CENTO ANNI FA dopo la grande guerra

Globalisti e sovranisti alla conferenza di pace di Versailles (e l’Italia isolata)

di Piero Fornara


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I «quattro grandi» patecipanti alla Conferenza di Pace di Parigi: da sinistra a destra Vittorio Orlando, David Lloyd George, Georges Clemenceau e Woodrow Wilson. Granger NYC/© Granger NYC/Rue des Archives

6' di lettura

Cominciava l’anno 1919: l’Italia liberale, stremata dopo più di quarantuno mesi di guerra, ma vittoriosa, attendeva fiduciosa i dividendi della pace. Avevamo dato un contributo importante alle ultime fasi del conflitto con l’avanzata su Vittorio Veneto a fine ottobre 1918: «L’euforia del successo – ha scritto lo storico britannico Denis Mack Smith (scomparso nel 2017), nel suo libro Modern Italy. A Political History (edito in Italia da Laterza) – lasciò per qualche tempo il paese unito come mai prima; ma le discordie interne si riaccesero e indebolirono la posizione italiana alla conferenza della pace».

Nella guerra contro l’Impero asburgico avevamo chiamato alle armi quasi sei milioni di uomini, con un tributo di sangue di 650mila caduti e poco meno di un milione di feriti e mutilati di guerra. Erano morti in combattimento 40mila ufficiali. Di recente un demografo dell’università di Udine, il professor Alessio Fornasin, incrociando i dati già noti con nuove indagini, ha ridotto di 90mila unità il numero dei caduti italiani: ma questa stima più bassa, nel contesto complessivo delle cifre, può essere considerata poco più di un dettaglio.

La circolazione monetaria cartacea era aumentata di cinque o sei volte rispetto a prima della guerra e il cambio della lira, rispetto all'oro, era sceso a meno della metà. Durante la guerra 1915-18 lo Stato aveva speso quasi quanto dall'Unità d'Italia(1861) al 1914, indebitandosi enormemente con l'estero, con le banche e con i suoi stessi cittadini. La smobilitazione provocò un sensibile aumento dei disoccupati, anche il ricorso al “rimedio” dell'emigrazione diventava più difficile (anzi, a causa del conflitto, erano grandemente diminuite le rimesse dei nostri emigrati).

Collasso economico dopo la vittoria
«Gli aiuti economici degli alleati, dalle munizioni al cibo, grazie ai quali l’Italia era riuscita a salvarsi dal crollo della sua moneta cessarono quasi immediatamente, lasciandola con miliardi di debiti. Molte istruttive lezioni – aggiunge Mack Smith - si possono ricavare dal paragone tra il collasso economico dell’Italia dopo la vittoria del 1918 e la sua rapida ripresa dopo la devastante sconfitta del 1945».

Al di là dei nostri confini soffiava forte il vento dell’Est. La Russia bolscevica e la sua rivoluzione rappresentavano un forte richiamo per il proletariato dell’Europa occidentale, che attribuiva la responsabilità della Grande guerra, dei dieci milioni di morti, delle sofferenze e delle enormi distruzioni ai capitalisti, ai banchieri, ai proprietari della terra. A Berlino viene soffocata nel sangue la rivolta della Lega Spartaco (dal nome del capo degli schiavi nella Roma antica), movimento della sinistra marxista. Il 15 gennaio 1919 i capi rivoluzionari Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vengono catturati e brutalmente uccisi da ex ufficiali dell'esercito, con il benestare del governo socialdemocratico di Friedrich Ebert.

La Grande Guerra raccontata e fotografata

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«Il mondo intero andava riorganizzato politicamente e il compito spettava ai vincitori», commentano Franco Cardini e Sergio Valzania nel libro «La pace mancata», pubblicato da Mondadori alla vigilia del centenario della conferenza di Parigi. Il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, democratico, eletto nel 1912 e riconfermato quattro anni dopo «aveva il potere militare, politico, economico e finanziario per decidere che cosa fare e in che modo. Di questa missione era pienamente consapevole, ma non conosceva né l'Europa, né la diplomazia: a lui si devono gli slanci ideali più visionari e le decisioni concrete meno equilibrate». Nel gennaio 1918 aveva annunciato al Congresso americano i “Quattordici punti” per una pace mondiale dopo la fine del conflitto. In sintesi: libertà dei mari, soppressione delle barriere economiche e commerciali, riduzione degli armamenti, creazione della Società delle Nazioni. Per l’Italia Wilson proponeva la rettifica dei confini in base al principio di nazionalità.
Ancora nell'ottobre 1918, l'intenzione degli austriaci – mentre si profilava la loro sconfitta - non era di cedere agli italiani, “colpevoli” della rottura della Triplice Alleanza nel 1914-15, bensì di rivolgersi al nuovo signore della politica mondiale, appunto Woodrow Wilson, per chiedere l’armistizio. Poi il precipitare degli eventi, con l’esercito asburgico in rotta oltre il Piave, mandò a monte il progetto.

