LA CRISI NORDCOREANA

Gli Usa minacciano dazi sulla Cina per fermare Pyongyang

di Gianluca Di Donfrancesco

Il presidente statunitense Donald Trump. (Reuters)

3' di lettura

Washington torna a minacciare ritorsioni commerciali e dazi per spingere Pechino a ridurre a più miti consigli il regime-vassallo di Kim Jong Un: nel bel mezzo della crisi nordcoreana, gli Stati Uniti hanno deciso di calcare ancora la mano con la Cina, ventilando l’ipotesi di un’indagine ad ampio raggio per accertare se le sue aziende “rubino” tecnologia americana. Il presidente Donald Trump ha infatti firmato il decreto che chiede di valutare un'indagine delle pratiche commerciali della Cina, esaminando eventuali violazioni della proprieta' intellettuale e il furto di tecnologia. «E' solo l'inizio», ha detto ipegnandosi a combattere la contraffazione e la pirateria. «È il mio compito proteggere i lavoratori americani».

La successione degli eventi che ha condotto all’annuncio del giro di vite - attraverso una decreto firmato da Trump che chiede non lascia dubbi, nonostante le dichiarazioni cinesi: «Il problema della penisola nordcoreana e il commercio sino-americano - ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying - non hanno nulla a che vedere tra di loro e non sarebbe appropriato utilizzare l’uno per esercitare pressione sul secondo». Un avvertimento, più che una smentita. Più esplicito il quotidiano in lingua inglese China Daily: legare il commercio alla crisi nordcoreana «avvelenerà le relazioni tra Cina e Stati Uniti».

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Venerdì sera, Trump e la sua controparte cinese Xi Jinping hanno discusso al telefono del dossier nordcoreano, dopo una settimana di minacce di mutua distruzione piovute in egual (e quindi preoccupante) misura sia da Washington che da Pyongyang. Poche ore dopo quella telefonata dai toni «cordiali», come è stata descritta da fonti ufficiali, funzionari dell’Amministrazione statunitense hanno lasciato trapelare che il presidente avrebbe dato il via libera (nel giro di pochi giorni) a un’indagine del Rappresentate per il commercio estero, Robert Lighthizer, sul furto di proprietà intellettuale da parte della Cina.

Giovedì, era stato lo stesso Trump a collegare la crisi nordcoreana al deficit commerciale Usa verso la Cina (347 miliardi di dollari nel 2016 - solo beni): «Ogni anno perdiamo centinaia di miliardi di dollari nel commercio con la Cina. Loro (i cinesi, ndr) sanno come mi sento al riguardo. Questa cosa finirà. Ma se la Cina ci aiuta, il mio atteggiamento sul commercio sarà molto diverso». Dichiarazioni analoghe ad altre già ripetute in diverse occasioni, compreso il vertice di aprile con Xi, in Florida.

L’indagine sulla proprietà intellettuale potrebbe durare fino a un anno. Si basa sull’obbligo, per le società straniere, di creare joint-venture paritarie con soci locali per operare in Cina. In questo modo verrebbero costrette a condividere i propri segreti industriali. Poi c’è la “vecchia” questione della pirateria informatica: da anni gli Stati Uniti accusano gli hacker cinesi di rubare segreti economici e militari americani. All’inizio dell’anno, una commissione indipendente ha stimato che ogni anno, contraffazioni, pirateria informatica, furto di segreti industriali (da tutto il mondo) costano agli Stati Uniti tra i 225 e i 600 miliardi di dollari.

Se l’indagine di Lighthizer dovesse concludere che la Cina gioca sporco, Washington potrebbe reagire portando Pechino davanti al tribunale dell’Organizzazione mondiale del commercio, oppure imponendo dazi punitivi unilateralmente. A fine giugno, il dipartimento del Commercio aveva concluso un’indagine sulle importazioni di acciaio e alluminio da parte degli Usa, per verificare se rappresentino una minaccia alla sicurezza nazionale. I risultati non sono però mai stati diffusi. Avrebbero potuto portare a dazi generalizzati anche contro partner degli Usa come Canada ed Europa. La settimana scorsa, però, Washington ha minacciato dazi contro l’import di alluminio cinese.

Oltre ad “avvisare” gli Stati Uniti a non usare la leva commerciale per spingerla a “piegare” la Corea del Nord e che una guerra di dazi «non avrebbe vincitori, ma solo vinti», Pechino ha fatto ufficialmente sapere che applicherà le sanzioni decise contro Pyongyang dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 6 agosto. Il giro di vite è stato voluto dagli Stati Uniti ed è stato approvato anche da Cina e Russia. Pechino, che è stata spesso accusata di non rispettare il vincolo delle sanzioni, ha voluto così inviare un messaggio chiaro. Che si somma a quello di venerdì scorso, quando aveva fatto sapere che non si schiererà al fianco della Corea del Nord, se questa deciderà di attaccare per prima le basi militari statunitensi nella regione.

Per una giornata, da Pyongyang non sono arrivate nuove provocazioni.

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