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Gli sguardi inediti della Biennale dei fotografi del mondo arabo contemporaneo

Al Marais molte occasioni per scoprire gli scatti: l’approccio è più riflessivo su una realtà scossa da cambiamenti talvolta anche violenti. Il curatore della Biennale Gabriel Bauret ci accompagna nel percorso

di Filippo Maggia


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Karen Hassayag (Marocco)

4' di lettura

Creata nel 2015 per iniziativa dell'Institut du Monde Arabe presieduto da Jack Lang in collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie , allora diretta da Jean-Luc Monterosso, la terza “ Biennale dei fotografi del mondo arabo contemporaneo ” è in corso a Parigi sino al 24 novembre prossimo. Un appuntamento da non perdere per gli sguardi inediti che offre su Paesi di cui solitamente sentiamo parlare – e di cui vediamo immagini – nelle breaking news dei telegiornali che riferiscono di conflitti armati, questioni religiose o problemi politici fra fazioni opposte. Proprio da questa percezione vuole distanziarsi nelle scelte artistiche il curatore della Biennale, Gabriel Bauret: “per proporre un approccio più riflessivo, in un certo senso più sereno. Una visione artistica, che ovviamente non vuol dire che gli artisti non parlino della realtà in cui vivono e operano”.

Troisième biennale des photographes du monde arabe contemporain

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Libanesi al Marais
Un esempio di questo pensiero che in effetti traspare in maniera evidente visitando le differenti esposizioni circoscritte alla zona del Marais in spazi pubblici e gallerie private, è la mostra dedicata al Libano – dopo l'Algeria e la Tunisia nel 2017 – presso l'Institut du Monde Arabe, intitolata appunto “Liban, Réalités & Fictions”. La mostra, a cura di Gabriel Bauret, guarda al nuovo che avanza senza però dimenticare il recente passato: la guerra che devastò Beirut tra il 1975 e il 1990. Non a caso la collettiva si apre con un cortometraggio realizzato da Tanino Musso che, nel 1991, accompagnò René Burri, Fouad Elkoury, Robert Frank e Sélim Nassib a documentare Beirut prima della ricostruzione, con loro Gabriele Basilico che proprio a Beirut realizzò un lavoro di straordinaria lucidità e impatto, ancora oggi uno dei punti più alti mai raggiunti dalla fotografia di documentazione. Dei 19 artisti invitati, più della metà sono nati negli anni della guerra civile, e Bauret tiene a sottolineare come il loro sguardo, per quanto proiettato verso il futuro, sia ancora fortemente implicato con: “la realtà sociale, culturale, la questione degli immigrati, le comunità straniere, il paesaggio urbano che muta e, non ultimo, l'indagine sui desaparecidos durante la guerra civile”.

Può sorprendere il fatto che non compaiano nomi ormai celebrati dall'arte contemporanea come Akram Zaatari (fondatore nel 1997 della Arab Image Foundation con Fouad Elkoury e Samer Mohad), Ziad Antar o Fouad Elkoury, rappresentati da importanti gallerie come Almine Rech, Sfeir-Semler o Kurimanzutto regolarmente presenti nei grandi appuntamenti come Art Basel , ma si è voluto privilegiare quegli artisti che risiedono a Beirut dando loro la visibilità di cui necessitano per affermarsi internazionalmente.

Dall’Egitto al Marocco
Un investimento, come può esserlo con un tasso di rischio un po' più elevato, è quello fatto per la selezione dei giovani fotografi invitati a partecipare alla mostra dedicata all'Egitto dal titolo “Hakawi (Récits d'une Egypte Contemporaine)”, dove 16 fotografi tra i 20 e i 30 anni, con una sorprendente maggioranza femminile, raccontano i loro sogni e desideri.

Particolare la scelta fatta per rappresentare il Marocco: da un lato tre autori – l'italiano Marco Barbon con i francesi Flore e Adrien Boyer – che, ricorda Bauret nella lunga intervista rilasciata al Sole 24 Ore: “propongono una visione personale del Paese nordafricano e in particolare di Casablanca e Tangeri, attraverso un approccio plastico che tende a privilegiare le forme”; dall'altro Karen Assayag che espone un lavoro interamente realizzato sulla spiaggia Ain Diab di Casablanca, dove negli anni Settanta si svolgevano concorsi per “Miss in bikini” mentre oggi nessuna donna si presenta in costume da bagno e la spiaggia è quasi interamente riservata agli uomini: “uno sguardo impegnato e profondo sulla società marocchina di oggi, e sulle mutazioni che ricadono sulla vita quotidiana delle donne. Noi (la Biennale) teniamo molto a preservare questa diversità di approcci, queste differenti appropriazioni del medium fotografico”.

Sperimentare
Senza dubbio è proprio questa la principale caratteristica della “Biennale dei fotografi del mondo arabo”: una disponibilità pressoché totale a esplorare realtà già di per sé distanti dalla nostra attraverso ogni possibile declinazione offerta dal linguaggio delle immagini, restando comunque nel campo della fotografia e favorendo autori emergenti (si giustificano così altre assenze eccellenti, quali l'egiziano Wael Shawki, i palestinesi Ahlam Shibli e Taysir Batniji, il marocchino Mounir Fatmi).
Ulteriore esempio di questa propensione alla sperimentazione è la personale che vede protagonista Hassan Hajjaj, fotografo, designer e film maker, marocchino di nascita ma londinese a tutti gli effetti, essendo residente nella capitale britannica da oltre 40 anni. La Maison Européenne de la Photographie gli dedica un'ampia antologica, nella quale le tradizioni e la cultura del suo Paese di origine si fondono con la scena culturale e musicale inglese dando vita a un universo di immagini colorate dove sembra di sentire il sound della musica reggae e hip hop. Pur essendo questa una mostra che un po' stride all'interno di un programma che inevitabilmente predilige temi di carattere sociale, le immagini di Hajjaj secondo Bauret: “riescono a sedurre il pubblico più giovane: un cocktail gioioso di generi che s'incrociano, un altro modo ancora di produrre immagini”.

La presenza italiana alla Biennale è arricchita dai lavori di Giorgia Fiorio (presso la storica galleria di Agathe Gaillard ) e Patrizia Mussa, tanto diverse nello stile quanto entrambe ossessionate dalla ricerca formale nella composizione delle loro immagini. Le opere della Mussa sono il frutto della rilettura di fotografie realizzate in Yemen e Afghanistan (in mostra alla Galerie XII di Valérie-Anne Giscard d'Estaing) negli anni Settanta, oggi riprese per venir colorate manualmente con pastelli su carta acquarello. Un procedimento lungo che consente di ottenere opere che, pur in edizione, sono da considerarsi “uniche”.
Non a caso, Gabriel Bauret conclude la conversazione sostenendo che: “ciò che è importante per noi è il modo in cui la forma è al servizio di un proposito progettuale, che sia questo intriso di significati o, al contrario, essenzialmente poetico piuttosto che plastico. È il modo in cui l'artista si appropria della fotografia per esprimere preoccupazioni e desideri personali”.

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