NEW YORK

Grande Mela ben affrescata

Hotel, bar e biblioteche della metropoli americana sono impreziositi dai murales di Parrish, Pusterla e Benton, realizzati grazie a ricche commesse ed eccentriche richieste

di Laura Leonelli

default onloading pic

Hotel, bar e biblioteche della metropoli americana sono impreziositi dai murales di Parrish, Pusterla e Benton, realizzati grazie a ricche commesse ed eccentriche richieste


4' di lettura

Aveva deciso di punirlo perché quei soldi lo avevano smascherato. Gratta gratta, come nel restauro che raggiunge lo strato originale del dipinto, quei 5mila dollari, una follia nel 1906, avevano portato alla luce la sua vera natura. E dunque, nonostante fosse un virtuosissimo quacchero e pure astemio, Maxfield Parrish, pittore di successo dell’epoca tanto da battezzare una tonalità di blu, lo scintillante Parrish Blue, aveva accettato l’invito e il denaro di John Jacob Astor IV, uno degli uomini più ricchi d’America, e aveva affrescato la parete del bar dell’hotel Knickerbocker tra Broadway e la 42esima strada. Ma aveva giurato di vendicarsi e la rivalsa aveva colpito nel profondo, nelle viscere, perché il re seduto sul trono al centro del dipinto, il buon vecchio King Cole delle filastrocche per bambini, aveva sì le sembianze del committente come richiesto, ma era stato sorpreso, vedi la smorfia d’imbarazzo, nell’atto di liberare una micidiale flatulenza. E lo stesso Parrish, nei panni del giullare, rideva e volgeva il capo altrove per sopravvivere al botto.

Sei anni dopo, se anche quest’evento può rientrare nel regolamento dei conti, Astor morì nel naufragio del Titanic e l’albergo iniziò un lento declino che portò alla chiusura durante la Depressione. Svaniva un mito, ma l’affresco, altrettanto celebre nei suoi nove metri di lunghezza, veniva trasportato negli anni Trenta nel bar dell’hotel St. Regis, dove è tuttora e dove leggenda vuole sia nato il Bloody Mary. E sorseggiando un cocktail dietro l’altro, ricordando che di fronte al sovrano scoreggione si sono seduti tra gli altri Marlene Dietrich, Norman Rockwell ed Ernest Hemigway, Glenn Palmer-Smith, pittore e restauratore - sua la pulizia dei meravigliosi dipinti di Ludwig Bemelmans per il Carlyle Cafè -, Joshua McHugh e Graydon Carter, fotografo, hanno raccontato la storia degli affreschi di quell’incredibile corte papale affacciata sull’Atlantico e insieme hanno firmato lo splendido volume Murals of New York City. The best of New York’s public paintings from Bemelmans to Parrish, edito da Rizzoli International.

Per quanto esclusa dal ristrettissimo club delle Rome antiche, New York ha sentito di avere prestigio e ricchezze per garantire ai sudditi lo splendore di grandi cicli di affreschi e dal 1893, da quando la World’s Columbian Exposition segna l’inizio del Rinascimento dell’arte americana, non c’è nudità di muro, di tribunale e di bar, che non aspiri ad accogliere un capolavoro. Nessuno all’inizio del Novecento teme l’effetto postiche, neppure John Pierpoint Morgan che nel 1906 incarica Harry Siddons Mowbray di affrescare la rotonda della sua biblioteca e la sala est. E nonostante fosse stato accusato di eccessivo affetto nei riguardi di Pinturicchio, fonte di plagio per il ciclo dell’University Club, Mowbray torna idealmente all’arte italiana con l’accortezza di inserire tra i personaggi ritratti, accanto a Ulisse e al Virgilio della Divina Commedia, anche Re Artù. Ma lo spirito patriottico è in agguato e se è impossibile combattere contro Michelangelo e Raffaello, vale la pena lottare contro l’invasione dei “messicani”. Nel 1930 Rita Benton, a nome di tutte le mogli americane, chiede ad Alvin Saunders Johnson di offrire un incarico anche a suo marito, Thomas Hart Benton. José Clemente Orozco, tra i più famosi muralisti del realismo sociale, stava già dipingendo una parete della New School for Social Research, al settimo piano, ed era talmente protetto dal suo committente da inserire nel corteo che inneggiava alla libertà delle nazioni Stalin e Lenin, su cui negli anni Cinquanta, durante il maccartismo, calerà una tenda gialla. Nessuno invece censurerà gli affreschi del ciclo America Today, firmati da Benton, oggi nella collezione del Metropolitan Museum.

A Diego Rivera, chiamato a decorare l’ingresso del Rockfeller Center, era andata meno bene. Quando Nelson Rockfeller gli impone di cancellare il volto di Lenin dal murales Man at the Crossroads, l’artista rifiuta. Il committente minaccia di distruggere l’opera, ma Rivera non cede e il 9 maggio 1933 scende per l’ultima volta dalle impalcature. Di immortalare l’affresco, prima che venga picconato, si incarica Lucienne Bloch, figlia del compositore Ernest Bloch, assistente dell’artista messicano, pittrice lei stessa e autrice del meraviglioso ciclo di murales dedicato alla musica per la George Washington High School. In pochi minuti Frida Kahlo distrae i poliziotti a guardia dell’affresco incriminato, Steve Dimitroff, marito di Lucienne e responsabile della preparazione degli intonaci, mescola rumorosamente la malta per coprire i movimenti della moglie, e Lucienne estrae dalla tuta una Leica e scatta l’unica testimonianza rimasta di quello straordinario murales, che verrà riprodotto identico a Città del Messico nel Palazzo delle Belle Arti. Eppure qualcuno è contento di tale violenza censoria, e l’animo piccino, nonostante il titanismo dello stile, è quello di José Maria Sert, per qualche anno marito di Misia Sert, che nel 1937, liberatosi di un rivale così ingombrante, viene incaricato di dipingere quegli stessi novanta metri quadri, su cui splendeva l’affresco di Diego Rivera. Titolo della nuova opera, American Progress.

Contemporaneamente al Radio City Music Hall si consuma un’altra tragedia, familiare questa volta, e i protagonisti sono Georgia O’Keeffe, chiamata nel 1932 a dipingere i suoi fiori giganti nella ladies’s lounge del mezzanino, e ne è lusingata, e suo marito Alfred Stieglitz, che le impone di rifiutare una simile umiliazione, un affresco all’entrata della toilette, pagato per giunta solo 1.500$. Tale è la rabbia che la O’Keefee passa due mesi in ospedale per esaurimento nervoso. Chi invece festeggia è Attilio Pusterla, milanese, che nel 1934 si ispira agli affreschi di Palazzo Madama per dipingere l’immensa cupola della Corte Suprema di New York. E non batte ciglio neppure quando il sindaco Jimmy Walker gli chiede di ritrarre in una lunetta dell’ingresso la sua amante, Betty Compton, ragazza generosa delle Ziegfeld Follies. Nuda naturalmente e come vuole la tradizione classica con uno specchio in mano. Ma scoppia lo scandalo e Walker, accusato di tangenti per oltre un milione di dollari, insieme alla sua novella Venere si imbarca sul transatlantico SS Conte Grande diretto in Italia, la madre di tutti gli affreschi. Una pernacchia, anche lui, e New York, copisti, corrotti e corruttori scompaiono tra le onde.

Murals of New York City.
The best of New York’s public paintings from Bemelmans
to Parrish

Glenn Palmer-Smith, Joshua McHugh
Rizzoli International, New York,
pagg. 228, $ 32,50

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti