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Gli stimoli di Trump restano nel segno del vecchio petrolio

Lo Stimulus package da tremila miliardi di dollari non ha previsto fondi per la transizione green. Il Nobel Stiglitz: solo Biden presidente può garantire un futuro

di Laura La Posta

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((Adobe Stock)

Lo Stimulus package da tremila miliardi di dollari non ha previsto fondi per la transizione green. Il Nobel Stiglitz: solo Biden presidente può garantire un futuro


3' di lettura

Tremila miliardi di dollari per stimolare l’economia americana messa in ginocchio dal prolungato lockdown da Covid-19. E nemmeno una misura che possa essere definita green. L’accordo bipartisan per varare il Cares act e le altre misure dello Stimulus package ha seguito il diktat del presidente Donald Trump, che il 24 marzo aveva twittato: «Queste misure non hanno niente a che vedere con il ridicolo Green new deal, ma servono a salvare i lavoratori e le imprese americane». Il presidente ha minacciato il veto in caso di blitz ambientalisti nei provvedimenti.

I democratici hanno almeno limitato i danni, evitando altri incentivi a Big Oil proposti dai repubblicani. Niente di sorprendente, in realtà: oil & gas valgono quasi 10 milioni di posti di lavoro negli Usa e negli ultimi 30 i big del settore hanno finanziato i repubblicani con 570 milioni di dollari, secondo il Center for responsive politics. Così, la Speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, non ha ottenuto le misure chieste per agevolare la transizione necessaria a limitare le emissioni nocive del secondo Paese più inquinante del pianeta. Un Paese diventato una potenza dei combustibili fossili negli ultimi 10 anni, grazie a shale oil & gas tardivamente sfruttati (con gravi danni all’ambiente).

Bocciato anche il rinnovo degli incentivi alle fonti rinnovabili in scadenza, varati dall’amministrazione Obama (con Joe Biden vicepresidente) in un pacchetto da 90 miliardi contenuto nell’American recovery and reinvestment act del 2009. Persino in un secondo eventuale Stimulus bill, da varare prima delle elezioni presidenziali, di incentivi green non ci sarebbe traccia.

«Non ci resta che sperare nella vittoria di Joe Biden il 3 novembre, per salvare l’America da un declino inarrestabile e i giovani dai danni che stiamo creando al pianeta», ha commentato al recente webinar del Project syndicate sul “Green recovery” Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, professore della Columbia university e co-autore del secondo Rapporto dell’Ipcc, la principale autorità scientifica sui cambiamenti climatici.

«Sono stati spesi tremila miliardi di dollari senza una visione globale, secondo una formula “business as usual” che danneggerà l’economia nel medio periodo, innescando altre crisi legate ai cambiamenti climatici in atto - ha spiegato Stiglitz -. Invece sarebbe stato necessario agevolare la transizione, non solo energetica, indispensabile per invertire la rotta, vincolando le imprese ad abbassare l’impronta ecologica in cambio dei fondi pubblici».

I danni di un secondo mandato di Trump sarebbero gravi, secondo il Nobel. «Invece l’elezione dello sfidante democratico Biden consentirebbe più ottimismo - ha argomentato Stiglitz -: la ripresa americana sarebbe improntata alla costruzione di una vera green economy. Ma a due condizioni: che i posti di lavoro del nuovo clean business vengano creati prima di distruggere quelli legati ai combustibili fossili e che si vari una carbon tax più forte in particolare sulle imprese più inquinanti, per finanziare gli investimenti necessari alla svolta. Bisogna dimostrare agli americani che il cambiamento può creare opportunità di lavoro».

Va in questa direzione il piano Clean energy revolution di Biden, che prevede 2mila miliardi di dollari di investimenti in 4 anni, per avere solo energia pulita entro il 2035 e trasporti pubblici, case e auto ecofriendly, in modo da creare milioni di posti di lavoro e da realizzare la visione “Build back better” nel post-Covid. Biden promette anche il rientro negli Accordi di Parigi sul clima, da cui si è sfilato Trump, un ruolo da leader globale sotto il segno dell’ambiente e nuove misure per realizzare una vera giustizia sociale ambientale (necessarie perché ora i danni dell’inquinamento colpiscono soprattutto le comunità di colore e quelle più povere). I fondi per attuare il piano verrebbero dall’abolizione delle misure fiscali a vantaggio delle imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, varate da Trump.

«Il progetto può funzionare - ha concluso Stiglitz - e credo nella volontà sincera di Biden di realizzarlo, ma andrebbe accompagnato da nuove normative e da incentivi economici. E soprattutto dovrebbe prima convincere gli elettori, tradizionalmente prudenti su questi temi».

La prudenza è d’obbligo, quindi. Ma qualcosa sta cambiando negli Stati Uniti. Secondo un sondaggio del Yale program on climate change communication, il 27% degli americani sarebbero “molto preoccupati” per i cambiamenti climatici: il doppio rispetto al 2008. Una percentuale in sicuro aumento, dopo i recenti vasti incendi non solo in California e le tempeste tropicali innescati dal climate change.

Va considerato inoltre che metà degli Stati americani hanno varato misure green in opposizione alle politiche federali e che migliaia di corporation stanno riducendo l’impronta ecologica e voltando le spalle ai combustibili fossili: 330 Ceo delle big company, da Microsoft a Nike, hanno di recente chiesto al Congresso politiche climate-smart per avviare la ripresa. Forse presto la parola green non suonerà più “ridicola” a Trump.

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