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Green New Deal, la risposta dell’Europa alla generazione Greta

La lotta contro il cambiamento climatico è «la sfida che definirà la nostra generazione, un obbligo politico e morale»: il futuro presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a ribadire la centralità dell’ambiente nell’azione del suo Esecutivo. Può contare su due sponde importanti: la sua Germania e l’opinione pubblica

di Gianluca Di Donfrancesco


'Generazione Greta', ecco come salvera' il Pianeta

4' di lettura

La lotta contro il cambiamento climatico è «la sfida che definirà la nostra generazione, un obbligo politico e morale»: il futuro presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, continua a ribadire la centralità dell’ambiente nell’azione del suo Esecutivo. Può contare su due sponde importanti.

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Da un lato c’è la sua Germania, senza la quale ben poco si può fare in Europa: pur fedele alla disciplina di bilancio, Berlino spinge per aumentare i finanziamenti per l’ambiente. Dall’altro lato, von der Leyen può contare su un’opinione pubblica sempre più sensibilizzata e deve rispondere, insieme ai leader di tutto il mondo, alla sfida lanciata da un’intera generazione, scesa in strada a New York e in 150 Paesi, alla vigilia del Vertice Onu sul climate change. Sabato 20, il Palazzo di Vetro si è aperto a una delegazione di giovani attivisti, guidati da Greta Thunberg. Lunedì 21 toccherà ai capi di Stati e di Governo .

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Secondo un sondaggio della Commissione Ue, il 93% degli europei considera il surriscaldamento globale un problema grave: la campagna di Greta Thunberg, insieme ai disastri dell’estate appena passata (dai ghiacciai della Groenlandia che si sciolgono ai roghi in Siberia e Amazzonia), hanno lasciato un segno profondo.

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Un report pubblicato a marzo dall’Esecutivo Ue avvisa che il mancato rispetto dei target di riduzione delle emissioni di gas serra costerebbe tra i 30 e gli 80 miliardi l’anno ai Paesi dell’Unione. Anche per questo von der Leyen ha dato nuovo impulso all’impegno avanzato dalla Commissione lo scorso anno, di azzerare le emissioni entro il 2050. E ha proposto di alzare l’asticella fissata per il 2030, portando il taglio dal 40 al 50% (meglio se 55%) rispetto ai livelli del 1990. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente, nel 2020 si raggiungerà una riduzione del 26%, dal 23,5% messo a segno nel 2017.

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Il Green New Deal europeo si regge su un forte rilancio degli investimenti in energia e infrastrutture, in una fase di stagnazione economica. La transizione a un’economia a zero emissioni, secondo la Commissione, dovrebbe regalare il 2% in più di Pil al blocco economico entro il 2050. Nel bilancio 2014-2020, la Ue ha destinato il 20% della sua spesa (206 miliardi di euro) in programmi legati al climate change. Nella proposta di budget 2021-2027, da finalizzare entro fine anno, si sale al 25% (320 miliardi). Attraverso la partecipazione dei privati, von der Leyen vuole arrivare a mobilitare mille miliardi in investimenti “verdi”.

Come spesso capita, l’Europa non marcia unita. Se Germania, Francia, Svezia e Olanda e sempre di più l’Italia spingono in questa direzione, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria ed Estonia puntano i piedi. I quattro a giugno si sono rifiutati di sottoscrivere l’impegno a raggiungere la «carbon neutrality» nei prossimi 30 anni.

La Polonia, in particolare, ricava dal carbone quasi l’80% della sua energia elettrica, nonostante 4 su 5 delle sue miniere siano in perdita, secondo uno studio della Commissione Ue del settembre 2017. Il Governo guidato da Diritto e giustizia preferisce sostenere il settore a suon di sussidi: un po’ per non inimicarsi i sindacati del settore, un po’ perché vede nel carbone la garanzia dell’indipendenza energetica dalla Russia. E pazienza se la Polonia è anche uno dei Paesi con la peggiore qualità dell’aria in Europa.

Eppure qualcosa si muove, anche a causa del costo delle quote di emissione di anidride carbonica nel sistema europeo Ets (circa 26 euro a tonnellata): Tauron, uno dei principali gruppi dell’energia, si è impegnata a tagliare alcuni dei suoi impianti a carbone. Ad agosto, un tribunale ha bloccato un progetto da 1,2 miliardi per la costruzione di una nuova centrale alimentata dal combustibile più inquinante del mondo, una joint venture tra Enea (controllata dal Governo) ed Energa. Le regole Ue chiedono a Varsavia di portare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020, dall’11% attuale.

In una situazione simile si trova la Repubblica Ceca, che conta sul carbone per il 50% della propria produzione di energia. Come Varsavia, anche Praga (e Budapest ) ha un problema di risorse con le quali finanziare la transizione. Più sfumata la posizione dell’Estonia, che ha un target di taglio delle emissioni dell’80% entro il 2050.

Sulla sponda opposta, a Berlino Cdu e Spd, in piena crisi di consensi, cercano di appropriarsi di alcuni dei temi che stanno facendo il successo dei Verdi. Il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha invocato «passi drastici». Il Governo di Angela Merkel punta a mobilitare oltre 50 miliardi di euro nei prossimi anni con i Green bond appena varati: un modo per investire senza pesare sul budget federale e preservare lo «Schwarze Null», l’irrinunciabile tabù del pareggio di bilancio. La Germania da sola ha realizzato il 26% del taglio di gas serra emessi dalla Ue tra il 1990 e il 2017, ma senza correzioni sarebbe destinata a sforare il proprio target del 55% entro il 2030 e deve ancora il 35% della sua elettricità alle centrali a carbone, una quota più alta di quella degli Stati Uniti (30%), che pure sono sotto accusa per la decisione di abbandonare gli Accordi di Parigi.

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Anche la Francia di Macron cavalca l’onda e Parigi ha annunciato l’intenzione di rinunciare a utilizzare il carbone per la produzione di energia entro il 2022. Italia e Irlanda si impegnano a seguirla nel 2025. Entro il 2030 faranno altrettanto Spagna, Olanda, Portogallo, Finlandia e Danimarca. In campagna elettorale, la neo-premier danese Mette Frederiksen (in carica da giugno) si è impegnata a tagliare le emissioni di gas serra del 70% entro il 2030. Il Regno Unito, a giugno dello scorso anno ha fissato per legge al 2050 il termine per raggiungere la carbon neutrality. L’ambiziosa Norvegia punta a farlo entro il 2030. I ragazzi dei Fridays for Future sfidano i leader a mantenere le promesse e a osare di più. In posta c’è appunto il loro futuro.

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