Lo spettatore

Gli sfollati tra presente e passato

di Natalino Irti

(Reuters)

3' di lettura

Tornavamo dallo “sfollamento”. Che strana parola, piena di remota densità, come di uomini che si disperdano e scompaiano nello spazio. Non elegante, non comune, non quotidiana, appartiene al linguaggio di una generazione superstite. No, non generazione, ma singoli individui, per i quali essa desta memorie, descrive episodi lontani, rinnova dolore e sofferenza. Si sfollava dalle città bombardate, o esposte a incursioni aeree, per importanza politica, rilievo strategico, scelte militari.
Gli “sfollati” cercavano riparo in borghi di montagna, paesi di pianura, o nelle “piccole patrie”, luoghi nativi da cui si attendeva quasi una protezione di avi e di antichi Lari. Le divinità dei luoghi e delle famiglie erano chiamate in soccorso.

La guerra ormai infuriava al Nord. Aperta la strada di Cassino (ahimè, la barbara distruzione dell’abbazia benedettina), liberata Roma nel giugno 1944, si poteva tornare dallo sfollamento nei rifugî abruzzesi (codesta è l’esperienza dello Spettatore). Lo sfollamento ha in sé, accanto al distacco e al farsi lontano, anche il presagio di un ritorno. E il ritorno si ebbe in città devastate, in abitazioni con le nude occhiaie delle finestre, in strade ancora disseminate di pericoli. La vita si ridestò, animata dalla speranza e dalla volontà ricostruttrice. Non era ancora la piatta e sazia normalità; duravano razionamenti, scarsità di cibo, intermittenza di gas ed energia elettrica.

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Ciò che oggi fa paura, e agghiaccia l’animo, allora vivemmo. Secchi arbusti, che gli scolari recavano da casa, ardevano nelle stufe di ghisa.

Ne nacque, non soltanto freschezza di iniziative e progetti, ma un’austera serietà di individui e famiglie. Gli edifici furono restaurati, ripresero fervidi i mercati, tornarono a funzionare gli uffici pubblici; e insieme - ecco il tratto più inatteso e nuovo – si accesero conflitti ideologici e contrasti di partiti. Questa intensità di vita, intellettuale e pratica, riempiva il tempo e riscaldava gli animi. Le lotte erano schiette e dure: fascismo e antifascismo, repubblica o monarchia, dottrina sociale della Chiesa cattolica e comunismo, e così seguitando attraverso antichi metodi e moderni stili di pensiero. Il “comizio”, tenuto nelle vecchie piazze o da balconi di nobili dimore, era il simbolo di questa ansia di dialogo, di un misurarsi e contraddirsi l’uno di fronte all’altro.

Si avvertiva il preannuncio di un nuovo ordine, l’incalzare di forze storiche che, uscite dalla guerra più robuste e salde, provavano a costruire un altro assetto dell’Italia e del mondo. Né c’era da stupirsene, poiché la storia degli uomini, in un divenire senza sosta e senza meta (una meta che a noi sia dato di sapere o congetturare), conosce rovine di Stati ed imperi, tramonti e rinascite. Si narra dagli storici che Scipione Africano piangesse dinanzi alle fiamme distruttrici della vinta Cartagine, e, a suoi stupiti ufficiali e soldati, confidasse che il suo pensiero correva al destino di Roma. Questa coscienza storica, che certo negli “sfollati” era incerta, e velata da luci ed ombre, è compagna della vita più sensibile e aperta: la quale non si ferma e chiude nell’ieri, negli ordini ormai stanchi o disfatti, ma è capace di intuire o intravvedere il corso delle cose.

Lo Spettatore si rende ben conto di stringere insieme presente e passato, memoria di esperienze lontane e presagî sul futuro, ma anche sa che ci sono misteriosi richiami e tacite affinità, da cui l’animo non riesce a liberarsi. E tutte chiedono che la pagina domenicale, resa più sciolta e audace, le registri e trascenda nell’oggettività della scrittura.

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