Editoriali

Governo del Presidente per un Paese confuso

di Sergio Fabbrini

(Ansa)

4' di lettura

Diciamolo subito. Il governo Draghi nasce dal fallimento della politica italiana, dovuto alla sua frantumazione e impreparazione. In poco meno di tre anni, abbiamo avuto ben due diversi governi politici (Conte I e Conte II), sostenuti da ben due diverse maggioranze politiche, entrambi politicamente falliti. Eppure, non mancano, tra i politici, coloro che chiedono che anche il governo Draghi sia un governo politico. Naturalmente, per governo politico, intendono preservare sé stessi. Basta ascoltarli quando escono dall’incontro con il presidente incaricato. Ognuno è preoccupato di mettere la propria bandierina sul programma del nuovo governo (chi vuole il condono fiscale, chi il reddito di cittadinanza, chi le assunzioni nel pubblico impiego), oltre che il proprio ego di fronte alle telecamere.

E gli interessi del Paese? Non si sa. Sconfortante. Vediamo come stanno le cose.

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Pur essendo una democrazia parlamentare, il nostro parlamento ha dimostrato, con regolarità, di non poter funzionare. Nel ciclo politico che si è aperto all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso (con la crisi del precedente sistema dei partiti), il parlamento è stato costretto più volte a sospendere il proprio ruolo costituzionale (dare vita ad un governo che sia in grado di governare). In quelle fasi, come mai è avvenuto nelle altre democrazie occidentali, il governo si è formato fuori dal parlamento anche se poi ha agito all’interno del parlamento e con il consenso del parlamento.

Il governo Ciampi (28 aprile 1993-13 gennaio 1994), il governo Dini (17 gennaio 1995-11 gennaio 1996), il governo Monti (16 novembre 2011-21 dicembre 2012) ed ora il governo Draghi sono la dimostrazione dell’incapacità della politica di guidare il Paese (non solo di rappresentarlo). I governi si classificano sulla base di tre criteri: come si formano, qual è la loro composizione, che mandato hanno. Tutti i governi in questione si sono formati su iniziativa del presidente della Repubblica, non già dei partiti e tanto meno degli elettori. Sono stati l'esito del “correttivo” costituzionale esercitato dal presidente della Repubblica nei confronti del parlamento (quando quest'ultimo si paralizza). Il governo Draghi non farà eccezione. Tutti i governi in questione hanno registrato una composizione variabile di tecnici (ministri privi di una precedente esperienza parlamentare al momento della nomina) e di politici. I ministri tecnici hanno costituito la quasi totalità dei ministri nei governi Dini e Monti, sono stati la metà nel governo Ciampi. Infine, tutti i governi in questione hanno ricevuto, dal presidente della Repubblica, un mandato specifico e delimitato. Essi sono nati per affrontare emergenze istituzionali o economiche, non già per realizzare un programma di legislatura. Anche il governo Draghi dovrà perseguire una priorità esclusiva, definire il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), da finanziare con i fondi del programma europeo di Next Generation-EU, accelerando nello stesso tempo l’uscita del Paese dalla pandemia.

Non essendo un’eccezione, il governo Draghi potrà tenere presente le esperienze precedenti, senza rimanere però prigioniero di nessuna di esse. La sua principale constituency sarà al Quirinale, oltre che nelle principali capitali europee. Difficilmente potrà essere un governo composto esclusivamente da ministri non-parlamentari, ma neppure potrà essere condizionato da ministri che rappresentano i gruppi/gruppettini parlamentari. In particolare, dovrà mettere al riparo la definizione e la governance del Pnrr dagli appetiti di quei gruppi. Come è avvenuto altrove, potrebbe costituire, all'interno del governo, un delimitato (recovery) cabinet, con ministri indipendenti, delegando invece ai ministri-parlamentari le materie non collegate al Pnrr. Comunque, i parlamentari debbono accettare di sostenere, ma non determinare, il programma. Il governo Draghi non sarà un governo di coalizione, ma un governo sostenuto da una coalizione di parlamentari che si riconoscono negli obiettivi del suo programma. Seppure il governo Draghi potrà agire in una condizione più favorevole rispetto a quella in cui ha dovuto agire il governo Monti (il secondo ha dovuto tagliare la spesa per salvare l’Italia, il primo dovrà qualificare la spesa per rilanciare l'Italia), nondimeno anche il governo Draghi dovrà fare scelte non facili che richiederanno un’alta coesione interna. L’Italia non potrà ripartire grazie ai nuovi investimenti, se questi ultimi non saranno accompagnati da riforme significative (nella pubblica amministrazione, nella giustizia civile e penale, nell’educazione e nella ricerca, ad esempio). Si tratta di riforme che sono destinate a colpire interessi corporativi che faranno di tutto per svuotarle (attraverso i loro rappresentanti parlamentari). La frammentazione della politica è l’espressione del particolarismo che caratterizza da tempo la società italiana. Nel nostro Paese, non c'è un gruppo di interesse (neppure uno) che abbia uno sguardo più largo del proprio interesse. Basti ricordare l'esito degli “Stati generali dell'economia”, organizzati a Villa Pamphilj dal governo Conte II nel giugno dello scorso anno per “progettare il futuro”. Centinaia di associazioni che, per una settimana, si sono succedute ad avanzare richieste particolaristiche, come se l'interesse del Paese emergesse dalla loro somma o aggregazione. Da non credere.

Di fronte alla difficoltà del nostro parlamento ad assolvere le proprie funzioni, Giovanni Sartori propose, in un saggio del 1994, di costituzionalizzare un sistema di governo (definito come “presidenzialismo alternante”) basato su due motori. Se quello parlamentare si spegne, si accende quello presidenziale. Nei fatti, le cose funzionano così. Tuttavia, c’è poco da rasserenarsi, di fronte ad un parlamento che non vuole affrontare il problema della instabilità politica. Anzi, una buona parte dei nostri parlamentari vorrebbe addirittura introdurre il sistema elettorale proporzionale. Sistema che, combinato con il populismo diffuso, condurrebbe l’instabilità politica al livello di crisi di regime. Le democrazie liberali non dovrebbero avere bisogno di salvatori della Patria per rimanere tali.

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