G 20 osaka

Gli Usa riaprono le porte a Huawei

Trump: il limite è la sicurezza nazionale

di Rita Fatiguso


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(Reuters)

2' di lettura

Non siamo di fronte allo stesso identico copione del G20 di Buenos Aires. C'è una contropartita, una moneta di scambio sottostante al riavvio dei negoziati sine die sul dossier commerciale Usa-Cina emerso dall’incontro di ieri tra Xi e Trump al G20 di Osaka.

La nuova tregua ha dei vincoli più definiti. Infatti, precisa l'agenzia Nuova Cina, se gli Usa non vareranno nuovi dazi sull'import di beni made in China ciò avverrà «sulle basi dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e vedrà i rispettivi team trattare alcune questioni specifiche».

Il presidente Donald Trump muove le sue pedine e dichiara nella conferenza stampa finale: «Huawei potrà tornare ad acquistare i prodotti dai fornitori americani, le aziende Usa possono vendere attrezzature a Huawei, lì dove non ci sono grandi problemi con la sicurezza nazionale».

Reciproca tutela dell’IP e delle tecnologie, ecco il punto della questione. La campana suona per la Cina, perché in cima alla lista delle «questioni specifiche», evidentemente, c'è il divieto di trasferimento tecnologico forzato (leggi: tutto ciò che ha portato, in ultima analisi, alla messa bando di aziende supertecnologiche come Huawei accusate di aver “saccheggiato” le imprese occidentali) e, di conseguenza, la difesa della proprietà intellettuale per le aziende che fanno business con la Cina (e non solo in Cina).

Ma, è un fatto, Trump ha le idee chiare, anche quando apre alle concessioni. Sa bene che Pechino ha varato in fretta e furia appena tre mesi fa una nuova legge sugli investimenti stranieri in Cina per favorire uno stop a nuovi dazi che potrà essere ritoccata entro fine anno, prima dell'entrata in vigore, il 1° gennaio 2020.

    La legge tocca questione care agli americani (e non solo), tra cui proprio il trasferimento forzato di tecnologie e la tutela della proprietà intellettuale. Ma come hanno eccepito le Camere di commercio straniere in Cina, si va troppo a rilento. Le aziende straniere che investono in Cina, assumono personale cinese, acquistano e vendono beni e servizi in Cina, contribuiscono alle esportazioni cinesi e pagano le tasse in Cina. Fanno tutto quello che fanno le aziende cinesi, ma sono soggette a molti altri oneri a causa della differenziazione dalle società locali nonostante proprio perché esiste per loro una legge ad hoc.

    Il trasferimento di tecnologia d'ora in poi «sarà vietato agli organi amministrativi», una limitazione troppo forte se si pensa che di norma la clausola è stata sempre prevista nelle joint ventures. Anzi, fanno parte integrante dell'accordo. In certi casi seguono lo sviluppo tecnologico futuro dei prodotti oggetto della joint venture. I limiti introdotti dalla nuova legge non sono soddisfacenti.

    Quindi se i due Paesi, Cina e Usa, «beneficiano entrambi dalla cooperazione e perdono con lo scontro, dato che la cooperazione e il dialogo sono migliori delle frizioni e dello scontro», come ha ricordato il presidente cinese Xi Jinping al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, auspicando che gli Stati Uniti possano trattare le società cinesi in modo equo salvaguardando gli interessi cinesi, allora è necessario che la Cina faccia un altro passo in avanti.

    Il nodo dello scontro, in fondo, è ancora tutto qui.

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