le accuse di washington

Gli Usa: «Hacker cinesi spiano Chiesa, Dalai Lama, dissidenti di Hong Kong e segreti sul Covid-19»

Atto di accusa del Dipartimento di Giustizia americano contro due cittadini cinesi che da oltre 10 anni entrano dentro i computer di mezzo mondo, a partire da aziende militari e sanitarie. Oltre che dissidenti e religiosi

di Roberto Galullo

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(Ansa)

Atto di accusa del Dipartimento di Giustizia americano contro due cittadini cinesi che da oltre 10 anni entrano dentro i computer di mezzo mondo, a partire da aziende militari e sanitarie. Oltre che dissidenti e religiosi


4' di lettura

«Gli imputati sono presunti innocenti fino a prova contraria in tribunale»: si conclude così, come sempre, la nota del Dipartimento della Giustizia americano sui due cittadini cinesi accusati di hackerare tutto ciò che si può. Proprietà intellettuale, informazioni commerciali riservate, segreti industriali, segreti militari, mail della Chiesa e dei dissidenti di Hong Kong, formule allo studio contro il Covid-19 e chi più ne ha più ne metta. Il tutto per un valore di centinaia di miliardi dollari, come si legge nell'atto di accusa .

Gli imputati tornavano spesso a colpire aziende, enti governativi e organizzazioni da cui avevano precedentemente rubato dati, in alcuni casi anni dopo il primo furto riuscito. Non contenti di questo i due – che secondo gli Usa agivano direttamente per conto del Ministero della Sicurezza di Stato e per la sua branca regionale nel Guangdong (GSSD) del Ministero della Sicurezza dello Stato (MSS) – mietevano vittime in giro per il mondo a scopo di lucro personale. Procediamo con ordine.

Qui Washington

Le accuse sono state pronunciate e spiegate dal vice procuratore generale per la sicurezza nazionale John C. Demers, dal vicedirettore dell'Fbi David Bowdich, dal procuratore del distretto orientale di Washington William D. Hyslop e dall'agente speciale incaricato della divisione di Seattle Field dell'Fbi, Raymond Duda.

Il gran giurì federale a Spokane, nel distretto di Washington, ha chiesto il rinvio a giudizio all'inizio di questo mese per due hacker, Li Xiaoyu di 34 anni, e Dong Jiazhi di 33 anni, cittadini e residenti nella Repubblica popolare cinese, per aver violato i sistemi informatici di centinaia di aziende, governi, organizzazioni non governative e singoli dissidenti, clero e attivisti democratici e per i diritti umani negli Stati Uniti e all'estero, comprese Hong Kong e la Cina.

Gli imputati (che sono ricercati ma resteranno verosimilmente uccel di bosco) in alcuni casi hanno agito per il loro personale guadagno finanziario, e in altri a favore della grande patria cinese e relative agenzie governative.

Anche il Dalai Lama

Nell'atto di accusa si legge che i due spiavano anche la corrispondenza telematica degli organizzatori delle proteste anti-Cina in corso ad Hong Kong, di vari dissidenti, della Chiesa cristiana nello Xi'An, della Chinese Christian house non riconosciuta dalla Repubblica popolare, dell'animatore delle proteste (datate) a Tienammen e perfino le mail tra i dissidenti e il Dalai Lama. Tutto, scrive il dipartimento della Giustizia, di fondamentale interesse per la Cina. I due rispondevano immediatamente agli input del governo cinese, eseguendo ciecamente gli ordini.

Dieci anni di attività

Gli Usa sono entrati in azione ora probabilmente per due motivi: la guerra a tutto campo con la Cina accelerata dallo scontro con Huawei e la supremazia sulla tecnologia 5G e la corsa miliardaria al vaccino anti Covid-19 (con aziende californiane spiate da febbraio 2020).

Insomma, sale il livello della tensione e gli Usa mostrano i muscoli nei confronti di due cinesi che agivano (indisturbati?) da oltre dieci anni contro le aziende di Paesi con industrie ad alta tecnologia, tra cui Stati Uniti, Australia, Belgio, Germania, Giappone, Lituania, Paesi Bassi, Spagna, Corea del Sud, Svezia e Regno Unito.

Le industrie prese di mira sono impegnate nella produzione ad alta tecnologia di dispositivi medici, ingegneria civile e industriale, software commerciali, educativi e di gioco, energia solare, prodotti farmaceutici, difesa.

Sanità nel mirino

Le informazioni avrebbero dato alla concorrenza un vantaggio sul mercato, fornendo informazioni sui piani commerciali e risparmi sui costi di ricerca e sviluppo per la creazione di prodotti concorrenti.

In almeno un caso, gli hacker hanno cercato di estorcere criptovalute a una vittima, minacciando di rilasciare il codice sorgente rubato su Internet. Più recentemente, gli imputati hanno indagato sulle vulnerabilità delle reti informatiche delle aziende che sviluppano i vaccini Covid-19, la tecnologia di test e le terapie.

Le tecniche

Secondo l'atto d'accusa – che, del resto come nel casi Huawei, la Cina rispedisce al mittente professando la totale innocenza – per ottenere l'accesso iniziale alle reti delle vittime, gli imputati hanno sfruttato principalmente le vulnerabilità del software, lo sviluppo delle applicazioni web e programmi, le configurazioni predefinite non sicure nelle applicazioni comuni.

Gli imputati hanno utilizzato il loro accesso iniziale non autorizzato per collocare programmi dannosi (ad esempio, la shell web “China Chopper”) e software per il furto di credenziali sulle reti delle vittime, che consentivano loro di eseguire comandi a distanza sui computer.Per nascondere il furto di informazioni dalle reti e per evitare di essere scoperti, gli imputati hanno impacchettato i dati delle vittime in file criptati, modificato i nomi e le estensioni dei file Rar e dei documenti delle vittime (ad esempio, da “.rar” a “.jpg”) e i timestamp del sistema, nascosto programmi e documenti in luoghi dall'apparenza innocua sulle reti delle vittime e nei “cestini”.

Il carcere nelle previsioni

Verosimilmente i due cittadini cinesi non vedranno mai le celle statunitensi anche se, sulla carta, rischiano 5 anni di carcere per frode informatica, 10 anni per furto di segreti commerciali, 20 anni per frode telematica, 5 anni per accesso non autorizzato a computer e, infine, per le sette accuse di furto d'identità aggravato, due anni di carcere per ciascuna singola accusa.

Le reazioni

Detto ancora che la Cina respinge con sdegno le accuse, l'assistente del Procuratore generale per la sicurezza nazionale, John C. Demers, ha affermato che «la Cina, insieme Russia, Iran e Corea del Nord, ha occupato un posto che lavorano e a beneficio dello Stato. In questo caso per nutrire l'insaziabile fame del partito comunista cinese per la proprietà intellettuale duramente guadagnata dalle aziende americane e da altre aziende non cinesi, inclusa la ricerca Covid-19».

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