investment) che favoriva poche multinazionali (gran parte delle quali tedesche), nonostante le critiche americane e, soprattutto, del Parlamento europeo (che, infatti, ne ha congelato l’approvazione). Ha scritto recentemente Alan Beattie del Financial Times, “l’ossessione di Merkel di fare gli interessi commerciali e geoeconomici della Germania” è il risultato di un “cinismo…presente nel German corporate establishment, che guarda con sufficienza all’etica delle operazioni internazionali”. Anche le critiche non mancano.

Insomma, Angela Merkel, come succede ai grandi leader, ha operato tra luci ed ombre. Ha fatto andare avanti la Germania e ha impedito che l’Europa andasse indietro. Non è poco. Ma non è abbastanza.

di
Natalino
Irti

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