Il certificato Covid

Green pass, così gli «incentivi selettivi» spingono a vaccinarsi

Il decisore si è trovato a mediare fra tutela della salute e libertà personale. La soluzione va nella direzione giusta per aumentare la copertura vaccinale

di Luca Delvecchio

Draghi: green pass strumento di libertà e sicurezza

4' di lettura

Dal 15 ottobre prossimo il green pass sarà reso obbligatorio per l'accesso a tutti i luoghi di lavoro privati e pubblici fino al 31 dicembre. Si tratta dell'estensione di obblighi e divieti già in vigore da settimane, per consentire a chi è immunizzato o ha un tampone negativo l'ingresso nei luoghi più affollati, specie al chiuso.

Il certificato vaccinale sta suscitando polemiche e opposizioni da parte di chi ne sottolinea il carattere arbitrario, antiscientifico, vessatorio e perfino ipocrita, in quanto costituirebbe in buona sostanza un obbligo vaccinale dissimulato.

Loading...

Esso, tuttavia, risponde nelle intenzioni del decisore politico a due specifici obiettivi. Il primo è quello di introdurre una misura ulteriore di sanità pubblica per il contenimento della curva epidemica; il secondo è di applicare un «incentivo selettivo», che include divieti e restrizioni alla socialità di chi esita, e che differisce però essenzialmente da un obbligo universale alla vaccinazione.

L’equilibrio fra salute e regole (più) severe

Il problema da risolvere per il decisore consiste nel preservare il buon funzionamento del sistema sanitario, garantendo la salute dei cittadini ed evitando misure di contenimento severe. Ora, la sicurezza sanitaria può essere intesa come un bene pubblico, che in quanto tale è «non escludibile» (una volta che il bene viene fornito, non è possibile privare qualcuno dei suoi benefici o del suo uso) e “non rivale” (la sua fruizione da parte di qualcuno non impedisce ad altri di usarne).

Superare la pandemia, conseguendo un più alto livello di salute pubblica produce, infatti, beneficio per tutti indistintamente e nessuno può esserne escluso. Tuttavia, la sicurezza sanitaria, perseguita mediante la vaccinazione, ha costi non solo monetari, coperti dalla fiscalità generale, ma anche psicologici, per il rischio di gravi effetti avversi, e medici, nel caso in cui tali effetti si verifichino.

La salute di tutti e il dilemma del cooperatore

Perciò, se la vaccinazione comporta un vantaggio evidente per la collettività, essa implica costi che alcuni possono non essere disposti a sostenere. Si tratta di un problema noto in letteratura come «dilemma del cooperatore», e che può essere formulato così: perché cooperare alla fornitura del bene pubblico, sostenendone il costo, quando è possibile attendere che altri paghino per quel bene e poi fruirne liberamente?

E ancora: perché essere tra i primi a cooperare, sostenendo una parte dei costi, quando vi è chi non coopera, rendendo incerta l'effettiva fornitura del bene pubblico? Ciò apre a comportamenti strategici individuali che, come noto a sociologi ed economisti, portano, in assenza di condizioni specifiche, a fallire l'obiettivo comune.

Quel che è perfettamente razionale per l'individuo può rivelarsi, infatti, irrazionale per la collettività (è il cosiddetto problema del free riding). Il singolo, ciascun singolo, ottiene il massimo guadagno defezionando, cioè non cooperando, ma in questo modo si danno due esiti possibili: o il bene pubblico non viene fornito affatto, oppure esso viene procurato in misura non ottimale, cioè al di sotto del livello che per la collettività garantirebbe il beneficio maggiore.

Il caso della vaccinazione in epoca di pandemia è esemplare: se individui che desiderano la sicurezza sanitaria per sé non fossero disposti a vaccinarsi e attendessero che il costo della salute pubblica venisse sostenuto da altri, non si raggiungerebbe un grado di immunità sufficiente a evitare le misure di contenimento, che colpiscono l'intera collettività senza distinzioni. Ciò ridurrebbe il benessere di tutti, compreso quello di chi, razionalmente, non ha cooperato in vista del massimo vantaggio individuale.

Il ruolo degli incentivi selettivi

Il modo migliore per ridurre l'esitazione a cooperare, e nella fattispecie a vaccinarsi, è introdurre «incentivi selettivi», che agiscano in maniera differente su chi contribuisce alla salute pubblica e chi no. Gli incentivi selettivi posso essere di due specie: positivi e negativi. I primi prevedono un premio per chi collabora, i secondi una punizione, un onere o una limitazione per chi defeziona, come il green pass. Il problema degli incentivi positivi è di creare un precedente, per cui il cittadino si attenderà in futuro sempre qualcosa in cambio del suo impegno, e di essere estremamente costosi nel caso di collettività numerose, come la comunità nazionale.

D'altra parte, gli incentivi negativi, che introducono normativamente limitazioni e forme selettive di esclusione, possono generare non solo divisioni e proteste, ma anche un vero e proprio rifiuto nei loro destinatari, specie se questi non simpatizzano politicamente per il governo - ciò che di fatto sta accadendo -. Essi, però, a parità di efficacia, sono più efficienti degli incentivi positivi, se la resistenza a cooperare riguarda gruppi non maggioritari, se cioè pochi defezionano e molti collaborano. In tal caso, infatti, è più economico, al netto di costi sociali e politici, vincolare i pochi che non collaborano piuttosto che ricompensare i molti che cooperano.

Una loro introduzione progressiva, come quella attuata dal governo, coincide con un inasprimento delle misure via via che il gruppo dei refrattari diviene meno numeroso e dunque anche meno capace di determinare costi sociali di protesta. E nel calcolo individuale, se i costi - anche monetari - della defezione aumentano per le limitazioni imposte dall'incentivo, la scelta più razionale diventa allora la vaccinazione.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti