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Gli ucraini cercano nelle urne la via d’uscita dall’«inferno sociale»

di Antonella Scott


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Un seggio elettorale allestito per i soldati ucraini vicino alla linea del fronte, nella regione di Donetsk

3' di lettura

I problemi finanziari dell’Ucraina risalgono a prima della rivoluzione del Maidan, al 2013: quando era ancora al potere il presidente filo-russo Viktor Yanukovich. «Ci rivolgemmo all’Unione Europea, per chiedere nuovi fondi - ricorda Mykhailo Minakov, Senior Fellow al Woodrow Wilson International Centre for Scholars di Washington -. La Ue ci offrì 3 miliardi di euro nell’arco di alcuni anni. Ma per sopravvivere alla crisi finanziaria, all’Ucraina serviva di più. Così ci rivolgemmo ai russi, che offrirono 14 miliardi in tre anni, tre subito. A patto che non accettassimo l’Accordo di associazione alla Ue».

E poi venne la guerra. La perdita della Crimea, il conflitto nel Donbass hanno stravolto l’agenda politica e impostato l’economia ucraina sull’impegno militare, una necessità che si è intrecciata alla linea europeista e riformatrice dibattuta sul Maidan, la piazza teatro delle proteste contro Yanukovich. «Tra il 2014 e il 2015 abbiamo perso tra il 13 e il 15% del Pil - continua Minakov -, un calo enorme: probabilmente l’Ucraina è il solo tra i Paesi dell’ex Urss a non essere risalita ai livelli del 1991, quanto a Pil pro capite. E ora è tra i più poveri d’Europa. Dal 2016 la crescita è costante, del 2 o 3%, ma non è sufficiente a compensare il calo. Gli oligarchi, che in questi anni avevano perso più della metà di quanto avevano nel 2013, stanno tornando ai livelli pre-crisi: ma non le famiglie ucraine. Ecco perché i più poveri dicono che si stava meglio con Yanukovich, anche se solo per motivi economici».

Al centro del problema è la guerra, che costringe a destinare quasi il 6% del budget ucraino alla difesa. «Il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina è il Fondo monetario - dice Minakov -, ma le sue condizioni sono molto rigide: riforme che abbiamo sempre cercato di rinviare». Come l’aumento dei prezzi del gas, che incidono seriamente in un Paese in cui il salario medio equivale a 310 euro, le pensioni tra i 50 e i 75 euro. Il programma del Fondo che in totale prometteva 17,5 miliardi di dollari, congelato per la lentezza delle riforme, è stato sostituito in extremis con un piano più breve, che aiuterà l’Ucraina a superare i due anni più difficili - 2019 e 2020 - in cui vengono in scadenza 17 miliardi di rimborsi del debito estero. Se non avessimo il denaro dell’Fmi probabilmente non saremmo in grado di pagare. Non voglio parlare di un rischio default: la comunità internazionale è impegnata ad aiutarci a sopravvivere. Ma certo, siamo in una situazione molto difficile».

«Andate al diavolo»: il fenomeno Zelenskiy

E ora la gente si sente tradita dall’élite politica emersa da quella che gli ucraini chiamano la Rivoluzione della Dignità. «Zelenskiy - spiega il professor Minakov - è un modo per gli ucraini per dire alla classe dirigente: “andate al diavolo”. Realizzate solo parzialmente, le riforme - in parte europeiste, in parte legate alla guerra - hanno assestato lo shock senza poter dare anche il sollievo. E oggi i sociologi definiscono la situazione in cui vive la maggior parte degli ucraini “inferno sociale”. Mentre l’Accordo di associazione alla Ue (firmato nel 2014, entrato in vigore nel 2017) ha aperto l’Ucraina all’Europa, ma non viceversa: l’Ucraina non ha vinto molto, mentre ha perduto il grande mercato russo».

In questa situazione, cresce l’esercito di chi cerca lavoro altrove: su una popolazione in età lavorativa di 17,8 milioni di persone, fonti ucraine calcolano che 7-9 milioni hanno lasciato il Paese. La maggior parte in Russia, malgrado tutto. Altri in Polonia, forza lavoro ora contesa dalla Germania. «E adesso - dice Minakov - gli oligarchi si lamentano di non trovare abbastanza operai nei loro impianti. Ma la differenza è nel ricevere 100 euro qui al mese, oppure 800 in Polonia».

Gli ucraini sono stanchi, si sente ripetere. Ed è su questo che potrebbe scommettere il Cremlino, per riprendere l’iniziativa in Ucraina. Aspettare che, esausto, il Paese accetti l’”aiuto” già offerto nel lontano 2013.

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