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Gli spedizionieri chiedono una Zes per il porto di Genova

di Raoul de Forcade

3' di lettura

Creare una Zes (zona economica speciale) che si estende «lungo l’intero perimetro portuale genovese e oltre, fino a comprendere i retroporti di Rivalta Scriva, Alessandra e Piacenza». La proposta arriva da Spediporto, l’associazione degli spedizionieri di Genova, per bocca del presidente Alessandro Pitto, che l’ha lanciata nel corso dell’annuale assemblea dei soci.

«Sappiamo – ha affermato – che il Governo italiano parrebbe orientato a dare vita ad alcune Zes localizzate nelle regioni del Sud (Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia), sarebbe però un errore non immaginare la creazione di zone economiche speciali anche nei retroporti del Nordovest e Nordest d’Italia. È molto probabile che nei prossimi anni molta dell'attività produttiva delocalizzata nel Far East torni ad avvicinarsi al mercato di destinazione finale dei prodotti».

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Pitto ha ricordato anche che il progetto egiziano di raddoppio del canale di Suez ha fatto nascere anche «un master plan da 220 miliardi di dollari finalizzato alla realizzazione di un'area ad alta densità industriale». E che «punta di diamante di questa progettualità saranno le aree di Port Said e di Ain Sokhna, dove verranno sviluppate aree industriali, zone franche e due enormi aree da oltre 4mila ettari» per agroalimentare e food industry.

Anche in Grecia, al Pireo, il gruppo Cosco (Cina) «oltre alla strategia di investire in un porto di transhipment», punta a «creare una base logistica, dotata di una free trade zone, funzionale a facilitare la produzione e la vendita dei prodotti sul mercato Ue. Nella stessa prospettiva deve, a nostro avviso, collocarsi la joint venture tra Apm terminals (Maersk) e Cosco shipping ports, per la gestione del terminal portacontainer di Vado Ligure e per la gestione del Reefer terminal» (sempre a Vado, ndr).

La tendenza, ha proseguito Pitto, «è quella di ricercare soluzioni di logistica che includano, oltre al momento portuale, anche quello di lavorazione e manipolazione delle merci a condizioni economiche e fiscali favorevoli. Ecco perché strategicamente per la nostra regione e per la nostra città avrebbe grande senso inserirsi, con un progetto strutturato, all’interno della politica di rilancio delle Zes».

«Nel porto di Genova e Savona – ha sottolineato Pitto – già oggi sbarcano rinfuse, semilavorati e ogni genere di bene. Ampliando l’offerta del porto attraverso la creazione di una Zes intra e retroportuale, gli insediamenti produttivi dediti alla fase di lavorazione packaging, personalizzazione e distribuzione potrebbero crescere esponenzialmente».

In Polonia l’introduzione delle Zes, tra 2003 e 2012 (ora ce ne sono 14), ha contribuito, ha spiegato Pitto, alla crescita media del Pil nelle regioni interessate pari al 4,12%, con investimenti che, trainati da grandi multinazionali come General motors, Toyota e Fiat, hanno superato i 20 miliardi e nel decennio 2005-2015 hanno creato 213mila nuovi posti di lavoro.

E se, come ha spiegato Maurizio D’Amico, segretario generale del consultative board di Femoza, l’associazione mondiale delle zone franche e delle Zes, creare una zona economica speciale può essere più facile nel Sud Italia, in aree per le quali l’Ue prevede la possibilità di concedere maggiori incentivi fiscali alle imprese, anche nel Nord si possono creare modelli di Zes evolute che, pur potendo giovarsi di minori sgravi fiscali, possono attirare aziende garantendo anche semplificazioni amministrative, doganali e infrastrutturali.

«Una volta superato lo scoglio Ue sugli aiuti di Stato – ha concluso Paolo Emilio Signorini, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure occidentale (Genova e Savona) – direi che Genova è posizionata meglio di altri porti, in Europa, per ospitare una Zes».

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