La nuova sfida

Gli Usa rallentano il ritorno sulla Luna

Artemis della Nasa, in collaborazione con Bezos e SpaceX, dovrebbe slittare oltre il 2024 previsto. Test finali per la Starship di Musk

di Laura La Posta

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Un rendering artistico dell'Agenzia spaziale europea che raffigura una base lunare. L'Esa ha firmato un accordo di collaborazione con la Nasa per un nuovo sbarco sulla Luna

3' di lettura

Una geologa dell’Ohio ex Chief scientist della Nasa con il pallino di trovare fossili di microbi su Marte. Un miliardario visionario che vuole portare turisti sulla Luna e morire sul Pianeta rosso. Un altro miliardario che invece è preoccupato della fragilità del pianeta Terra e vede nella colonizzazione spaziale una speranza per l’umanità. Un austriaco che ha lavorato 15 anni in Italia, animato dal sogno di proteggere il nostro pianeta dallo Spazio. Un fisico cinese che dopo aver portato una sonda sul lato oscuro della Luna ha fatto prelevare da un’altra sonda 2 chili di rocce da riportare sulla Terra il 16 dicembre.

È nelle loro mani il futuro dell’esplorazione della Luna (e del Sistema solare) nei prossimi anni. Ecco i loro nomi, in ordine di citazione: Ellen Stofan (capo del Nasa Transition team creato dal presidente designato Joe Biden per decidere il futuro dell’agenzia spaziale Usa, nonché probabile prossima leader dell’ente); Elon Musk (fondatore di Tesla e di SpaceX, prima società commerciale a portare astronauti nello Spazio, due volte nel 2020, in partnership con la Nasa); Jeff Bezos (creatore, oltre che di Amazon, della società spaziale Blue Origin, partner dell’amministrazione Usa); Josef Aschbacher (prossimo direttore generale dell’agenzia europea Esa, al centro di un’alleanza internazionale sulla Luna); Zhang Kejian (capo dell’ente spaziale cinese, con piani ambiziosi incentrati sul satellite terrestre).

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La sfida cosmica in corso, quindi, ha molti protagonisti, fra cui spiccano anche canadesi, giapponesi e italiani. Ma sono gli Stati Uniti l’epicentro delle attività per riportare l’uomo sulla Luna, assente dal 1972. Con l’obiettivo di restarci, stavolta, abitando basi lunari da fantascienza. Il programma, depotenziato dalla presidenza Obama e rilanciato dall’amministrazione Trump, dal 2019 si chiama Artemis (dal nome della dea della caccia e della luna nuova, gemella di quell’Apollo che ha dato il nome alle storiche missioni lunari americane). «È un programma di portata storica: una grande alleanza pubblico-privato in cui l’Italia giocherà un ruolo da protagonista, grazie agli accordi firmati dal nostro Governo con la Nasa e con l’Esa e per l’eccellenza di Thales Alenia Space e del suo indotto di Pmi al top», ha commentato Paolo Gaudenzi, direttore del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale dell’Università La Sapienza, in un webinar dell’Istituto affari internazionali.

Ma restano due nodi: i fondi e la tempistica. La presidenza Trump, che ha spinto sulle partnership con società private come quelle di Musk e Bezos (nonché per il “corto raggio” con la Virgin Galactic di Richard Branson), aveva fissato il nuovo sbarco sulla Luna al 2024. Ma il Congresso non ha mai approvato tutti i fondi necessari per raggiungere l’obiettivo, che in un audit condotto a novembre dalla Nasa stessa è stato bollato come «improbabile» in quattro anni. La presidenza Biden, poi, sembra fredda sull’argomento e ha altre priorità più gravi, a partire dalla sconfitta del Covid-19 e dalla ripresa economica. Ora si vocifera di uno slittamento dello sbarco al 2028, come peraltro previsto originariamente prima del diktat di sapore elettorale di Trump e del suo vice Pence. Forse sulla Luna arriverà prima Elon Musk con la sua Starship ora in fase di test. L’imprenditore visionario ha fretta. «Voglio morire su Marte, dopo essere andato sulla Luna», ha ribadito di recente, aggiungendo con humor: «senza schiantarmi al suolo».

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