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Google e Facebook nel mirino dell’Antitrust Usa: titoli a picco. Tremano anche Amazon e Apple

di Marco Valsania

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3' di lettura

NEW YORK - L’antitrust americano stringe l’assedio ai colossi dell'hi-tech - a cominciare da Facebook e da Google di Alphabet - e i titoli del settore risentono della prospettiva di giri di vite che ne ostacolino il business. Il Nasdaq, ricco di società tecnologiche e di Internet, è arretrato dell’1,6%, generando una flessione del 10% dai recenti massimi e portando così l’indice in territorio di aperta correzione al ribasso.
Le azioni potenzialmente nel mirino delle mosse delle autorità hanno trainato il mercato al ribasso. Facebook ha ceduto il 7,5%; Google ha bruciato il 6,1 per cento. Amazon è scivolata del 4,6% e anche Apple dell’1 per cento. Assieme questi titoli, a fine seduta, hanno visto evaporare 130 miliardi di market cap.
La Ftc secondo quanto emerso si prenderebbe in carica eventuali indagini su Facebook e anche Amazon Il Dipartimento della Giustizia avrebbe giurisdizione su Google e anche su Apple. In discussione sono le loro tendenze monopolistiche e le loro pratiche in grado di danneggiare la concorrenza.

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Gli analisti di D.A. Davidson, in un rapporto preparato anzitutto su Amazon, hanno indicato il «potenziale di regolamentazioni di indagini antitrust a livello globale», che potrebbe frenare piani di espansione dei gruppi. Numerosi governi, hanno aggiunto, «stanno rendendosi conto del pericolo di consentire a pochi giganti tech di avere una tale enorme influenza sulle vite quotidiane dei consumatori, da Amazon a Apple, Facebook e Google, e il potenziale di una scossa nelle regole aumenta di giorno in giorno e va monitorato attentamente».
Un maggior interventismo delle autorità antitrust non è del tutto imprevisto. La Ftc ha in corso da oltre un anno un’indagine sul mancato rispetto della privacy da parte di Facebook, decollata dal caso di Cambridge Analytica dove dati di utenti erano stati passati irregolarmente ad un societa' assoldata dalla campagna di Donald Trump. Facebook, secondo le previsioni, potrebbe ricevere una super-multa da 5 miliardi di dollari.

Ma il corso adesso adottato riguarda interrogativi ancora più ampi su impatto, comportamenti e acquisizioni da parte della nuova generazione di giganti hi-tech. In gioco è un aggiornamento e ampliamento dell'interpretazione delle norme antitrust, in anni recenti ridimensionate spesso a un ristretto esame dell'impatto su prezzi e scelta per i consumatori. Invocando potere e diritto a indagare sul gruppo di Mark Zuckerberg, la Ftc non ha necessariamente indicato l'avvio imminente e ufficiale di una azione; ha fatto però capire che intende tenerlo senza indugi sotto stretta osservazione. Il Dipartimento della Giustizia, da parte sua, sta approntando un'inedita indagine sulle pratiche di Google nel settore informazione e pubblicitaà, che rappresenta gran parte delle sue entrate, sospettate di abusi di posizione dominante. La stessa Facebook e Amazon stanno marciando alla conquista delle spoglie della pubblicita' digitale. Anche Apple potrebbe non essere immune da preoccupazioni antiturst, considerando il ruolo - se non nell'e-commerce, nei social media e nelle inserzioni online - quantomeno negli smartphone e nelle app.
La discussione, a livello di autoritaà e accademia, riguarda concetti quali il network effect, leva usata per aumentare il valore di prodotti e servizi sulla base del numero degli utenti permettendo ai giganti di ottenere e difendere posizioni di monopolio e bloccare l'ingresso di concorrenti. I re del tech sono anche sospettati di collusione per mantenere bassi i salari e la mobilita' di molti dipendenti.
La stessa questione del prezzo dei servizi digitali, secondo critici che trovano crescente eco, va ripensata in termini innovativi. La posizione dominante dei colossi di nuova generazione è costruita su un inconscio “patto faustiano” con i consumatori: i primi ricevono servizi sovente o in parte gratuiti, “pagati” però con l'offerta dei propri dati alle società, che poi li rivendono per lauti profitti. C'e chi suggerisce che in un mercato davvero funzionante i consumatori verrebbero ricompensati ben di più, letteralmente oppure sono forma di maggiori protezioni e privacy, per i loro dati e quindi che il “prezzo” dei servizi sarebbe inferiore. La privacy è insomma un costo non-monetario addebitato agli utenti che troverebbe soluzioni con una maggior concorrenza.

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