OPEN INNOVATION OUTLOOK ITALY 2021

Grandi aziende e startup, avanti adagio. Il settore energy fa scuola, le telcos un passo indietro

Energia, multiutility, finanza e banking, Oil & Gas, automotive: questi i comparti che il rapporto “Open Innovation Outlook Italy 2021 eleva a più ricettivi al dogma dell'open innovation

di G.Rus.

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(Tierney - stock.adobe.com)

Energia, multiutility, finanza e banking, Oil & Gas, automotive: questi i comparti che il rapporto “Open Innovation Outlook Italy 2021 eleva a più ricettivi al dogma dell'open innovation


3' di lettura

«La tendenza che vediamo anche in Italia, comune ad altri Paesi europei, è che in passato l'innovazione faceva parte della ricerca e sviluppo, oggi sta diventando un'area distinta dell'organizzazione, che riporta a un C-Level dedicato ed è articolata in specifiche aree di azione”. Nel presentare i tratti salienti del rapporto “Open Innovation Outlook Italy 2021”, in occasione della giornata inaugurale di Smau Milano 2020, il Chairman di Mind the Bridge, Alberto Onetti, ha messo l'accento sul fattore forse più importante che sta accompagnando la lenta (ma costante) marcia di avvicinamento delle aziende italiane verso quei soggetti (le startup) che possono loro garantire freschezza e velocità di idee per l'adozione delle nuove tecnologie.

Trend positivo, ma il gap rimane

Il modello che si sta pian piano consolidando, insomma, vede le unità dedite all'open innovation creare connessioni con i team R&D e quelli dell'information technology, mettendo a fattor comune competenze ed esperienze e aumentando l'efficienza del processo di scouting delle realtà esterne. Non si può parlare di fenomeno maturo, perché gli esempi di collaborazione tra startup e imprese sono al momento ancora limitati, ma di maggiore presa di coscienza di questa opportunità sicuramente. “Un crescente numero di aziende italiane – ha osservato infatti Onetti - sta finalmente convertendo i principi appresi in questi ultimi anni in reali processi di esecuzione e in piani strutturati con risorse e budget dedicati, andando finalmente oltre le iniziali operazioni di marketing e comunicazione alle quali sono rimaste legate per diverso tempo”. Lecito quindi aspettarsi che tale trend continui a crescere, abbracciando sempre di più anche le aziende di media dimensione, ma non vanno certo dimenticati gli attuali limiti dell'ecosistema dell'innovazione italiano, vuoi per il gap importante (salvo qualche rara eccezione) con le imprese leader in campo internazionale e vuoi per i tempi ancora troppo dilatati (dai 6 ai 18 mesi) per l'implementazione delle soluzioni nate attraverso il “modello aperto”. L'analisi delle 25 grandi aziende della Penisola più sensibili a questo tema, in ogni caso, dice che tali organizzazioni sono sulla buona strada e che sono migliorate in generale dello 0.25% rispetto allo scorso anno nell'indice di valutazione “Open Innovation Readiness” (che misura processi interni e fattori quali co-sviluppo, investimenti e acquisizioni) in virtù di una maggiore consapevolezza a livello strategico e organizzativo e del maggior numero di azioni implementate.

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I settori guida

Energia, multiutility, finanza e banking, Oil & Gas, automotive: questi i comparti che il rapporto eleva a più ricettivi al dogma dell'open innovation, grazie a un approccio delle aziende più deciso rispetto al bisogno di innovazione e nel muoversi in avanti per evitare interruzioni nel percorso di crescita. Resta però il fatto che meno della metà (il 44%) delle top 25 corporate italiane supera il valore “medio” italiano di 2.6, con la sola Enel a mettersi in evidenza con un punteggio (superiore a 4) che la colloca al fianco delle grandi aziende internazionali in tema di open innovation. Va un po' meglio se si restringe il campo di analisi alle prime 10 aziende, che vantano un punteggio medio di 3.2 verso rispetto al 4.4 esibito dalle imprese leader su scala globale.Piccole imprese ancora fuori da giochiUna buona notizia è sicuramente quella che vede le Pmi sempre più interessate alla relazione strategica con le startup, ma il discorso vale soprattutto per quelle più grandi e strutturate (che crescono dello 0.5% rispetto al 2019) mentre le medie (+0.2%) ci provano e le più piccole restano di fatto al palo, senza evidenziare alcun miglioramento. Fa invece più notizia il passo indietro degli operatori di telecomunicazione, che per primi avevano raccolto la sfida dell'open innovation in Italia. Oggi hanno un ruolo decisamente meno trainante, a favore delle aziende del settore energy (5 corporate delle Top 10 operano infatti in questo ambito), che si distinguono per progettualità più complete e un interesse crescente per tecnologie orientate alla sostenibilità, decarbonizzazione e all'economia circolare.

Bilancio in rosso sul fronte scaleup

Che ci sia ancora molto da fare, come evidenzia infine il rapporto, è abbastanza ovvio. Serve accelerare in maniera significativa nel fare insourcing di idee dall'esterno e nel capitalizzarle e metterle in azione, serve una visione meno locale e più internazionale e serve, sicuramente, superare i limiti che attanagliano da anni l'ecosistema dell'innovazione italiano, ancora ben lontano dai principali ecosistemi internazionali sia in termini numerici sia in fatto di qualità. Colpa delle startup o colpa delle aziende? “Difficile identificare una precisa relazione di causa-effetto”, ha concluso Onetti, sciorinando i dati relativi al 2019 del movimento delle scaleup italiane, ferme a 245 e solo in cinque casi in grado di raccogliere più di 100 milioni di dollari di finanziamenti. Nella classifica europea, siamo infatti al decimo posto e “ben lontani dal campionato che si gioca in altri campi come la Silicon Valley, Israele, Cina e in sistemi emergenti come la Corea del Sud”.

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