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Gmi, il polo dei terzisti delle calzature di lusso a caccia di «lepri» familiari

Nel piano di espansione del gruppo toscano c’è l’acquisizione di aziende di medie dimensioni, tra 20 e 40 milioni di ricavi, specializzate e con forte potenziale di crescita

di Silvia Pieraccini

(Afp)

2' di lettura

Dal 2018 a oggi ha acquisito quattro calzaturifici che producono per grandi marchi, tutti in Toscana. Ma il progetto di Gmi-Gruppo Manifatture italiane di creare un polo di terzisti d'eccellenza nella scarpa di lusso made in Italy non si ferma. Spinto dall'azionista di maggioranza, il fondo di private equity Consilium che finora ha investito circa 100 milioni di euro, Gmi si prepara a fare ancora shopping.

Calzature di lusso, caccia alle décolleté

«La tipologia di prodotto che ci manca, all'interno del comparto donna, è il décolleté – spiega Alberto Zunino, amministratore delegato della holding Gmi che controlla al 100% i calzaturifici “River” ed ”Energy” di Fucecchio (Firenze), “Claudia” di Segromigno in Monte di Capannori (Lucca), “Broma” di Cerreto Guidi (Firenze) – per il resto il segmento uomo lo copriamo tutto, dal formale allo sportivo fino alla sneaker, mentre il bambino non ci interessa».Il progetto di espansione guarda ad aziende familiari di medie dimensioni, tra 20 e 40 milioni di ricavi, con know how consolidato e buon potenziale di crescita. Nel 2019 Gmi ha fatturato più di 100 milioni di euro con un margine operativo lordo del 12-15%. Nel 2020 il fatturato è sceso a circa 80 milioni con una previsione per quest'anno di crescita a doppia cifra anche se, spiega Zunino, i livelli pre-Covid saranno recuperati nel 2022.

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Alberto Zunino

Terzisti specializzati per i marchi del lusso

La pandemia ha cambiato le carte? «Ha rallentato l'evoluzione dei risultati – spiega l'ad - il nostro obiettivo resta sempre quello di aggregare altre realtà per essere un interlocutore privilegiato dei grandi marchi, grazie al servizio che riusciamo a dare e alla filiera dei tomaifici che abbiamo in Italia e all'estero, in stabilimenti di proprietà: in tutto siamo mille addetti». Di questi 350 sono in Italia, gli altri nelle fabbriche oltreconfine, in Tunisia e in Albania. Quella di creare poli di terzisti specializzati in un comparto produttivo è una tendenza che sta facendosi largo nel sistema moda italiano negli ultimi anni, come dimostrano i casi di Florence e di Holding Moda nell'abbigliamento.

«Vogliamo mantenere e coltivare le specificità dei singoli calzaturifici – garantisce Zunino – e vogliamo fare sinergie: abbiamo già iniziato una fase di riorganizzazione del gruppo, centralizzando le funzioni di amministrazione e finanza, le risorse umane, i sistemi informativi, e stiamo sviluppando un nuovo sistema gestionale per pianificazione, controllo, avanzamenti produzione, logistica: vogliamo avere una gestione più trasparente, per dare un servizio sempre più puntuale».

L’unicità del «made in Italy»

Nel percorso di managerializzazione del gruppo sono previste anche assunzioni. «Vediamo una ripresa nella seconda parte dell'anno, a partire da settembre – sottolinea Zunino –: per adesso ci sono brand che sono ripartiti bene e altri che fanno più fatica». Il made in Italy, secondo l'ad, rimarrà un elemento fondamentale del lusso. «Nel mondo della calzatura non c'è un altro “made in” che può vantare lo stesso valore di quello italiano», aggiunge sottolineando che il fondo Consilium è un investitore di medio periodo che ha come obiettivo quello di creare valore a medio termine: «Il nostro piano di sviluppo prevede di tornare sopra i 100 milioni di fatturato a fine 2022 e di superare i 200 milioni fra tre-cinque anni».


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