luoghi letterari

Goffredo Parise, la casa delle fate e un amore selvaggio

Al colpo di fulmine immobiliare per la dimora di Salgareda segue quello erotico

di Antonio Armano

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Al colpo di fulmine immobiliare per la dimora di Salgareda segue quello erotico


5' di lettura

Durante una cavalcata d'inizio estate sull'argine del Piave Goffredo Parise si ferma a guardare una casa golenale disabitata e col pavimento in terra battuta. “Se viene via per niente la compro” dice al compagno di cavalcate Guido Carretta.

È il 1970, il romantico rudere viene via per poco o niente e l'affare si compie. Poco prima del Natale dello stesso anno “el dotòr”, come lo chiamavano da queste parti anticipando rudemente la laurea honoris causa dell'86, inizia a stare nella “casa delle fate” dopo averla resa abitabile.

La finestrella

Poche le modifiche, come l'apertura di una finestrella sul letto nel lato Nord per vedere le alpi venete imbiancarsi d'inverno e un'upupa nidificare a primavera. Qualche soldo dato a un contadino perché non coltivi niente e lasci libera la vista verso il fiume. Al colpo di fulmine immobiliare segue quello erotico. Lo scrittore incarica un fabbro dal cupo nome, “Bepi il nero”, di recuperare dei chiavistelli ruggini per la “casa delle fate” e si innamora della ruvida figlia: Omaira Rorato, “la selvàdega”, frequentando la famiglia adottiva come altre del luogo alla sua maniera e cioè presentandosi a cena senza invito, solitario e scorbutico, o in vena di parlare a seconda della sera. Quando le dice “Io sono lo scrittore Goffredo Parise” lei risponde: “Chissenefrega!” Nel gennaio del '71 Parise pubblica sul Corriere il primo racconto dei Sillabari: “Amore” dopo avere visto il figlio dei vicini scrivere su un sillabario. Vincerà lo Strega con quei racconti e tutte queste linee del destino si incrociano come combinazioni astrali irripetibili ed effimere tra le mura della casetta rosa

Rimasta magicamente intatta per vent'anni dalla morte dello scrittore, la casa delle fate viene comprata nel 2006 da due appassionati lettori di Parise, Enzo Lorenzon e Moreno Vidotto. Il Lorenzon se n'è andato e ha lasciato la sua quota al Vidotto, ora unico proprietario e appassionato custode anche di memorie parisiane. Nell'ottobre del 2018 la casa viene sommersa dal Piave. L'ho visitata lo scorso settembre - dopo la risistemazione post-alluvione e prima che venisse svuotata di nuovo sotto la pioggia battente per paura di una ennesima piena - durante le giornate del premio Parise che quest'anno sarà dedicato ai reportage sulla pandemia.

Alla relazione tra “el dotòr” e la “selvàdega” Tommaso Tommaseo Ponzetta ha dedicato un libro intitolato Omaira. Un amore di Groffredo Parise. Nata in Venezuela, mora, formosa e dal bel profilo, la giovane figlia di “Bepi il nero” è primitiva quanto basta per scuotere lo scrittore quarantenne, annoiato dai salotti romani, in cerca di una patria dove tornare dai viaggi e ormai convinto di avere poco da vivere tanto da spendere milioni in un fucile da caccia inglese, un Purdey.

Giosetta Fioroni

Con la storica compagna, la pittrice Giosetta Fioroni, il cuore viene diviso per competenze territoriali, pur tra gelosie e follie. A Salgareda Parise vive una seconda vita e lo stesso fa Giosetta a Roma. Si delinea una complessa e morbosa geometria amorosa a quattro che prenderà forma narrativa nell'opera postuma L'odore del sangue, in quell'area golenale in cui la vita diventa romanzo esondando nella letteratura. Il libro esce nel 1997, fortemente voluto da Cesare Garboli, benché il manoscritto fosse incompiuto, e diventa un film per la regia di Mario Martone. Omaira non sa niente dell'operazione e rompe i rapporti con Giosetta, nati dopo la morte dello scrittore in nome del comune amore perduto. La morte non è che l'esito di un percorso patologico iniziato da anni. Un giorno del '76 Parise mangia una pesca gelata – intorno alla casetta ci sono peschi, amareni, gelsi... - e va a passeggiare come tante altre mattine sull'argine del Piave. Si sente male e pensa a un problema digestivo ma ha avuto un infarto. I medici gli dicono di smettere di fumare. Non li ascolta, si riprende tanto che nel '77 piomba a Salgareda in preda alla gelosia quando Omaira viene corteggiata da un giovane ufficiale siciliano. Le dice di diffidare dei siciliani. La lotta con il cuore e altri organi malati è un susseguirsi di crisi e tregue fino alla sconfitta finale. Il pericolo si dilegua e ricompare. Arriva nel '79 il secondo infarto.

Giosetta Fioroni

La Vecchiaia

Parise guardava alla malattia come espressione di una patologia più grande che comprende tutte le altre ed è incurabile, vale a dire la vecchiaia seguita dalla morte. Certo, scrive, la vecchiaia si può alleviare e la morte ritardare compiendo una rinuncia dopo l'altra, ma si inizia così comunque a morire. La malattia va dunque “maltrattata”. Riguardarsi, smettere di fumare per esempio, significa firmare la resa anzitempo.

La visione dello scrittore sulla malattia e la morte la traggo da un altro libro di Tommaso Tommaseo Ponzetta, A cena da Goffredo Parise e altri racconti. Tommaseo è un chirurgo e la conversazione tra i due amici davanti a un brodo di gallina con pane raffermo nella casa delle fate poteva toccare questi temi, ma la base narrativa del racconto deriva da una conferenza di Parise davanti ai medici su invito di Ponzetta.Omaira vive ancora vicino alla casa delle fate, a Ponte di Piave, due minuti da Salgareda. Qui Parise si trasferisce quando deve ricorrere alla dialisi, in una villa meno tolstoiana della casa di Salgareda ma più confortevole. La casa è piena di quadri – in particolare Schifano - e oggetti dello scrittore: dai romanzi di Malaparte e Morselli alla tessera dell'Alitalia. Nel giardino sono interrate le ceneri sotto a una scultura di Brancuşi. È la copia di una copia perché la copia “originale” è stata rubata appena dopo la morte di Parise da qualcuno che la credeva autentica.

La morte segna nel bene e nel male il destino della coppia golenale. Nei primi anni '70 Omaira è fidanzata e si sposa nel 1975 ma resta vedova sei mesi dopo e da quel punto diventa devota all'ingombrante figura dello scrittore pur restando spigolosa come sempre. In una foto del '76 a Jesolo lui la abbraccia da dietro come per tenerla legata a sé. Parise era un amante possessivo e al tempo stesso inquieto e in fuga perenne. Omaira lo andrà a trovare al Policlinico Gemelli di Roma quando lo colpisce il secondo infarto e ascolterà divertita la storia del compagno di stanza che si sveglia senza capire dove si trova, si alza dal letto e cerca di fare la cacca nel cestino dei rifiuti cadendo infine con la flebo e tutto il resto. E lo assiste nell'ultima fase della malattia.

Omaira

Il fratello di Omaira, Claudio Rorato, ha scritto un libro sulla casa delle fate, Goffredo Parise a Salgareda. E ora sta aiutando Moreno Vidotto a far rivivere le rose di Parise – un cespuglio e un rampicante – distrutte dall'alluvione (soprattutto quella rampicante), anche grazie all'aiuto di due botanici dell'associazione Adipa che si occupa di piante rare. Claudio Rorato all'inizio era infastidito dal corteggiamento di Parise nei confronti della sorella, ma poi i due si chiariscono e il figlio del fabbro “Bepi il nero” costruisce una montaliana banderuola a forma di gallo che svetta ancora sul tetto e gira quando soffia il vento sul fiume. Il tempo è tornato indietro, come se qui abitasse ancora lo scrittore, tutto parla della sua presenza e della sua assenza.

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