L’america al voto / Lo speciale di “IL”

God bless Atene

Eschilo che fa l'encomio funebre a Martin Luther King, per bocca di Bob Kennedy. L'antica città di Pericle, che è la patria della democrazia, ma anche dei Confederati e di uno dei massimi teorici dello schiavismo. Sono tanti e bizzarri i rapporti tra classicità e Nuovo Mondo. Al punto che può bastare un ananas dipinto per riscrivere la storia della scoperta dell'America

di Giorgio Ieranò

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(Cyril Abad)

Eschilo che fa l'encomio funebre a Martin Luther King, per bocca di Bob Kennedy. L'antica città di Pericle, che è la patria della democrazia, ma anche dei Confederati e di uno dei massimi teorici dello schiavismo. Sono tanti e bizzarri i rapporti tra classicità e Nuovo Mondo. Al punto che può bastare un ananas dipinto per riscrivere la storia della scoperta dell'America


4' di lettura

L’America ha votato e l’ha fatto nel pieno di un'emergenza globale inedita che marca i contorni di un Paese sempre più complesso e dalle contraddizioni a volte poco leggibili, in particolare per noi cittadini del Vecchio Continente. Ecco perché abbiamo chiesto ad alcuni osservatori “speciali” di restituirci la loro analisi di quello che sta accadendo per provare a comprendere ciò che è ma soprattutto ciò che sarà. Si tratta di scrittori come nel caso di Ben Lerner, di David James Poissant, di Joe R. Landslale e di David Leavitt. Di musicisti: Sufjan Stevens. Oppure di un'artista visiva qual è Martha Rosler. Alla loro voce abbiamo aggiunto i nostri approfondimenti a partire da quello sullo stato della sanità americana di Emanuele Bompan che firma anche questo pezzo sul peso nelle urne delle scelte in materia di politica ambientale. O l'analisi di un politologo di fama internazionale come Francis Fukuyama. E quella sul peso delle minoranze. Ci siamo interrogati sulle modalità del voto e ora sulla politica estera. Un viaggio che come tutti i viaggi è fatto di incontri e di scoperte che si aggiungono chilometro dopo chilometro. Ad ogni tappa un arricchimento.

Subito prima dello scoppio della guerra gli ateniesi iniziarono a preoccuparsi. Temevano che gli schiavi si sarebbero ribellati. Decisero perciò di organizzare un servizio di vigilanza per prevenire ogni tentativo di rivolta servile. Non stiamo parlando però degli ateniesi antichi,ma degli abitanti di Athens, Georgia, uno dei maggiori centri di produzione del cotone nell'America del Diciannovesimo secolo. E la guerra che incombeva allora, nel 1860, era quella che di lì a poco si sarebbe scatenata tra gli Stati abolizionisti del Nord e quelli schiavisti del Sud. Athens, battezzata così in omaggio all'antica città di Pericle, era una delle roccaforti dei Confederati. Qui visse e operò uno dei maggiori teorici dello schiavismo,Thomas Cobb, caduto sul campo combattendo i nordisti a Fredericksburg nel 1862. Per Cobb, l'antica Atene era un modello da seguire proprio perché rappresentava l'esempiodi una comunità dove il lavoro servile permetteva ai cittadini di dedicarsi senza preoccupazioni alle arti e alla politica.

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«Lo schiavismo», scriveva Cobb nel suo Historical Sketch of Slavery (1858), «è essenziale per preservare una perfetta eguaglianza tra i cittadini e per far crescere e incoraggiare lo spirito di libertà».

Affermazione che a noi può apparire paradossale, ma che si fondava appunto sull'idea che la nuova Athens dei proprietari delle piantagioni di cotone fosse la reincarnazione più perfetta e coerente dei valori dell'antica Atene schiavista. Cobb si costruì anche una casa in stile greco, con un portico sorretto da colonne doriche: oggi è stata trasformata in un museo, finora passato indenne attraverso i disordini razziali degli ultimi mesi. Il caso di Athens, Georgia, ci ricorda come gli americani si siano immaginati la Grecia antica in molti modi diversi. Non c'è solo Bob Kennedy che nel suo celebre discorso in memoria di Martin Luther King cita i versi di Eschilo.

C'è, appunto, anche Thomas Cobb che fa appello ai greci come padri nobili dello schiavismo. Ma c'è anche chi ha voluto aggiungere un altro bizzarro tassello alla storia dei rapporti tra l'Americae il mondo antico. E si è domandato: ma non è che gli antichi avessero già scoperto l'Americaben prima dei vichinghi di Erik il Rosso e di Cristoforo Colombo? È uno strampalato capitolo di fantastoria che da sempre produce libri e documentari a uso e consumo del pubblico più sprovveduto.

I più anziani ricorderanno le imprese del vulcanico esploratore norvegese Thor Heyerdahl che nel 1969 si costruì una barchetta di papiro e attraversò l'Oceano Atlantico, partendo dal Marocco, per dimostrare che già i fenici erano arrivati in America. Al primo tentativo affondò, ma al secondo, navigando in direzione contraria,riuscì ad approdare. E poi c'è la storia dell'ananas. In alcune nature morte effigiate su dipinti e mosaici pompeiani, infatti, compare un oggetto strano nel quale alcuni hanno voluto vedere un ananas, frutto tropicale tipico del continente americano.

Ecco la prova che già gli antichi erano arrivati in America, si è detto. Una tesi ripresa anche di recente da un matematico italiano, Lucio Russo, il cui libro si intitola L'America dimenticata. Perché, secondo Russo, alcuni navigatori antichi, forse fenici, avevano scoperto il nuovo continente.

E altri, in seguito, avevano continuato a frequentarlo (per rifornirsi di ananas, appunto). Ma poi i romani se ne erano dimenticati e quindi abbiamo dovuto aspettare Cristoforo Colombo perché si realizzasse la profezia che Seneca fa pronunciare al coro della sua tragedia Medea: «Giorno verrà, alla fine dei tempi, che l'Oceano scioglierà le catene del mondo, si aprirà la terra, il mare svelerà nuovi mondi».

Inutile osservare che il famoso ananas raffigurato sui mosaici potrebbe essere qualunque cosa, da una pigna a una bomba amano. Possiamo pure credere che i romani siano sbarcati in America. Però se, dopo un viaggio così periglioso, invece di tornare carichi di oro, cioccolato e caucciù, si sono accontentati di un ananas, non stupiamoci della decadenza dell'impero romano.

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