ACQUAVITE MADE IN ITALY

Grappa, produzione in calo ma aumentano le microdistillerie di qualità

In Italia una nuova generazione di distillatori si prepara a ritagliarsi un ruolo importante in un mercato sempre più dinamico che conta 135 aziende. La prima “conferenza” sulla distillazione artigianale ha fatto il punto della situazione

di Maurizio Maestrelli

default onloading pic
Alambicco Eugin distilleria indipendente

3' di lettura

In Italia esistono oggi circa 135 distillerie per una produzione di alcol (non tutto destinato al consumo umano) superiore al milione di ettolitri, per due terzi ricavato da cereali e per un terzo circa da vino e materie vinose. Quasi l'80% delle aziende si trova nel Nord Italia e la stessa percentuale è presidiata da piccole imprese, ovvero fino a nove addetti. Tuttavia il futuro sembra sorridere a quello che fino a qualche anno fa sembrava essere un mercato un po' statico, concentrato in prevalenza sulla produzione di grappa, un termine applicabile in esclusiva solo ai distillati di vinacce prodotti in Italia, di acquavite d'uva o di brandy. Il quadro della situazione è stato fatto da Sandro Cobror, direttore di Assodistil (associazione che con 60 aziende iscritte rappresenta il 95% della produzione nazionale di alcol di origine agricola) nel corso di Craft Distilling Italy, una sorta di “stati generali” voluta da Claudio Riva e Davide Terziotti, anime fondatrici prima di Whisky Club Italia (club che conta oltre 14mila soci) e poi di distillerie.it.

Generazioni a confronto

La serie di seminari e tavole rotonde online hanno visto alternarsi diversi protagonisti del settore: da nomi storici come Bruno Pilzer, Paolo Brunello e Vittorio Gianni Capovilla ai rappresentanti della nuova generazione di distillatori come Stefano Cicalese di Peter in Florence, Eugenio Belli di Eugin Distilleria Indipendente e Agostino Arioli, uno dei pionieri della birra artigianale italiana che, in coppia con Benedetto Cannatelli, ha da poco acceso gli alambicchi della distilleria Strada Ferrata. Uno degli aspetti più interessanti di Craft Distilling Italy è stato proprio quello di mettere insieme e a confronto generazioni diverse di distillatori. Perché se da un lato la grappa resta il distillato della tradizione, dei volumi ovviamente più rilevanti e della fama italiana all'estero è anche vero che la sua produzione è nettamente calata nel decennio 2009-2019 passando da 110mila ettanidri (un ettanidro corrisponde a cento litri di alcol puro) a 72mila. «Questo perché comunque la produzione si è orientata maggiormente verso standard qualitativi più elevati rispetto alla quantità», ha chiosato Cobror che tuttavia ha anche evidenziato le difficoltà «di un settore, composto per lo più da piccole aziende, nel raggiungere i mercati export e, in qualche caso, anche le fiere di settore».

Loading...

Dalla grappa al gin

Non è una sorpresa allora se alcuni di questi distillatori storici hanno deciso di differenziare la loro offerta ad esempio entrando nell'effervescente mercato del gin, il distillato più performante degli ultimi anni (anche nel 2019 la sua crescita in Gdo è stata a doppia cifra) e non sorprende nemmeno che il gin sia il filo conduttore che lega molte delle giovani distillerie aperte negli ultimi anni. Tuttavia il fenomeno non si può spiegare solo con il successo, mondiale non solo italiano, del distillato di ginepro. Da un lato infatti l'interesse del consumatore verso i piccoli produttori food&beverage in generale cresce costantemente, dall'altro il mondo della mixology e del bartending, i playground nonché le vetrine fondamentali per il successo di un distillato, sta attraversando un periodo di grande dinamismo. Così se Eugin e Peter in Florence sono specializzati sul gin, la toscana Winestillery produce anche una vodka e la lombarda Strada Ferrata punta invece sul whisky. Le difficoltà non sono poche. In primo luogo l'investimento.

Accise e costi di avvio

«Un alambicco da 150/200 litri, che è il minimo sindacale per poter partire», spiega Claudio Riva, «costa sui 35mila euro ai quali si devono aggiungere ovviamente gli altri costi, dall'affitto della struttura a tutto ciò che serve per arrivare alla bottiglia etichettata. Diciamo 50mila considerando una distilleria ad accisa assolta. Diverso il discorso se si tratta di una distilleria con deposito fiscale e accisa sospesa; in questo caso dove solo il misuratore fiscale costa 15mila euro e dove il discorso ha senso solo se si fanno volumi più elevati, quindi ad esempio con un alambicco da mille litri, l'investimento iniziale è di almeno duecentomila euro». Per chi parte, e sono in diversi a farlo ultimamente, «ogni mese apre una nuova distilleria», osserva sempre Riva, la vera decisione dunque non è semplicemente quella di lanciarsi su un mercato ancora non saturo, quanto piuttosto quella di scegliere cosa si vuole fare e, soprattutto, che tipo di distilleria si vuole aprire. In altre parole che accisa pagare. «Con l'accisa assolta si hanno decisamente meno problemi legati a controlli e burocrazia perché una volta pagato il fornitore di alcol neutro questo discorso è risolto», sono le parole di Eugenio Belli, «ma è una scelta che regge fino a quando si ha una produzione limitata, a mio avviso non superiore alle duecentomila bottiglie». Che a prima vista non sembrano nemmeno poche. Almeno fino a quando non si legge il numero di uno dei gin più famosi al mondo, l'inglese Gordon's che guida la classifica oltre 80 milioni di bottiglie vendute nel 2019.


Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti