la strategia di trump

Gli Stati Uniti verso il ritiro dalla Siria e dal Medio Oriente (salvo ripensamenti)

di Roberto Bongiorni

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5' di lettura

L’accordo sul nucleare iraniano? Barack Obama lo aveva salutato come «una storica intesa». Per Donald Trump è solo «uno dei peggiori accordi mai fatti dagli Stati Uniti». Le relazioni con l’Arabia Saudita? Erano precipitate ai minimi storici con Obama. Per Trump l’alleanza forgiata lo scorso giugno con Riad è la più solida e strategica che gli Stati Uniti possano oggi vantare con un Paese arabo in Medio Oriente. Gerusalemme capitale di Israele? Obama era contrario. Trump ha sorpreso il mondo riconoscendola e annunciando lo spostamento dell’ambasciata americana. L’accordo di Parigi sul clima? Per Obama era «l’opportunità migliore per salvare il pianeta», firmata in una «giornata storica». Trump ha disfatto il lavoro, sancendo l’uscita degli Stati Uniti.

Obama e Trump sono agli antipodi su quasi tutti i dossier internazionali, tranne che su quello relativo alla Siria

Su quasi ogni dossier internazionale i due presidenti americani sono agli antipodi. Eppure su quello più complesso, ovvero la guerra civile siriana, Donald Trump sembra aver ripreso la controversa strategia - diplomaticamente certo non redditizia - del suo predecessore: uscire quanto prima dal pantano siriano limitando i danni.

Il graduale disimpegno americano dal Medio Oriente

Trump non ha mai mostrato un grande entusiasmo per la presenza militare americana in Medio Oriente. E se ha indugiato fino ad ora, la ragione rispondeva soprattutto a un obiettivo: sconfiggere l’Isis in modo da ridurre sensibilmente la minaccia di attacchi terroristici in America ed Europa.
Per centrare questo traguardo gli Stati Uniti hanno seguito due binari. Da un lato si sono messi a capo di una coalizione internazionale contro l’Isis, partita nel settembre del 2014 e proseguita fino ad oggi con intensi bombardamenti dal cielo. Dall’altro hanno contribuito a creare una fanteria multietnica, le Syrian democratic forces (Sdf), fornendo armamenti e inviando militari per addestrarli. Le Sdf, in cui le milizie curde (Ypg) rappresentano almeno l’80%, hanno conseguito risultati ben al di sopra delle aspettative. L’Isis ha così perduto oltre il 90% del territorio riducendosi a un manipolo di cellule sparse presenti in alcuni tratti della Valle dell’Eufrate. Ma comunque sempre molto pericolose e pronte a riorganizzarsi.

«Dopo aver eliminato l’Isis dalla circolazione usciremo dalla Siria, sembra, molto presto»

A fine marzo Trump ha rotto gli indugi: «Dopo aver eliminato l’Isis dalla circolazione usciremo dalla Siria, sembra, molto presto». Nessuna menzione alla crisi umanitaria, alle stragi, all’uso di armi chimiche da parte del regime.
Sembra quasi che per Trump qualunque cosa gli Stati Uniti facciano in Medio Oriente sia solo una perdita di tempo e di denaro. Lui stesso lo ha precisato: «Non abbiamo ottenuto niente in Medio Oriente se non 7mila miliardi di dollari spesi in 17 anni». Certo, il presidente americano ha abituato il mondo a clamorosi annunci seguiti da altrettanto clamorose marce indietro. Lo ha fatto, per esempio, con l’Afghanistan.

Lasciare la Siria: un regalo all’Iran che non piace a Israele

Tensione in Medio Oriente, 'abbattuto' F16 israeliano

Se Trump decidesse davvero di ritirare i suoi 2mila militari stanziati nelle zone della Siria settentrionale controllate dai curdi, ma anche le forze speziali al seguito delle Sdf nei dintorni di Raqqa e delle aree petrolifere, il primo a giovarne sarebbe l’Iran. Non è un segreto che la Repubblica islamica, alleata del regime siriano di Bashar al-Assad, aspiri a consolidare la sua presenza in Siria, creando un ponte con Damasco e Beirut. In altre parole gli Ayatollah si aprirebbero un corridoio sciita importantissimo con uno sbocco sul Mediterraneo. Uno scenario visto con estrema preoccupazione da Israele. Il Governo di Gerusalemme è ormai convinto che una guerra con gli Hezbollah libanesi, i più solidi alleati di Teheran, non sia più una questione di se ma di quando. Assistere all’Iran che costruisce basi militari in Siria potendo così colpire Israele da Libano e Siria meridionale sarebbe inaccettabile.

