auto

Gm, scattato a mezzanotte il primo grande sciopero in 12 anni su salari, benefit e sicurezza del lavoro

La “fermata” a oltranza - che ha coinvolto da oggi oltre 49.000 dipendenti in 31 impianti su scala nazionale — è cominciata domenica notte dopo che era stata autorizzata la mattina stessa dai vertici sindacali.

di Marco Valsania


default onloading pic

5' di lettura

New York - Sono tornati allo scoccare della mezzanotte i grandi scioperi in America. Dopo dodici anni, i lavoratori iscritti alla United Auto Workers hanno incrociato le braccia e lo hanno fatto per chiedere a un influente colosso della Corporate America, la General Motors, di migliorare salari e benefit e di riaprire stabilimenti chiusi o a rischio dopo che le trattative sul rinnovo del contratto si sono arenati.

Altri articoli/ Trump attacca manager case auto Ford e Gm, sono deboli

La “fermata” a oltranza - che ha coinvolto da oggi oltre 49.000 dipendenti in 31 impianti su scala nazionale — è cominciata domenica notte dopo che era stata autorizzata la mattina stessa dai vertici sindacali. I lavoratori hanno marciato fuori dai cancelli, sono rimasti a casa o hanno partecipato a picchetti. Da domenica pomeriggio, orari e mete delle manifestazioni sindacali davanti alle fabbriche erano già comparsi negli uffici locali del sindacato.

La posta in gioco è alta: in 21 anni solo due volte la UAW è scesa in campo contro Gm - l'ultima nel 2007 per ragioni di sicurezza del posto di lavoro mobilitò 73.000 dipendenti in una ottantina di fabbriche. Un impianto di assemblaggio perde 1,3 milioni di dollari l'ora quando è paralizzato.

E in assenza di intese lo speciale fondo sindacale per gli scioperi ha oggi in cassaforte 750 milioni di dollari, consentendo teoricamente alla union di compensare chi aderisce all'agitazione - con una prevista paga di 275 dollari a settimana, alzata lo scorso gennaio - per un prolungato periodo di tempo. Gm ha da parte sua scorte di veicoli per 77 giorni - 795.000 veicoli - in caso di blocco della produzione per attutire il colpo. Ma lo sciopero minaccia il lancio di nuovi modelli redditizi, da una ridisegnata Chevrolet Silverado a pick up della serie GMC Sierra.

Lo sciopero è il risultato immediato di negoziati finora falliti per un rinnovo del contratto quadriennale di lavoro, scaduto nel fine settimane. La UAW ha scelto Gm quale obiettivo principale delle trattative nel settore auto, una pratica tradizionale nel suo contratto collettivo di lavoro che copre le tre grandi case di Detroit.

Ha invece, per il momento e in attesa dell'esito cel confronto-scontro con Gm, esteso a tempo indeterminato l'esistente contratto con le altre due grandi case sindacalizzate, la Ford e la Fca, con la clausola che può essere cancellato con tre giorni di preavviso. In tutto il sindacato di categoria rappresenta circa 150.000 dipendenti di impianti delle Big Three americane.

I leader sindacali hanno indicato, senza precisare ulteriormente, che esistono “significative differenze tra le part su salari, benefit sanitari, dipendenti temporanei, sicurezza del lavoro e profit-sharing”. Il sindacato appare al momento determinato a insistere. “Oggi siamo uniti e con una sola voce difendiamo i nostri iscritti e i diritti fondamentali dei lavoratori”, ha indicato il vicesegretario della union e capo-negoziatore sindacale Terry Dittes.

Stando a quanto emerso, il sindacato chiede, tra l'altro, aumenti salariali certi nell'arco di quattro anni a protezione di possibili rovesci economici, nuove produzioni per quattro impianti che sarebbero destinati alla chiusura e difesa di solidi benefit sanitari.

Per la UAW non sono giorni facili e la pressione potrebbe portare a un indurimento delle posizioni: il Dipartimento della Giustizia ha in corso una inchiesta per corruzione ai vertici della union, compreso l'attuale segretario generale Gary Jones e il suo predecessore, che hanno visto perquisizioni delle loro abitazioni da parte di agenti federali il mese scorso.

Nei giorni scorsi un ex collaboratore di Jones è divetato il primo funzionario incriminato per appropriazione indebita di soldi del sindacato. Anche in assenza di scandali e dubbi sulla credibilità della leadership, gli iscritti avevano approvato solo di stretta misura l'ultimo contratto.

