Interventi

Governi e Big Tech, cosa ci dice il caso Australia

di Alessandro Curioni

3' di lettura

L'Australia è molto lontana geograficamente, ma è terribilmente vicina digitalmente. Per questo motivo la guerra che sta combattendo da quasi un anno a questa parte ci riguarda più di quanto possiamo immaginare.

Di quale conflitto stiamo parlando? Quello che oppone il governo di Canberra alle Big Tech e che si svolge su più di un campo di battaglia.

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Il primo vede sul fronte opposto Google e Facebook che si stanno opponendo con tutte le loro forze al progetto di legge che imporrebbe di pagare gli editori per le notizie che il motore di ricerca e il social condividono (i cosiddetti snippet). Google è arrivata a minacciare la sospensione del servizio di indicizzazione per tutti gli utenti australiani.

Da Mountain View e Menlo Park fanno sapere che questo provvedimento è una minaccia a un web aperto e libero. Nello scontro è scesa in campo anche Microsoft a fianco del governo australiano e degli editori sostenendo che questo modello dovrebbe essere esportato anche in Europa. Attenzione, però, per proprio il colosso di Redmond è in aperta polemica con Canberra per la riforma della norma sulla protezione cibernetica delle infrastrutture critiche che concederebbe alle autorità la possibilità di intervenire direttamente in caso di incidenti o attacchi cyber particolarmente gravi.

A tal proposito Microsoft ha chiarito che il governo non ha le “competenze tecniche” per intervenire sui sistemi di un operatore e dovrebbe come minino prevedere un adeguato risarcimento rispetto a eventuali danni causati dal suo intervento.

Il caso australiano dimostra come le Big Tech nascondano dietro la bandiera dell'autonomia della Rete la loro progressiva invasione in uno spazio decisionale tipicamente riservato ai governi. Proprio su tale tema e in particolare quando si riferisce alla circolazione delle informazioni questi operatori dimostrano chiaramente come la loro idea di libertà sia profondamente diversa da quella di un comune cittadino. Come spiegare altrimenti la scelta di Twitter di sospendere a vita l'account di Donald Trump o la decisione di Facebook sottoporre a un gruppo di esperti selezionati dall'azienda l'opportunità di vietare o meno all'ex presidente di pubblicare messaggi? Aggiungiamo il caso Solar Winds che se non fosse stato per la denuncia della compromissione dei sistemi di FireEye, nota società di cybersecurity, di alcuni servizi Microsoft e di varie agenzie governative statunitensi, probabilmente sarebbe passato sotto silenzio.

E ancora, sempre per parlare di Microsoft, la recente scoperta di vulnerabilità nel suo sistema di posta elettronica Exchange, rivelate dopo due mesi, un tempo sufficiente a determinare la violazione della posta elettronica di decine di migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. La netta sensazione è quella che le Big Tech interpretino lo spazio digitale come una loro proprietà privata, in cui la libertà si traduce in un'assoluta discrezionalità decisionale. Inevitabilmente questo atteggiamento unito alla convergenza tra i mondi al di là e al di qua dello schermo le sta portando in rotta di collisione con i governi di mezzo mondo per i quali, sembra evidente, esse costituiscono una minaccia senza precedenti alla loro legittimità.

Se da un lato tutti abbiamo guardato con preoccupazione all'invasione dello stato nella vita personale dei cittadini, come in passato ha denunciato Edward Snowden, non possiamo ugualmente restare indifferenti a quella che si sta presentando come una privatizzazione della Rete in cui i diritti di pochi, molto pochi, prevaricheranno quelli di molti.

Presidente
DI.GI. Academy S.r.l.


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