Letteratura

Grazia Deledda accese sulla Sardegna le luci della ribalta mondiale

La scrittrice premiata dal Nobel ha raccontato in modo esemplare l'anima di un'isola in cui l'essere umano non domina l'universo ma ne è parte

di Stefano Biolchini

Grazia Deledda (Afp)

3' di lettura

Che sia colpa del pregiudizio di certa critica che non le perdonava la «sardofonia» del suo scrivere e che troppo frettolosamente la aveva relegata al «Verismo», o l’ingenerosa e fors’anche misogina elaborazione romanzesca in Suo marito che ne fornì Pirandello, o ancora l’acredine con cui i suoi concittadini accolsero i suoi scritti perché rei di dipingere una Sardegna strettamente legata a riti ancestrali, fatto sta che Grazia Deledda con le sue possenti e aeree narrazioni espressioniste non ha mai goduto appieno del ruolo che pure il riconoscimento del premio Nobel per la Letteratura nel 1926 le aveva conferito, restando ai margini del canone letterario italiano.

«Io non riuscirò mai ad avere il dono della buona lingua» scriveva lei stessa, in ciò confermando quel senso di inferiorità che, dopo il ciceroniano «mastrucati latrones», secoli e secoli di dominazioni avrebbero instillato nei sardi, e che solo il risveglio letterario degli ultimi decenni ha riscattato, con il fiorire di scrittori acclamati nel «Continente» e non solo. Lo stesso scrivente, cagliaritano per nascita, scritti e affezione, soffre in più del cliché «cittadino», che fa della aristocratica capitale un luogo a sé nell’Isola.

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Viaggio in Sardegna

Ecco perché il viaggio in Sardegna di Rossana Dedola si segnala come una scoperta e ritrovo di luoghi lontani e spesso sconosciuti oltre che come estremo atto d’amore e riscatto, filologicamente sostenuto, per una scrittrice che «affidando il primitivismo e l’anima arcaica di quel mondo e dei suoi abitanti all’universalità della grande scrittura è riuscita a proiettarli verso il futuro». «Perché, Signore, Paulo (un prete, ndr) non poteva amare una donna? Tutti potevano amare» (La madre).

«La passione sessuale si fonde all’amore senza le spire del sentimentalismo» commentava argutamente D. H. Lawrence, che sulla scia delle letture della Deledda attraverserà l’Isola in treno per poi narrarne il viaggio. In Le colpe altrui «A Para Zironi… la rugiada gli inumidì i piedi, i sandali e l’orlo sfrangiato della tonaca; l’aria del mattino gli rinfrescò il viso ossuto rugginoso, goccioline di vapore brillarono sulla barbetta cenerognola che pareva il musco sulla roccia: e gli occhietti verdi sotto le sopracciglia arruffate brillarono anch’essi simili a due lucciole sotto la siepe». (Un “Barone rampante” ante litteram?). Ben oltre l’idea della «cartolina» cara a certa critica, qui in poche righe la Deledda riassume la poetica sua e l’anima più recondita di un intero popolo: nella Sardegna più aspra, (ancora vivaddio!), l’essere umano non domina l’universo, ma ne è parte fino al necessario mimetismo con le piante, le rocce, gli animali.

Dimensione arcaica

Una dimensione arcaica che la Dedola ritrova e ripercorre da Dorgali a Nuoro, da Galtellì a Siniscola, Orune e Mamoiada, tra «cumbessias», novenari, processioni, riti e figure mitologiche, che in un sincretismo viscerale e necessario, segnano d’animismo il cattolicesimo più sentito e toccante. Perfino i dubbi di un Flavio Soriga che in Sardinia Blues avverte, a buon diritto, tutte le ristrettezze del raccontare una Sardegna vittima di troppi stereotipi, trovano in questo libro ben più di una spiegazione. Non che il mondo agro pastorale descritto dalla Deledda oggi non esista più, solo che le abitudini sono cambiate, con i pastori che governano le greggi dai pick-up.

La forza indomita delle donne sarde

Quel che invece non è mai scomparso del tutto è l’indomita forza che da sempre ha reso «diverse le donne sarde». La stessa Deledda spiegò in una lettera che «in Sardegna non suscitava scandalo che i fidanzati avessero rapporti sessuali e addirittura convivessero senza essere sposati».

Eleonora d’Arborea

La Dedola, che con fierezza ricorda Eleonora d’Arborea, o le prime sindache della Regione, o le osservazioni della senatrice Merlìn - che in Sardegna venne confinata - o le scrittrici Agus e Murgia, scrive dell’autrice: «Sulla sommità del Monte Ortobene Grazia Deledda si era fermata a guardare il mare con il suo sogno di diventare scrittrice contro tutto e contro tutti, con la sua decisione di far salire la Sardegna sulla ribalta del mondo e con il suo desiderio più ardente di scappar via» .

È il destino che accomuna noi sardi della diaspora: una nostalgia protratta e infinita che traspare in questo libro nella delicatezza di una studiosa anche lei non esente, pur nell’analisi raffinata, al «mal di Sardegna». Ed è così che le pagine di questo saggio si tingono d’onirico, attraverso una lettura che in questi giorni imprigionati dal Covid, comincia arida come la terra sarda e si trasforma in un profumato, chiaro ed inebriante verde d’elicriso: un affascinante trascinio a rileggere la Deledda, sempre sognando di riattraversare il mare!

In Sardegna con Grazia Deledda. Isola di feste, riti, racconti
Rossana Dedola
Giulio Perrone Editore,pagg. 220, € 15

Riproduzione riservata ©

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