Gm, che si è dichiarata “delusa” dall'impasse nel negoziato, ha risposto di aver offerto investimenti per 7 miliardi di dollari in nuovi stabilimenti, 5.400 assunzioni, miglioramenti del profit sharing e aumenti di compensi o bonus legati alla performance finanziaria. Un iniziale premio sarebbe da 8.000 dollari.

Nuovi piani sarebbe stati ventilati anche per due fabbriche care alla union e oggi chiusi o in fase di chiusura, in Ohio, a Lordstown, e in Michigan, a Hamtramck nei pressi di Detroit. Gm avrebbe offerto di costruire batterie e un furgone elettrico. “Abbiamo negoziato in buona fede e con senso di urgenza - ha fatto sapere l'azienda - Il nostro obiettivo è quello di costruire un solido futuro per i nostri dipendenti per il nostro business”.

La casa automobilistica può vantare una robusta performance, migliore anche di numerose rivali: se ora il settore dovrebbe fare i conti con rallentamenti, dalla Cina al'Europa, dopo anni di forte crescita, l'anno scorso la casa di Detroit ha ancora riportato utili operativi per 11,8 miliardi di dollari, con margini di profitto del 10,8% nello strategico mercato nordamericano.

Proprio questo “tesoro” - il sindacato ha calcolato che ammonta a 35 miliardi in tre anni - ha spinto la UAW a alzare il tiro. A chiedere cioè i nuovi aumenti di paga e rafforzamenti dei programmi assistenziali, e a criticare le tendenze all'outsourcing fuori dagli Usa, Messico compreso.

Gm, in cambio delle offerte finora effettuate e comunque considerate inadeguate dal sindacato, chiede invece una serie di concessioni ad oggi particolarmente invise alla UAW: anzitutto sui piani sanitari, dove i dipendenti hanno costi a loro carico pari al 4% contro il 34% medio per i lavoratori americani di grandi aziende.

Vuole inoltre una maggior flessibilità nelle assunzioni di lavoratori temporanei e politiche di contenimento dei costi, affermando di aver bisogno di risorse per investire nelle attività del futuro, dalle auto elettriche alle tecnologie self-driving, e per mantenere competitività. Oggi Gm ha un costo del lavoro complessivo stimato in oltre 60 dollari l'ora, una volta sommati salari e benefit, la prima volta che supera questa soglia da piu' di dieci anni.

Case internazionali con presenza manifatturiera negli Stati Uniti, ma con una forza lavoro non sindacalizzata, hanno costi attorno ai 50 dollari l'ora. Con 63 dollari l'ora Gm, in particolare, ha lo svantaggio maggiore rispetto ai rivali stranieri, 13 dollari l'ora, contro gli 11 di Ford e i 5 di Fca. I dipendenti Gm, stando all'azienda, hanno in media salari lordi di 90.000 dollari l'anno esclusi i benefit.

L'azione contro Gm ha anche un valore che va oltre la vicenda aziendale o settoriale. Può diventare la prova di relativi riscatti delle mobilitazione sindacali, di recente concentrate anzitutto nel settore pubblico e scatenate da stagnazione salariale, deboli benefit e una drasticamente accresciuta diseguaglianza sociale fomentata dalla crisi e poi da una squilibrata ripresa.

Nel 2018 una ventina di grandi scioperi ha coinvolto il numero più alto di lavoratori dal 1986, 485.000. Nel 2009 questi scioperi erano stati solo cinque e nel 2017 solo sette. Gli scioperi sono proseguiti quest'anno: a luglio erano già 15 con oltre 300.000 lavoratori mobilitati. Tra le agitazioni di più alto profilo degli ultimi due anni, quelle degli insegnanti e dei lavoratori dell'ospitalità.

In generale, però, il sindacato americano rimane sulla difensiva, reduce da lunghi anni di declini e sconfitte, come dimostra il fatto stesso che il record degli scioperi risale al lontano 1952 con 470.

Il numero degli iscritti alle centrali sindacali - realtà frammentata e ostacolata da numerose leggi locali battezzate “right-to-work” che hanno l'obiettivo di rendere difficile l'espansione delle union - è oggi sceso a soglie da inizio del Ventesimo secolo, e al livello più basso in 15 anni, pari al 10% di tutti i lavoratori a tempo pieno e part-time. Nel settore privato, dove il calo è stato più pronunciato, la percentuale è del 6 per cento. Un terzo dei dipendenti pubblici è invece sindacalizzato. Sotto il profilo regionale, nel Sud solo il 5% dei lavoratori appartiene a una union.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...