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«Gomorra», il finale spiegato (con spoiler)

Su Sky si è chiusa la quinta (e definitiva) stagione della fiction ispirata alla faida di Secondigliano. È una tragedia, ma ci salva dalle tenebre

di Biagio Simonetta

"Gomorra" si chiude con la resa dei conti fra Genny e Ciro

2' di lettura

C’è un video diventato molto virale, sui social, negli ultimi giorni. È quello di Mimmo Borrelli, in arte ’O Maestrale, che per trasformarsi nel personaggio che interpreta nella quinta (e ultima) stagione di Gomorra, estrae un pettine per scompigliarsi la barba. La rabbuffa, pettinandola in senso contrario. Un pettine per cambiare volto, espressione, intenzioni.
Col finale di stagione (e della serie) di Gomorra, ci si sente un po’ come la barba di ’O Maestrale: pettinato in senso inverso, sconquassato da un sisma emozionale che non sai dove ti porta. E un po’ ti risolleva, un po’ ti tormenta.

Empatia per il Male

Gomorra – La Serie finisce nell’unico modo possibile, ma non per questo senza scariche di pathos che ci metti tempo a metabolizzare. E l’immagine di Ciro Di Marzio e Gennaro Savastano, freddati su una spiaggia, ti si ficca in testa quasi fosse reale. E forse lo è veramente. Perché la morte è il giudizio finale, la tregua di una serie televisiva che non è solo una serie. È racconto e dolore di territori abbandonati. È angoscia e sogni di posti dove a decidere è il situazionismo, più che il destino. Si è molto discusso, in questi anni, di quanto Gomorra possa incidere sul sentimento delle persone. E su come trasudi, per certi versi, una specie di empatia ingiusta verso personaggi che non sono altro che camorristi.

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Gomorra, l'ultima serie

Gomorra, l'ultima serie

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Ciro e Gennaro eravamo veramente noi?

Prendete Ciro Di Marzio: ha ammazzato la moglie, soffocandola. Ha brutalmente assassinato una ragazzina colpevole di amare uno scugnizzo. Ha commesso un’infinità di omicidi e reati che meriterebbe solo l’inferno. Eppure quando una pallottola, nel buio, lo stende davanti al mare di Napoli e al corpo esanime di Gennaro, ne avverti quasi il dolore. E quasi ti trascina con sé, in quell’inferno di cui dicevo. Come avverti il dolore di Gennaro, qualche attimo prima, quando suo figlio Pietrino è a un passo da una pallottola in fronte per colpa sua. E piomba in un vortice di disperazione che quasi ti trascina. Sei sul divano di casa, ma ti senti su quella spiaggia anche tu. Non è una colpa sentirsi visceralmente coinvolti. È la magia del cinema. Nient’altro. O niente di meglio.

Chi ha ucciso l’Immortale

Ciro Di Marzio è figlio di nessuno, scampato a un terremoto che ha seppellito tutti tranne lui, che diventa l’Immortale. Gennaro Savastano è figlio di un re (Don Pietro, boss di Secondigliano), ed è nato per «comandare, uccidere e fare soldi». Marco D’Amore e Salvatore Esposito, in questa quinta e finale stagione, sono cresciuti notevolmente. Hanno fatto quello step in più che mancava loro e che era tremendamente necessario per chiudere questa serie. Gomorra si chiude e sembra salvarti dalle tenebre in cui ti ha fatto piombare. Perché la morte di Ciro e Gennaro - e di un po’ tutti i personaggi coinvolti in questa storia – è salvifica. È l’epilogo di una vita che non può lasciarti vivo. È la Camorra che muore. È lucidità, benché lasci sgomenti. E l’ultima pallottola, quella che squarcia il buio e finisce nelle tempie di Ciro l’Immortale, sembra essere arrivata dal nulla. È come se non l’avesse esplosa nessuno. O forse quel grilletto l’abbiam premuto tutti quanti.


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