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Google Stadia non produrrà più videogiochi. La rivoluzione streaming è già finita?

Costa troppo progettare videogiochi di qualità (e mantenere la piattaforma di cloud gaming). Google chiude i suoi studi di sviluppo ma il servizio resterà attivo

di Luca Tremolada

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3' di lettura

Google ha cambiato idea sulle prospettive del suo servizio di streaming videoludico. La società di Mountain View ha comunicato nei giorni scorsi che non produrrà più videogiochi ma si limiterà a vendere titoli di terze parti. Il servizio, ha chiarito Phil Harris, vicepresidente e papà putativo di Google Stadia, continuerà a funzionare, cioè ogni mese arriveranno nuove produzioni multipiattaforma. Offrirà comunque la possibilità di sfruttare la tecnologia a sviluppatori e publisher terze parti anche per eventuali accordi di esclusiva o partnership.

Verranno però chiusi due team dedicati allo sviluppo di videogiochi, uno a Montreal e uno a Los Angeles, oltre 150 sviluppatori andranno a casa tra cui Jade Raymond: “Sono fiera del team che abbiamo costruito qui in Stadia Games and Entertainment - ha scritto su twitter - e del fantastico lavoro fatto sulle esclusive per la piattaforma”, ha scritto l’ex dirigente nel suo messaggio».

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Il motivo è legato ai costi di sviluppo del videogioco che “crescono esponenzialmente» in quanto, si legge, le produzioni di qualità richiedono molti anni. I manager di Google si sono accorti che sviluppare giochi costa molto, così come mantenere l’ infrastruttura cloud per lo streaming videoludico. La manovra che rientra in un piano di ristrutturazione più ampio ridimensiona drasticamente le ambizioni di Google nel gaming e ci si domanda quale possano essere le conseguenze per una industry come quella del videogioco che è cresciuta moltissimo, allargandosi però fuori dal perimetro tradizionale, abbracciando nuovi device come gli smartphone e includendo nuovi attori come appunto i grandi cloud provider come Amazon e Google.

Che fine ha fatto la rivoluzione dello streaming?

Ricordiamoci che meno di un anno fa Google Stadia avrebbe dovuto rappresentare la rivoluzione dell’industria del gaming, avrebbe dovuto cioè mandare a gambe all’aria il “recinto novecentesco” delle console, disintermediare contenuto e contenitore, liberare la creatività degli sviluppatori e traghettarci verso un mercato digitale fluido e tecnologicamento agnostico dove tutto viene elaborato nei datacenter e distribuito attraverso le reti fisse e mobili su tablet, tv, smartphone e computer.

Questo paradigma di distribuzione dei prodotti digitali, lo streaming per essere più chiari, non sembra in discussione. Il passo indietro di Google non rappresenta il fallimento del cloud gaming.

Il servizio ha dimostrato di funzionare anche in Italia meglio di quanto ci aspettassimo. Semmai dimostra ancora una volta la centralità delle logiche di rete delle piattaforme digitali. La forza di attrazione di contenuti sviluppati da terze parti è legata al successo della piattaforma che a sua volta dipende dalle logiche di servizio che è in grado di mettere in campo. Detto altrimenti, oltre ad avere giochi che girano a 60Fps e in alta definizione, serve un catalogo all’altezza in termini di biodiversità videoludica e un sistema di sconti e incentivi in grado di intercettare le esigenze dell’utente. Ad oggi la “libreria” di giochi di Stadia appare piena di lacune, mancano alcuni titoli di grande richiamo come ad esempio Call of Duty e Fortnite, non ci sono giochi in esclusiva di rilievo. Ma più che altro manca un programma per incentivare gli sviluppatori indipendenti a progettare contenuti sfruttando la potenza del cloud di Google.

Le potenzialità inespresse e il futuro

Tuttavia le potenzialità restano, l’ambizione del sogno di Phil Harrison è corroborata dal successo delle piattaforme di streaming di musica e serie tv e film. Il videogioco, essendo un contenuto digitale interattivo più complesso di un brano musicale, presenta più problemi di trasmissione in diretta. Tuttavia, in presenza di grande capacità di elaborazione dati come quella posseduta da Google, si possono progettare eventi live di eSport più inclusivi, sfruttare il traino di YouTube per connettere video e videogioco, o ancora si possono immaginare una nuova generazione di esperienze di gioco online. Le promesse che aveva fatto, all’inizio di Google Stadia, Phil Harrison restano tutte. Vanno portate a terra con un piano di investimento davvero ambizioso e forse un nuovo modello di business. L’arrivo a marzo di Fifa 21 potrebbe aiutare ad aumentare una base utenti che ad oggi appare modesta. Ma forse arriva tardi. Forse il problema è ancora una volta la sostenibilità del videogioco come prodotto di intrattenimento.

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