La rinascita dell’Isis

È altrettanto concreto il pericolo che, una volta ritirati i militari americani, e forse sospesi i bombardamenti aerei e le forniture militari, l’Isis possa riorganizzarsi e rialzare la testa. Niente di più facile per molti osservatori. Anche per il Pentagono, che vorrebbe mantenere i militari americani per un periodo imprecisato di tempo, certo non breve.

Putin, Erdogan e Rohani: la nuova Yalta mediorientale
Il dinamismo delle potenze interessate a forgiare la “Siria di domani” dovrebbe già essere un campanello di allarme per Washington. La conferenza tenutasi i giorni scorsi a Istanbul tra il presidente russo Vladimir Putin, quello iraniano Hassan Rohani e l’ospite, il turco Recep Tayyip Erdogan, ha di fatto sancito la volontà di questi paesi di preservare l'unità territoriale della Siria. In altre parole, Erdogan sembra aver accettato che il presidente Bashar al-Assad, il suo rivale che voleva detronizzato, resti al potere in Siria. Ma al contempo avrebbe ottenuto una sorta di via libera da parte di Mosca e Teheran nel proseguimento dell’offensiva contro le milizie curdo siriane (Ypg). Che agli occhi di Ankara sono movimento terrorista da debellare al pari del Pkk. Una frase contenuta nel documento finale del vertice è inequivocabile: le parti sono contrarie a «tutti i tentativi di creare nuove realtà sul terreno con il pretesto della lotta al terrorismo».

A rischio il sogno dell’autonomia curda

Siria, 70 morti in sospetto attacco chimico su Duma

Per i curdi siriani è un momento drammatico. Dopo aver perso il cantone di Afrin, conquistato dall'esercito turco dopo quasi due mesi di offensiva, ora temono che la Yalta mediorientale e il disinteresse degli Stati Uniti minaccino l’esistenza stessa del Rojava. Per quasi sei anni i territori della Siria nord orientale erano divenuti uno Pseudo stato curdo. Un’area estesa quasi un terzo del Paese in cui erano state create delle amministrazioni, un sistema giuridico e governativo. Impegnato a contrastare i ribelli sunniti e l’Isis, il regime di Damasco aveva sostanzialmente tollerato questa situazione.
Non il governo turco. Che ora punta ad estendere la sua campagna militare contro gli altri distretti della Siria settentrionale controllati dalle Ypg curde.

I curdi siriani, la fazione che ha dato il maggior contribuito nella guerra contro l’Isis, ora si sentono abbandonati

Ricorrendo a toni durissimi, Erdogan ha più volte intimato gli americani di abbandonare le basi militari, soprattutto a Manbij.
I curdi siriani, la fazione che ha dato il maggior contribuito nella guerra contro l’Isis, ora si sentono abbandonati da quella grande potenza che li aveva addestrati e armati nella guerra contro l’Isis. Se lasciati soli, probabilmente soccomberanno.

Trump a Riad: se volete che restiamo allora pagateci
Ben inteso. Anche Trump sa bene che se i militari americani dovessero ritirarsi Iran, Russia e il regime di Damasco consoliderebbero le loro posizioni. Ancor più di Israele, sarebbe inaccettabile per l’Arabia Saudita, nemica storica dell’Iran. Da quando è stato nominato principe ereditario, lo scorso giugno, Mohammed Bin Salman ha intensificato la sua offensiva diplomatica - e non solo - per isolare l’Iran.

«Bene, se volete che noi rimaniamo, allora forse dovrete pagare. È molto costoso per il nostro Paese».

Il ritiro dei soldati americani dalla Siria sarebbe visto come uno schiaffo, se non un tradimento. La soluzione proposta da Trump ai sauditi appare tuttavia tanto provocatoria, quanto inusuale: «Bene, se volete che noi rimaniamo, allora forse dovrete pagare. È molto costoso per il nostro Paese».
Quasi che l’esercito più potente del mondo, l’esercito del Paese che vuole esportare nel mondo il suo modello democratico, sia divenuto improvvisamente un’armata di mercenaristoria sul ritiro americano dalla Siria e dal Medio Oriente.

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