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«Per dare stabilità all’Africa servono investimenti strategici»

L’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati non si capacita della miopia dei governi europei, ma vive come «un privilegio immenso» l’essere stato nel punto più doloroso della storia del nostro tempo

di Marco Masciaga


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6' di lettura

«Io sono stupefatto... no scusi, ormai sono troppo vecchio, ne ho viste troppe... diciamo che sono sempre stupefatto dal fatto che siamo così ossessionati da questi sbarchi e ci preoccupiamo così poco delle loro cause: economia, clima, politica, guerra. L’Africa soffre ancora di un deficit di attenzione e investimenti, anche a livello politico».

A 62 anni, Filippo Grandi probabilmente ne ha viste davvero troppe. Prima da giovane volontario «senza nessuna idea della sofferenza umana, della pena, della disperazione» tra i rifugiati cambogiani della Thailandia; poi lavorando a tempo pieno per l’organizzazione umanitaria statunitense Catholic Relief Services; quindi da funzionario di agenzie e missioni delle Nazioni Unite tra Medio Oriente, Afghanistan e Africa Centrale.

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Oggi che ricopre l’incarico di Alto commissario dell’Onu per i rifugiati si trova alla testa di un’organizzazione, l’Unhcr, che conosce molto bene (ci lavora da 16 anni) e che è presente in 120 Paesi con 17mila dipendenti. Gode quindi di un punto d’osservazione ideale sia su quello che succede on the ground nelle piccole e grandi aree di crisi del pianeta, sia sulle risposte, talvolta contraddittorie, formulate dalle cancellerie europee.

Con Grandi ci siamo dati appuntamento nel quartier generale dell’Unhcr, un edificio piuttosto sgraziato ma inondato di luce naturale, non lontano dal Palais des Nations di Ginevra. L’Alto commissario mi riceve in un salottino traboccante di regali di rappresentanza, una specie di catalogo ragionato sul tema “kitsch e potere”. Tutto il contrario di Grandi che indossa una divisa di una sobrietà quasi curiale: un paio di Oxford nere, pantaloni blu e maglia blu à la Marchionne sopra una camicia azzurra.

I fitti capelli sale e pepe sono tagliati corti. La parlata, forbita ma non priva degli inciampi lessicali degli espatriati di lungo corso, è quella della borghesia lombarda che viaggia e vive all’estero, con giusto qualche vocale aperta qua e là a tradire le origini.

«Non mi pare – spiega – che l’Europa abbia investito in Africa in maniera sufficientemente strategica in rapporto alle sue enormi preoccupazioni rispetto a queste migrazioni. Come sappiamo benissimo, questa questione anche da noi fa e disfa i governi. Eppure la risposta è modesta, è poco strategica, è sempre più mirata all’effetto che non all’impatto. Si chiudono i porti e chissenefrega del Sahel».

La questione della regione tra Nord Africa e Africa Subsahariana «preoccupa moltissimo» Grandi per una combinazione di fattori che lui definisce letale: «Terrorismo, clima, povertà e una governance piuttosto debole, soprattutto in alcuni Paesi. Noi guardiamo sempre la Libia dalla nostra parte – spiega – ma quel conflitto ha un effetto tossico sul resto della regione e sta facendo emergere, con il traffico d’armi, tensioni pregresse: in Mali abbiamo visto terribili massacri tribali e spostamenti di popolazioni molto ingenti; il Niger ha flussi di rifugiati provenienti da tutti gli Stati vicini e, per quanto molto collaborativo, resta uno dei Paesi più poveri del mondo; in Burkina Faso, uno Stato piccolo con relativamente poche risorse, si è passati da circa 40mila sfollati all’inizio dell’anno ai 250mila oggi. È una situazione che ci preoccupa e credo che dovrebbe preoccupare ancor di più l’Europa perché se l’Europa è così ossessionata dalla questione migratoria da litigare su un barcone che ne porta 40... beh, quello è un serbatoio potenziale molto grosso».

Quando gli chiedo se fosse preparato a veder trasformare le vittime del conflitto siriano in una minaccia, mi spiega che «è molto comune che queste situazioni migratorie vengano strumentalizzate: lo straniero, il migrante, il rifugiato sono capri espiatori perfetti. Al “caproespiatorismo” di piccolo cabotaggio siamo abituati. Quello che vedo adesso però è un utilizzo sistematico e a fini politici di questo meccanismo. Ci troviamo sempre di più a dovere contrastare una retorica che in molti casi è basata anche su falsità, su fatti inventati. Una manipolazione bruttissima, sbagliata, immorale».

Ma, spiega Grandi, «il mio punto è che – al di là del giudizio su aprire o chiudere, accogliere o non accogliere – l’utilizzo di queste crisi per fini di consenso non serve a niente. Tutta questa retorica non dà risposte».

