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Gli studi a caccia di aggregazione Commercialisti e legali in «pole position»

Stp e Sta superano quota 5mila (mille solo in Lombardia), metà per attività legali e contabili. Ma i numeri assoluti restano bassi

di Valeria Uva

Commercialisti: una rete al femminile tra le elette degli Ordini

3' di lettura

Crescono, in modo lento ma costante, le aggregazioni societarie tra professionisti. E a farla da padrone sono proprio gli avvocati, i commercialisti e i consulenti del lavoro. In oltre tre anni e mezzo – in mezzo alla tempesta della pandemia e ora della guerra – le società tra professionisti censite da Infocamere nel Registro imprese sono più che raddoppiate, passando dalle 2.500 del dicembre 2018 alle attuali 5.350, metà delle quali, appunto, classificate come attività legali e contabili.

Certo i numeri restano in assoluto bassi rispetto al pulviscolo di studi individuali ed associati, anche considerando che il modello societario è nato ormai dieci anni anni fa, come alternativa all’esercizio della professione sotto forma di studio individuale o associato per favorire le economie di scala e la crescita dei professionisti anche attraverso la multidisciplinarietà.  

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Del resto, alla trasformazione in società continuano a mancare incentivi di qualsiasi tipo; anzi, si registrano persino delle penalizzazioni, a partire dalla mancata neutralità fiscale della stessa operazione di aggregazione.

Da studi individuali a società
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L’aumento

Il Covid sembra non aver intaccato di molto la propensione a trasformarsi in società tra professionisti (Stp) o in società tra avvocati (Sta): nel periodo intermedio di giugno 2021 le Stp erano già 4.129, con un aumento del 60% rispetto a fine 2018.

Di queste appunto 2.478 svolgono attività legale e contabile, ma di fatto il peso delle società tra avvocati è ridotto: 170 in tutto a giugno, solo tre in più rispetto a un anno prima. Mentre alla Cassa dei commercialisti risultano iscritte 1.414 Stp a fine 2021. Con una crescita - segnala l’ultimo rapporto sulla professione presentato la scorsa settimana all’Assemblea dei presidenti del Cndcec - più marcata per la prima volta, al Sud (+20,4%) rispetto al Nord (+17,8%).

Oltre allo sprint di avvocati e commercialisti, anche le professioni sanitarie hanno consolidato le aggregazioni, seguite dagli studi di architettura e ingegneria (si veda il grafico). In realtà, in termini assoluti questi ultimi sono pochissimi: 333 soltanto le Stp (escluse le società di ingegneria, vere e proprie aziende di medio grande dimensione) a fronte di una platea potenziale di circa 174mila tra architetti e ingegneri liberi professionisti iscritti a Inarcassa.

La dinamica territoriale premia, come è naturale, le regioni più vivaci dal punto di vista economico: al primo posto la Lombardia con mille Stp, seguita dal Lazio e Veneto. Indietro, oltre alle più piccole Valle d’Aosta e Molise, anche il Friuli Venezia Giulia.

Le dimensioni

A scegliere la forma societaria non sono solo le grandi realtà: se si guarda al capitale sociale versato, ad esempio, una su due si ferma a 10mila euro, dato solo lievemente in aumento rispetto al 2018. E anche il personale - post trasformazione - è quello di realtà ancora medio-piccole: schiacciante la prevalenza della classe da 1 a 9 addetti (frequente nel 88% dei casi); oltre i 50 si colloca un infinitesimale 0,2 per cento.

La redditività

La scelta dell’aggregazione continua a premiare. In base ai dati forniti dalla Cassa dei commercialisti, ad esempio, chi esercita la professione in forma associata o societaria (totale o parziale) ha avuto nel 2020 un reddito medio pari a ben 125 mila euro (volume d’affari 245 mila euro) contro i 49 mila euro di chi lo fa in forma individuale (volume d’affari 80mila euro). A premiare non è tanto la forma giuridica, quanto la sola scelta di aggregarsi che inevitabilmente comporta un aumento dimensionale e del fatturato. Ancora più in dettaglio lo dimostrano i dati di MpO, advisor per le aggregazioni professionali, su un campione di 140 studi, di cui sono state analizzate nel dettaglio tutte le variabili di bilancio. Ebbene, anche tra le realtà individuali formalmente in attivo se si sottraggono i compensi del dominus la redditività entra in territorio negativo. «Al di sotto dei 100mila euro di fatturato è quasi impossibile che un dominus riesca a ripagarsi interamente il proprio lavoro e in questa situazione nel campione si trova la gran parte degli studi individuali» spiega Corrado Mandirola, ad di MpO. «Solo al di sopra dei 150mila euro si inizia a soddisfare il costo implicito del dominus. Oltre i 500mila euro non vi sono studi con redditività scarse, e la gran parte di questi è organizzata in forma associata o societaria».

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