FiRMATO L’Accordo CON L’AGENZIA DELLE ENTRATE

Google fa pace (dopo un anno) con il Fisco italiano: pagherà 306 milioni di euro

di Angelo Mincuzzi


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7' di lettura

Trecentosei milioni di euro. È la cifra che Google verserà all'Agenzia delle Entrate per fare pace con il Fisco italiano. Il verbale di “accertamento con adesione” che sigilla l'accordo è stato firmato questa mattina dai rappresentanti del gruppo di Mountain View e da quelli delle Entrate. Si tratta di decine di pagine che elencano minuziosamente i dettagli dell'intesa per chiudere la lite fiscale sul periodo 2002-2015 e stabiliscono i criteri con i quali d'ora in poi Google dichiarerà al Fisco i redditi societari derivanti dall'attività sul territorio italiano. Del totale dei 306 milioni di euro previsti, 3 verranno versati a titolo di stabile organizzazione.

«Google e l’Agenzia delle Entrate - ha dichiarato un portavoce della multinazionale del web - hanno raggiunto un accordo per risolvere senza controversie le indagini relative al periodo tra il 2002 e il 2015. In aggiunta alle tasse già pagate in Italia per quegli anni, Google pagherà altri 306 milioni di euro. Di questi - prosegue il portavoce della società - oltre 303 milioni sono attribuiti a Google Italy e meno di 3 milioni a Google Ireland. Google conferma il suo impegno nei confronti dell’Italia e continuerà a lavorare per contribuire a far crescere l’ecosistema online del Paese».

Dal canto suo, l’Agenzia delle Entrate ha spiegato in una nota che è stato siglato «l'accertamento con adesione per risolvere le potenziali controversie relative alle indagini fiscali, condotte dalla Guardia di finanza e coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, relative al periodo tra il 2009 e il 2013. Google pagherà nel complesso oltre 306 milioni di euro, comprensivi anche degli importi riferibili al biennio 2014 e 2015 e a un vecchio contenzioso relativo al periodo 2002-2006. Con Google sarà inoltre avviato un percorso per la stipula di accordi preventivi per la corretta tassazione in Italia in futuro delle attività riferibili al nostro Paese. L'Agenzia conferma il suo impegno nel perseguire una politica di controllo fiscale attenta alle operazioni in Italia delle multinazionali del web».

Più di un anno di trattative prima della svolta
C'è voluto più di un anno per raggiungere l’accordo, un segno di quanto non sia per nulla facile individuare i confini fiscali dei giganti del web muovendosi all'interno delle leggi nazionali e internazionali. Le normative allargano spazi all'interno dei quali le multinazionali si destreggiano senza troppi problemi sfruttando le differenze tra un paese e l'altro. È il cosiddetto arbitraggio fiscale. Le architetture societarie costruite dai professionisti dell'ottimizzazione fiscale consentono così ai giganti del web, ma non solo, di eludere quasi completamente le imposte che le piccole e le medie imprese sono, invece, costrette a versare fino all'ultimo centesimo.

Il calcolo delle imposte
Le dimensioni del fenomeno sono state fotografate da Alberto Zanardi, consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un’audizione al Senato lo scorso 15 marzo. Google - ha spiegato Zanardi - ha registrato un fatturato globale di 67,6 miliardi di dollari nel 2015 (saliti a 82 miliardi nel 2016). Insieme a Facebook, il motore di ricerca controlla oltre il 43% del mercato mondiale della pubblicità online. Sempre nel 2015 il gruppo di Mountain View ha pagato 3 miliardi di dollari di imposte, con un’ aliquota implicita sul fatturato pari al 4,4%. A fronte di un margine di profitto del 26,2%, l’aliquota implicita calcolata sull’utile di bilancio è stata del 16,8%, più bassa rispetto all’imposta sulle società negli Stati Uniti, che è del 35%.
Ma le contraddizioni tra dati di bilancio e dati geografici emergono quando si analizzano i risultati dei singoli paesi. Secondo le cifre citate da Zanardi, i ricavi di Google originati in Italia dai contratti firmati dai clienti del nostro paese sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015 ma solo 67 milioni sono stati dichiarati in Italia. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. E dunque sui 637 milioni di ricavi Google ha pagato imposte complessive per 3,4 milioni di euro, pari a un’aliquota effettiva dello 0,5% sui ricavi geografici mentre l’aliquota sugli utili è stata del 24%. Dove vanno a finire gli utili di Google “gonfiati” dalla cosiddetta “ottimizzazione fiscale”?

