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Governo Pd-M5s? Convergenze su salario minimo e fisco. Ma Tav e democrazia diretta dividono

In Parlamento i numeri ci sono e sia nel Pd che fra i Cinque stelle - nonostante distinguo e condizioni non manchino - comincia a prendere quota l’ipotesi di formare una nuova maggioranza alternativa a quella giallo-verde un po’ sulla falsa riga dell’asse europeo che ha portato poi al voto comune su Ursula von Der Leyen. Ma su quali basi programmatiche potrebbe nascere un governo giallo-rosso?

di Mariolina Sesto


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3' di lettura

In Parlamento i numeri ci sono e sia nel Pd che fra i Cinque stelle - nonostante distinguo e condizioni non manchino - comincia a prendere quota l’ipotesi di formare una nuova maggioranza alternativa a quella giallo-verde un po’ sulla falsa riga dell’asse europeo che ha portato poi al voto comune su Ursula von Der Leyen. Ma su quali basi programmatiche potrebbe nascere un governo giallo-rosso?

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Dagli aiuti alle famiglie al salario minimo: i punti di contatto Pd-M5s
Ancora prima che Di Maio e Salvini stringessero l’accordo di programma che ha dato vita al “governo Conte”, fu l’allora segretario reggente del Pd Maurizio Martina a presentare tre proposte programmatiche alla base di un accordo Pd-M5s: 1) allargare il Reddito di Inclusione per azzerare la povertà assoluta in tre anni e potenziare le azioni contro la povertà educativa; 2) introdurre l’assegno universale per le famiglie con figli, la carta dei servizi per l’infanzia e nuovi strumenti di welfare a favore dell’occupazione femminile, per ridurre le diseguaglianze e sostenere il reddito dei ceti medi; 3) introdurre il salario minimo legale, combattere il dumping salariale dei contratti pirata anche valorizzando il Patto per la Fabbrica promosso dalle parti sociali. Tagliare ancora il carico fiscale sul costo del lavoro a tempo indeterminato per favorire assunzioni stabili con priorità a donne e giovani, norme per la parità di retribuzione dei generi.
Tre proposte di centrosinistra che si innestano nel solco già tracciato dal governo e trovano affinità con il programma con cui il Movimento 5 stelle si era presentato alle urne.

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Le convergenze sulla riforma fiscale
Ma non c’è solo il salario minimo. Ci sono le recenti aperture di Matteo Renzi sul taglio dei parlamentari (anche se restano i tre no dei Dem ai tre voti sul Ddl costituzionale). Sulla riforma fiscale, poi, il Pd sente di più il vincolo europeo ma, come i pentastellati, ambisce a un superamento del Fiscal compact. Più welfare state (scuola, sanità, assistenza ai non autosufficienti, contrasto alla povertà) e più investimenti pubblici sono centrali nei due programmi. Anche se le platee di riferimento sono diverse.
Il Pd privilegia il taglio del cuneo fiscale mentre i 5 Stelle quello delle aliquote Irpef - e sulle famiglie con figli. Renzi proponeva un bonus di 240 euro al mese per i figli a carico fino a 18 anni, Di Maio un’indennità di maternità di 150 euro al mese per i primi 3 anni dopo la nascita.
In comune il no alla flat tax che «non garantirebbe la progressività del prelievo». Più soldi per la sanità, la scuola e la non autosufficienza, assunzioni nel pubblico impiego: misure analoghe erano previste nei programmi di Pd e 5 stelle.

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Le criticità dalla democrazia diretta a Tav e infrastrutture
Nel confronto fra i due programmi non mancano però le criticità e le divergenze. Soprattutto al capitolo investimenti e infrastrutture. Tanto per fare un esempio, la Tav. Per la costruzione della quale il Pd si è sempre battuto e che i Cinque stelle hanno sempre avversato. Altro tema con scarsissime possibilità di convergenza è quello della democrazia diretta, vero e proprio caposaldo del programma pentastellato. Durissime sono state le critiche del Pd alla riforma M5s che introduce il referendum propositivo. Unità di vedute, al contrario, sul voto ai 18enni per il Senato, approvato recentemente con il sì di entrambi i partiti.

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