“effetti collaterali” della brexit

Gran Bretagna, prestiti e tasse universitarie alle stelle

di Alberto Magnani

(Marka)

3' di lettura

Debiti oltre le 40mila sterline a laureato, rialzo dei tassi di interesse sui prestiti per gli studi e l'ipotesi di rincaro per rette che viaggiano già sulle 9mile sterline l'anno. Il tutto, in vista di una Brexit che sta già facendo diminuire le iscrizioni e rischia di favorire la fuga all'estero delle proprie matricole. Sullo sfondo del duello tra il primo ministro Theresa May e il leader laburista Jeremy Corbyn c'è una questione che non fa dormire sonni tranquilli a giovani e famiglie inglesi: la bolla dei costi dello studio e del rischio default sugli student loans, cioè l'incapacità di restituire i prestiti contratti per portare a termine bachelors o masters (corsi triennali e magistrali) negli atenei dell'Isola. La stessa emergenza già nota da anni negli Usa, dove la “bubble” dei mutui per fini accademici si è gonfiata fino al volume monstre di 1,3 trilioni di dollari e causa una media di 3mila default al giorno.

Un debito medio da 44mila sterline a studente. E l'incognita dei rialzi
L'Inghilterra non può registrare numeri simili all'enorme sistema di atenei pubblici e privati degli Stati Uniti, ma gli allarmi lanciati finora non sono meno preoccupanti. Anzi: Sutton Trust, un'organizzazione no profit che si dedica soprattutto all'istruzione, aveva già rilevato nel 2016 un debito medio record di 44.500 sterline per i laureati inglesi del 2015. L'equivalente, tenuto conto del cambio da dollaro a sterline, di 1,5 volte in più del debito medio dei laureati statunitensi (29mila sterline) e di quasi cinque volte in più dell'indebitamento dei neolaureati della vicina Scozia (9.400 sterline). Un'ulteriore stangata arriverà con il rialzo dei tassi di interesse sui prestiti, dettata dal più elevato tasso di inflazione.

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Secondo le norme in vigore, i laureati iniziano a estinguere il proprio debito quando ricevono il primo stipendio, pagando un interesse pari al Retail price index (l'indicatore dell'inflazione pubblicato dall'Office for national statistics) più un'addizione fino al 3% se la retribuzione sale sopra la soglia dei 21mila sterline. Nel dettaglio, l'aliquota è livellata in crescendo per gli stipendi nella fascia 21mila-41mila sterline, toccando il massimo (3%) dalle 41mila sterline in su. Il nuovo livello di inflazione dell'Isola del 3,1%, annunciato a marzo, spingerà gli interessi fino a picchi del 6,1% per chi rientra nella fascia più elevata. Senza contare i timori di un incremento delle rette tout court, ipotesi smentita – per ora – dalle tutte le parti in gioco.

La proposte dei candidati: dall'azzeramento delle rette di Corbyn allo scetticismo dei Tory
L'argomento non poteva che venire alla ribalta anche in campagna elettorale, nonostante il clima sia surriscaldato più che altro dai dossier di Brexit e allarme terrorismo. Corbyn, dato dai sondaggi in rimonta rispetto ai 20 percentuali di scarto di qualche mese fa, ha lanciato una proposta drastica: azzerare le tasse, con annullamento totale dal 2018 ed esenzione retroattiva sul primo anno per chi si è immatricolato nel 2017. L'abolizione delle tasse universitarie per gli universitari domestici sarebbe accompagnata dalle trattative con l'Europa per garantire studi gratis anche agli iscritti Ue, all'interno di uno degli accordi bilaterali che dovranno essere contrattati con Bruxelles nel processo di Brexit. La copertura finanziaria per la manovra, stimata in oltre 9 miliardi di sterline, arriverebbe dall'innalzamento delle aliquote al 45% per i redditi sopra le 80mila sterline e al 50% per quelli oltre le 100mila sterline.

Proprio il rincaro fiscale ha fatto storcere il naso ai Tory, già scettici sull'ipotesi della «università gratis per tutti» rivendicata da Corbyn. Theresa May ha già chiesto al rivale «dove troverà i soldi» per la misura e bocciato l'idea di fare cassa alzando il livello di tassazione, dichiarando che il suo governo manterrà il livello di rette fissato finora: 9.250 sterline l'anno. Al dibattito si è aggiunto Nick Clegg, leader dei Liberal-democratici, anche se le sue critiche a Corbyn si sono rivelate più che altro un boomerang. Clegg ha liquidato la proposta dei laburisti sostenendo che i giovani non sono interessati «a un sacco di roba gratis», ovvero all'abolizione delle rette. Ma l'aveva proposta già lui, da candidato, nel 2010.

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