Il cocktail irlandese
Nel caso della società di Mountain View finiscono alle Bermuda. La bacchetta magica che ha consentito alla multinazionale Usa di accumulare quasi 50 miliardi di dollari di profitti esentasse nell’arcipelago di 300 isolotti a nord dei Caraibi, è uno schema che si chiama “Double Irish with a Dutch Sandwich”, un meccanismo che il Nucleo di polizia tributaria

della Guardia di Finanza di Milano ha ricostruito al termine di una verifica fiscale scattata alla fine del 2014 nella filiale italiana di Google.
È in seguito a quella ispezione che il sostituto procuratore di Milano Isidoro Palma iscrive nel registro degli indagati cinque dirigenti della società e nel marzo 2016, nell'atto di chiusura delle indagini, contesta loro il reato di dichiarazione fraudolenta. Un'inchiesta seguita passo dopo passo dal procuratore della Repubblica, Francesco Greco, che era già riuscito a far pagare alla Apple 318 milioni di euro alla fine del 2015.
Il Verbale di constatazione firmato il 28 gennaio 2016 dagli uomini delle Fiamme Gialle fa scattare in quei giorni nei confronti di Google una manovra a tenaglia.

DALL’ITALIA ALLE BERMUDA, IL GIRO DEI SOLDI DI GOOGLE

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Da una parte la chiusura dell'inchiesta della procura, avvenuta come abbiamo visto a marzo dello scorso anno. Dall'altro determina l'avvio di un accertamento con adesione tra l'Agenzia delle Entrate e la multinazionale del web. Il Fisco contesta formalmente a Google il mancato pagamento dell'Ires (l'imposta sul reddito delle società) dal 2009 al 2013: i milioni dirottati in Irlanda sarebbero stati 800 mentre l'Ires evasa sarebbe ammontata a 95 milioni di euro.

Il “patto” tra Fisco e Google

L'accertamento con adesione è una sorta di accordo tra Agenzia delle Entrate e contribuente, una trattativa che ha consentito a Google di definire le imposte dovute ed evitare l'insorgere di una lite tributaria. Grazie a questa procedura, Google ha potuto usufruire di una riduzione delle sanzioni amministrative, che in base alla legge vengono versate nella misura di un terzo del minimo previsto. Inoltre, per i fatti perseguibili penalmente, l'accertamento con adesione e il pagamento delle somme dovute prima dell'apertura del processo di primo grado costituiscono una circostanza attenuante, con un effetto “premiale” che si concretizza nell'abbattimento fino a un terzo delle sanzioni penali previste e nella non applicazione delle sanzioni accessorie. Le trattative sono state complesse ma alla fine sono arrivate a un punto di caduta.

La stabile organizzazione
All'origine del “caso Google” ci sarebbe stata - in base alle indagini del Nucleo tributario della Gdf di Milano - una “finzione societaria” che avrebbe mascherato il vero ruolo della filiale italiana della multinazionale statunitense.
Google Italy è una Srl milanese controllata dalla Google International Llc, società domiciliata a Wilmington, nel Delaware, paradiso fiscale Usa. La filiale italiana ha per oggetto sociale «la prestazione di servizi di consulenza e assistenza nelle attività di supporto alla vendita, nel settore del marketing» e della pubblicità ma secondo le Fiamme Gialle avrebbe operato con ruoli ben diversi e soprattutto con «una stabile organizzazione». I contratti con i clienti italiani, formalmente definiti in Irlanda, erano invece preparati e curati dai dipendenti della società milanese, secondo quanto appurano gli investigatori. I documenti venivano poi inviati alla società irlandese Google Ireland Ltd, dove venivano firmati e rispediti nuovamente in Italia. La società di Dublino, dunque, avrebbe operato per anni in Italia con una stabile organizzazione «non dichiarata» e non costituita formalmente.