Breve idillio con «l'amico americano»
Ai primi di gennaio del 1919, prima di raggiungere la Francia per la conferenza di pace, Wilson si reca a Londra e in Italia: è il primo viaggio Oltreoceano di un presidente degli Stati Uniti, lo seguono una trentina di inviati della U.S. Press. A Roma re Vittorio Emanuele III va ad accogliere l’illustre ospite alla stazione in carrozza, anche la gente saluta con entusiasmo “’'amico americano”, che poi visita Genova (dove riceve una laurea honoris causa) e Milano (qui il sindaco gli consegna le chiavi della città). Wilson era venuto dal Nuovo mondo in veste di arbitro delle “meschine” controversie del Vecchio continente, ma gli inglesi e in parte i francesi avevano capito che la sua posizione si era indebolita in patria. In Italia gli attribuimmo una quasi onnipotenza, ma il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, da buon siciliano, aveva percepito l’influenza della moglie su di lui, anche in alcune iniziative diplomatiche.

La conferenza di pace si apre a Parigi il 18 gennaio, con un discorso del presidente della Repubblica Raymond Poincaré, mentre presidente effettivo della conferenza viene designato il primo ministro Georges Clemenceau. La carta politica dell'Europa è cambiata in pochi anni, dopo il crollo dei quattro imperi artefici della storia continentale dalla caduta di Napoleone fino al 1914: austro-ungarico, tedesco, russo e ottomano. Dal 25 marzo le trattative saranno affidate al Consiglio dei Quattro (Big Four): il francese Clemenceau, il premier britannico David Lloyd George, l'americano Wilson e l'italiano Orlando. Ma dovemmo constatare con amarezza che a Parigi sul piano diplomatico eravamo quasi isolati. Con il pretesto che l’Italia aveva i suoi interessi essenzialmente nei confronti dell'Austria, il nostro presidente del Consiglio Orlando e il ministro degli Esteri Giorgio Sidney Sonnino si ritroveranno ai margini del negoziato più importante, quello con la Germania. Il Consiglio delle potenze, di fatto, da quadripartito diventerà tripartito.

Orlando e Sonnino in difficoltà a Parigi
Sui nostri due negoziatori Indro Montanelli, in uno dei suoi volumi sulla storia d’Italia, riporta la battuta pungente di Luigi Luzzatti (fondatore della Banca Popolare di Milano ed ex presidente del Consiglio nel 1910-11): «Sonnino tacerà in tutte le lingue che sa, Orlando parlerà in tutte le lingue che non sa». Infatti non sapeva il francese, all’epoca lingua internazionale per eccellenza (e per giunta le riunioni della conferenza si svolgevano a Parigi e a Versailles).

Nel governo italiano esplodeva intanto il conflitto fra i nazionalisti o “sovranisti” (come diremmo oggi), convinti che l’Italia potesse affermare il suo ruolo di potenza di prim'ordine ingrandendosi territorialmente (anche a spese di altre nazionalità), e i liberali che chiedevano rispetto per le nuove nazioni europee. Il ministro del Tesoro Francesco Saverio Nitti si dimise, esasperato perché riteneva che non fossero prioritarie le annessioni territoriali, bensì il contenimento dell’inflazione, i rifornimenti di materie prime e la riconversione dell’economia in tempo di pace. Orlando non fece nulla per trattenerlo, ma in giugno dovrà cedergli il posto alla presidenza del Consiglio. Mentre il “vate” Gabriele D'Annunzio parla di “vittoria mutilata”, nessun governo nell’inquieto primo dopoguerra riesce a trovare una maggioranza stabile. Ad approfittare della situazione sarà purtroppo il fascismo. Nelle prime elezioni a suffragio universale (maschile) del novembre 1919, comunque, i fascisti di Benito Mussolini, presentatisi solo a Milano con una lista da lui capeggiata, non ottengono alcun seggio.

Alla fine l'Italia otterrà il Trentino fino al Brennero e Trieste con la Venezia Giulia, ma non Fiume, rivendicata dal nostro governo, seppure non prevista dal Patto di Londra del 1915. Sulla Questione adriatica c'era stato un aspro contrasto con gli alleati: la delegazione italiana aveva respinto il memorandum dei confini con la Jugoslavia, stilato dal presidente americano Wilson, ed era rientrata a Roma, accolta trionfalmente. Ma la sera del 5 maggio Orlando e Sonnino, constatato l’isolamento diplomatico dell'Italia, risalirono sul treno per Parigi, «dove vennero accolti quasi come fastidiosi postulanti» (citiamo ancora Montanelli).

Dalla Società delle Nazioni all'Onu
Quanto a Wilson, lascerà la capitale francese poco dopo la firma del Trattato di Versailles con la Germania, il 28 giugno, e del “Covenant” istitutivo della Società delle Nazioni. Ma il Senato americano, a maggioranza repubblicana, non ratificherà né l'uno, né l'altro. Il presidente, che aveva fatto un giro di propaganda nel paese tenendo numerosi comizi, per lo stress fisico e psicologico, viene colpito da paralisi. Nel 1920 Wilson sarà insignito del premio Nobel per la pace, ma gli Stati Uniti hanno ormai fatto una scelta isolazionista e l’anno dopo stipuleranno trattati bilaterali con le altre nazioni belligeranti della Grande guerra.

Lo scorso 7 gennaio in Vaticano, papa Francesco, ricevendo i membri del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha voluto comunque citare il centenario della Società delle Nazioni, istituita con il trattato di Versailles. «Perché ricordare un'Organizzazione che oggi non esiste più?», si è chiesto il Papa. «Perché essa rappresenta l’inizio della moderna diplomazia multilaterale, mediante la quale gli Stati tentano di sottrarre le relazioni reciproche alla logica della sopraffazione che porta alla guerra». Un riconoscimento autorevole anche all’importanza dell'Onu, che dal 1945 ha preso il posto della disciolta Società delle Nazioni.

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