Interventi

Governo Draghi e Next Generation EU: riportare “La pecora nera” alla crescita

di Silvia Merler

3' di lettura

Il compito che attende il Governo Draghi non è semplice. Negli ultimi dieci anni, l'Europa ha attraversato due crisi esistenziali: la crisi del debito sovrano e la crisi del COVID-19. Dal punto di vista economico, sono due eventi diametralmente opposti: la crisi del debito sovrano è stato un evento asimmetrico con origini profondamente radicate nella politica economica nazionale, mentre la crisi del COVID-19 è un evento simmetrico completamente esogeno alla politica economica ma che rischia di avere ripercussioni economiche profonde, soprattutto per chi vi è entrato in condizioni di pregressa debolezza.
Questo è il caso dell'Italia. Nell'autunno 2011, all'apice della crisi dell'Eurozona che sarebbe stata poi mitigata dalle parole dello stesso Mario Draghi, l'Italia viveva l'insediamento di un altro governo a guida tecnica. Quell'evento evitava in extremis la necessità di ricorrere ad un programma di aggiustamento macroeconomico sullo stampo di quelli estesi a Grecia, Irlanda e Portogallo – programma che, nel caso italiano, avrebbe avuto per i partner Europei un costo proibitivo. Allo stesso tempo, però, la parentesi del governo Monti avrebbe finito per costituire un'occasione mancata per mettere definitivamente mano a debolezze strutturali e note da tempo del nostro Paese.
L'aggiustamento vissuto dai Paesi soggetti ai programmi di aggiustamento UE/FMI è stato senza dubbio doloroso e ha stravolto in alcuni casi le strutture di modelli ecoconomico consolidati, ma ha permesso a quei Paesi di tornare a crescere rapidamente dal 2014 in poi, di ridurre la disoccupazione e di mettere il debito accumulato su una traiettoria discendente. In Italia, quell'aggiustamento profondo non c'è stato e il nostro Paese si è progressivamente isolato all'interno dell'Eurozona in un sempre più marcato ‘eccezionalismo' economico e politico.
“La pecora nera”, come la definisco nel titolo di un libro pubblicato recentemente, già prima del Covid-19 rischiava di rimanere imprigionata in un circolo vizioso di stagnazione economica, disoccupazione, emigrazione, povertà e disuguaglianze. Le conseguenze sociali della stagnazione economica vissuta dall'Italia negli ultimi venti anni sono profonde e quelle politiche dirompenti – come evidente nel successo eccezionale di partiti e movimenti populisti ed euroscettici negli ultimi anni. Su questo quadro si è abbattuta la pandemia che, proprio per la sua natura di shock globale, ha in qualche misura oscurato la l'eccezionalità delle debolezze Italiane. Ma non le ha certo cancellate – semmai acuite.
Il COVID-19 ha anche reso l'Italia il fulcro di un dilemma politico per Bruxelles. Da un lato, a causa del malessere economico pregresso e del ridotto margine di manovra imposto dal fardello del debito pubblico, l'Italia è il Paese che più ha bisogno della solidarietà UE per combattere la crisi. Dall'altro, il fatto che il nostro Paese incarni oggi un caso di mancato aggiustamento economico nell'Eurozona, ci priva del capitale politico necessario per avanzare rivendicazioni in questo ambito. Quel capitale politico va ricostruito tramite la consapevolezza che il trasferimento netto di risorse a cui l'Italia avrà accesso nel contesto di Next Generation EU costituisce un atto di fede da parte dei nostri partner in quello che oggi rischia seriamente di diventare l'anello più debole dell'Eurozona – o forse lo è già.
In questo senso, per l'Italia far ripartire la crescita non è oggi solo una necessità economica ma anche un imperativo politico. I maggiori inibitori della crescita nel nostro Paese sono ampiamente noti: la lentezza della giustizia, l'inefficienza della burocrazia, la scarsa concorrenza, la bassa propensione all'innovazione di un sistema industriale sbilanciato sulle micro imprese, l'incapacità del sistema educastivo di produrre le competenze richieste dal mondo del lavoro e l'incapacità del sistema Paese di trattenere il suo capitale umano, la rigidità del mercato del lavoro e l'inefficacia delle politiche attive di occupazione, l'iniquità generata da un sistema di tassazione sbilanciato sul reddito da lavoro dipendente associato a un sistema di protezione sociale dualistico, la marcata diversità della qualità istituzionale sul territorio e la prevalenza ancora forte di un sistema di economia sommersa.
Affinché il debito accumulato nel contesto della pandemia sia debito ‘buono' – ovvero debito che sposti il Paese su una traiettoria di crescita potenziale più elevata sostenibile nel lungo periodo – non basterà iniettare una mole senza precedenti di investimento pubblico. Servirà soprattutto un deciso impegno a rimuovere le debolezze strutturali ataviche che troppo spesso hanno reso l'investimento pubblico inefficace in passato. Dal successo del governo Draghi nello scardinare questi freni dipenderà il futuro economico del nostro Paese, ma anche il futuro politico di un'Europa che per la prima volta sperimenta un'iniziativa con caratteri espliciti di solidarietà fiscale trans-nazionale.

Capo della ricerca di Algebris Policy & Research Forum, autrice de “La pecora nera –L'Italia di oggi e l'Eurozona” (Università Bocconi Editore, 2020)

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