La triangolazione tra Irlanda e Olanda
È a questo punto che entrava in gioco il sistema del “Double Irish with a Dutch Sandwich”. Un meccanismo (utilizzato da Google non solo per l'Italia) che coinvolge due società irlandesi (la Google Ireland Ltd e la Google Ireland Holdings) e una entità olandese (la Google Netherlands Holdings Bv).
Google Ireland Ltd, che ha la sede in un edificio nel centro di Dublino, non è una società qualunque: vende pubblicità sul motore di ricerca per tutti i paesi al di fuori degli Stati Uniti e realizza oltre l'80% del fatturato estero della multinazionale americana. I ricavi dei contratti pubblicitari firmati in Italia e negli altri paesi dell'Europa, dell'Asia, dell'Africa e del Pacifico finiscono qui. E questo è il primo passaggio del sistema che consente a Google di versare una percentuale irrisoria di imposte.

C'è un altro particolare che va tenuto a mente per comprendere il funzionamento del “Double Irish with a Dutch Sandwich”. Google Ireland Ltd, che incassa i soldi provenienti dall'Italia e dagli altri paesi, deve a sua volta pagare delle royalties alla seconda società irlandese, la Google Ireland Holdings, perché è quest'ultima a possedere la proprietà intellettuale dell'algoritmo del motore di ricerca.
Dunque, la prima filiale irlandese paga le royalties alla seconda generando delle spese che riducono la sua base imponibile fiscale e le consentono di pagare meno imposte in Irlanda. La seconda società dirotta gli utili nelle Bermuda dove non paga imposte. Ecco perché nel Territorio d’oltremare del Regno Unito Google ha accumulato circa 50 miliardi di dollari esentasse.

La “deviazione” olandese
Il meccanismo non è così semplice, però. Per evitare il pagamento della ritenuta d'acconto irlandese (pari al 12,5%), i ricavi di Google non passano direttamente dalla prima alla seconda filiale irlandese. Compiono invece una deviazione di quasi mille chilometri in Olanda, verso la Google Netherlands Holdings (una società che secondo la Gdf sarebbe quasi una scatola vuota). Ed è la holding olandese a girare i soldi alla seconda società di Dublino.

Perché questo slalom così complicato? Perché la normativa fiscale irlandese prevede che se una società versa le royalties a società di altri paesi dell'Unione europea non paga le imposte. E così la compagnia olandese – che non ha nessuna funzione se non quella di permettere questa ulteriore riduzione delle tasse – versa il 99,8% delle royalties ricevute dalla Google Ireland Ltd alla Google Ireland Holdings che le rigira nelle Bermuda. La holding irlandese, infatti, è controllata dalla Motorola Mobility International Ltd e dalla Google Bermuda Unlimited, entrambe domiciliate nell'arcipelago al largo degli Stati Uniti.
Il tragitto dei soldi è un giro del mondo: dall'Italia all'Irlanda, da qui all'Olanda, poi di nuovo in Irlanda e infine alle Bermuda. Migliaia di chilomentri con l'unica funzione di ridurre l'imposizione fiscale complessiva di Google a livelli da prefisso telefonico.

Ecco come ha fatto Google a eludere il Fisco italiano per 13 anni

Ma questo stratagemma non è piaciuto alle autorità fiscali di molti paesi europei. In Francia, la sede parigina è stata perquisita a maggio dello scorso anno e la società viene accusata di aver nascosto 1,6 miliardi di euro di introiti, mentre in Gran Bretagna la multinazionale ha pagato 130 milioni di sterline per chiudere il contenzioso fiscale. E adesso a Google tocca finalmente pagare anche il Fisco italiano.

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