Quando gli domando se non sia possibile che il populismo abbia già toccato il suo punto più alto (o basso, a seconda dei punti di vista) la risposta è prudente. «Non lo so – dice – una tendenza politica che raccoglie tanto consenso non se ne va così rapidamente.

E poi c’è un’altra questione: molte delle cause che hanno generato quest’onda sono reali. Se la gente ha paura non va ignorata e questo è stato l’errore di una buona parte della classe politica e delle istituzioni internazionali. Quindi io spero che quest’onda cali, ma occorre tenere a mente che quando calerà si lascerà dietro delle questioni irrisolte. Io credo che la buona politica sia l’arte di distillare dalla complessità un messaggio semplice che però non prescinde dal fatto che poi bisogna fare delle cose complicate per risolvere i problemi.

La cattiva politica è ignorare questa complessità e far coincidere il messaggio politico con l’azione. Allora si finisce al porto chiuso, al muro e non si risolve un bel niente. Il populismo è un modo di affrontare le paure che non propone nulla di concreto».

Grandi conviene però che i nodi politici con cui ci dovremo misurare nei prossimi anni sono ancora più complessi. Ne cita tre: l’impatto dei cambiamenti climatici su alcune delle società più vulnerabili del pianeta; quello delle diseguaglianze economiche nei Paesi ricchi, dove le sacche di povertà alimentano crisi e instabilità; la difficoltà a risolvere i conflitti in un mondo multipolare che – dopo l’equilibrio della Guerra Fredda e il dominio americano degli Anni 90 – oggi rende difficile raggiungere qualsiasi forma di unanimità politica, anche sulle questioni umanitarie.

Nonostante la soverchiante portata di queste sfide e a dispetto del fatto di incarnare quanto ci sia di più lontano dallo zeitgeist unilateralista imperante di questi anni, Grandi resta fondamentalmente fiducioso: dopo il recente accordo di Malta, dice di guardare «in modo positivo agli sforzi delle istituzioni europee e dei singoli Paesi per raggiungere un accordo» su sbarchi e accoglienza, «nel rispetto del principio di solidarietà, così centrale per la storia dell’Unione europea, e dell’imperativo umanitario del salvataggio di chi si trova in mare in difficoltà»; è felice che Greta Thunberg abbia trovato «i modi e le parole» per dare coraggio a un pezzo di opinione pubblica che «negli ultimi anni ha avuto paura»; si dice convinto che «la Storia darà ragione da ogni punto di vista, incluso quello economico, alla Cancelliera» (Angela Merkel viene sempre riverentemente citata così) per avere spalancato le porte della Germania a quasi un milione di profughi siriani nel 2015.

Non solo. Nonostante la saldatura tra fake news e social network abbia esacerbato più di una crisi umanitaria, dal Libano alla Birmania, Grandi rimane ben disposto anche verso la tecnologia che, spiega, sta trasformando il modo in cui vengono distribuiti gli aiuti umanitari e puntella quotidianamente le vite precarie dei rifugiati.

«All’inizio del mio mandato – racconta – sono andato a Lesbo, in Grecia, e mi sono fatto raccontare da una famiglia siriana uno di questi viaggi pazzeschi: la violenza, i bombardamenti, la fuga verso la città, i pericoli della città per le popolazioni rurali, il passaggio della frontiera turca, il traversamento della Turchia, l’arrivo alla costa Egea... cose terribili per chiunque, figuriamoci per persone che non erano mai uscite dal proprio villaggio. Ma quando ho chiesto quale fosse stato il momento più pauroso di questo viaggio durato diverse settimane mi hanno subito detto: “Glielo posso dire con certezza. Quando ci siamo trovati fra la costa turca e quella greca e... – io pensavo che mi dicessero che non sapevano nuotare, no, no! – il telefono non aveva più segnale”. Capisce? Era la loro àncora di salvezza, umana e materiale».

Con buona pace di chi si ostina a vedere negli smartphone in mano ai migranti un capriccio e non l’unico, esile filamento tra ciò che si sono lasciati alle spalle e l’incerto futuro che li attende.

Il racconto dei profughi siriani a Lesbo mi spinge a chiedere a Grandi come viva il fatto di “immergersi” nei drammi altrui, sapendo di poterne uscire a fine missione. «È difficile, sa... A volte è doloroso. Mi dispiace che queste persone restino dove c’è sofferenza, ma non è imbarazzante. Nel senso che almeno cerco di diminuirla. È presuntuoso dirlo, perché non sempre ci riesco. Però lei ha messo il dito su una cosa molto reale. Io sono un testimone attivo, ma pur sempre un testimone, di un periodo di crisi di persone che probabilmente passeranno tutta la loro vita in quella crisi».

Una condizione perpetua che, nel caso di Grandi, si traduce in una forma di nomadismo umanitario: ancora oggi l’Alto commissario passa dal 60 al 70% del suo tempo lontano da Ginevra. Ci pensa mai a tutte quelle cose “normali” che non ha potuto fare, gli chiedo prima di congedarmi.

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