sostenibilità

Grazie a una tecnologia italiana è boom mondiale dei costumi da bagno nati da rifiuti di plastica

di Chiara Beghelli

3' di lettura

Mentre l’inquinamento da plastica sta uccidendo la vita negli oceani, dal Messico all’Australia stanno proliferando aziende che creano e vendono costumi da bagno fatti proprio con quella spazzatura. Una forma stiracchiata di economia circolare? Forse. Sicuramente, progetti imprenditoriali nati da persone che incarnano un’avanguardia della produzione industriale, quella che riconosce nella sostenibilità uno dei suoi principi fondanti.

Nato a partire dai primi anni 2010, il trend dello swimwear realizzato con rifiuti di plastica raccolti nei mari è in pieno sviluppo in tutto il mondo, e adotta una tecnologia nata in Italia: si chiama Econyl la fibra di nylon prodotta dall’azienda trentina Aquafil, leader nei filati sostenibili e rigenerati, a partire da reti da pesca in disuso o materie plastiche raccolte nei mari e lungo le coste di tutto il mondo da diverse associazioni partner. Il Nylon 6 viene lavato, filato, trattato e poi inviato alle varie manifatture che lo lavorano, tingono e cuciono per trasformarlo in costumi da bagno. Con 10mila tonnellate di filato Econyl si risparmiano 70mila barili di petrolio e 57mila tonnelate di emissioni di Co2.

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Produzione di Econyl

Una delle nascite più recenti in questo specifico settore è la britannica Batoko , peraltro membro della Marine Conservation Society, la principale charity impegnata in tutela dei mari del Regno Unito, che vende solo online ed è fra le poche a proporre anche una collezione “mini me” con look per i bambini uguali a quelli degli adulti.

Sempre in abito Commonwealth, in Australia è nato nel 2014 Ocean Zen, da un’idea dalla scienziata dell’ambiente Stephanie Gabriel, che ha girato il mondo per progetti di studio legati al mare e ha deciso poi di lanciare il suo brand di swimwear. Presto vorrebbe espanderlo anche a un eco-retreat a Tonga.

Due imprenditrici trentenni, Anna Nielsen ed Henna Kaarlela, danese e finlandese, hanno usato Econyl per lanciare il loro Ohoy swim , con base a Dubai, dove producono con laboratori locali i loro costumi minimal-chic, mentre negli Stati Uniti i fratelli Jake e Caroline Danehy hanno lanciato nel 2015 una campagna su Kickstarter per dar vita al loro brand di eco-swimwear: F air harbor , questo il suo nome, lo stesso di una spiaggia di Fire Island, nello stato di New York, dove loro hanno passato l’infanzia, ha raccolto ben 225 volte la cifra richiesta e ora i suoi shorts hanno ricevuto il sostegno anche di star attente all’ambiente come Jessica Alba.

Sempre una newyorchese, la designer Lisa Jacskon, nel 2013 ha deciso di trasferirsi a Tulum, sulla costa messicana, per dar vita al suo brand, Amara Tulum : prima i costumi venivano fatti nel Garment District di New York, ma da qualche tempo la produziome è stata affidata a piccoli laboratori locali. Ora su Kickstarter Lisa ha lanciato una campagna per poter aprire il suo primo concept store, per il quale userà un vecchio container.

La fondatrice di Amara Tulum, Lisa Jackson

Alle Hawaii, Kelley Chapman e Anna Lieding hanno lanciato Manakai , già un brand piuttosto strutturato con cui firmano anche due prodotti di skincare, un esfoliante e un idratante 100% naturali.

Quello dei costumi riciclati, però, non è solo un mondo di start up o micro produttori artigianali: lo dimostra il caso di Adidas , che da anni ha una partnership con l’organizzazione Parley for Oceans e dopo aver lanciato diverse sneaker fatte di plastica recuperata dagli oceani ha presentato anche una prima collezione di swimwear nel 2017, sempre a base di Econyl.

Per la primavera estate 2018 è stata coinvolta come testimonial l’atleta olimpica ed ecologista convinta Coralie Balmy. Fra parentesi, anche il gigante H&M ha usato l’Econyl nella sua nuova collezione Conscious Exclusive , per esempio in un suo abito da sposa (fatto anche di cotone biologico) da 299 sterline, che sarà in vendita a partire dal 19 aprile.

C’è poi il caso di un swimwear riciclato di alta gamma, quello firmato R iz Boardshorts : lanciato nel 2009 a Londra da Riz Smith e Ali Murrell, già designer del settore, produce una collezione da uomo, con pochi pezzi femminili, che presenta anche a Pitti. I filati vengono sempre dal Trentino, poi vengono stampati a Londra in stile “British-Hawaiian” e confezionati da laboratori artigianali in Portogallo. Il brand propone anche un suo canale di riciclo copn il programma “Rizcycle”, per cui si ha uno sconto su un nuovo acquisto riconsegnando il vecchio costume.

Una creazione Riz Boardshorts

C’è poi chi è ancora più avanti, e ha fatto perciò un passo indietro: è il caso di
Liar the label , piccolo produttore della Gold Coast australiana, che dopo aver lanciato la sua collezione, si è preso un anno sabbatico per riflettere. È giusto riciclare, sostengono nel loro sito, ma forse è ancor più saggio non produrre affatto.

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